Nasiriyya: vittime, carnefici e confusione

Nei giorni scorsi l’Italia ha commemorato i propri 19 militari caduti nell’attentato contro la base militare di Nasiriyya, in Iraq, il 12 novembre 2003. In questo contesto una parlamentare italiana ha tenuto un discorso nel quale ha riferito di considerare vittime non solo i militari uccisi, ma anche il loro attentatore, poiché la mano di quest’ultimo sarebbe stata mossa da ideologie perverse e dalla disperazione. I militari caduti, secondo la stessa parlamentare, non sarebbero vittime di quell’attentatore, o non solo di lui, ma della decisione di inviare truppe in Iraq nel quadro delle operazioni militari seguite agli attentati dell’11 settembre 2001. Tali operazioni non avrebbero tuttora né portato la pace in quelle terre né risolto il problema del terrorismo internazionale. Vittime e carnefice, perciò, starebbero sullo stesso piano.

Non è necessario precisare a quale partito appartenga l’autrice di questo discorso, poiché le sue affermazioni vanno lette fuori da ogni considerazione di parte. Vero è che, dai media italiani, il discorso è stato riportato solo nei passaggi più utili a suscitare riprovazione. La lettura dell’intero discorso permette di capire meglio il contesto delle affermazioni che contiene, ma non migliora l’opinione che se ne può avere.

L’autrice del discorso confonde materie che non devono essere confuse, non si sa se per intenti ideologici, impreparazione o semplice brama di immeritata popolarità. Ancora una volta: non contano qui né l’appartenenza della parlamentare, né le opinioni individuali sull’invio di militari in Iraq o altre aree del mondo come truppe di pace, o comunque il diritto internazionale le voglia definire.

Per decenni, migliaia di Italiani vittime e parenti di vittime degli atti terroristici che scossero la Penisola negli anni Settanta sono state (e talvolta sono ancora) umiliate dai terroristi colpevoli di quei fatti, invitati a parlare in televisione, scrivere sui giornali e presentare i loro libri per giustificare le loro scelleratezze, per «cercare di capire le loro motivazioni,» come amava dire chi dava loro spazio, mentre i familiari delle vittime di costoro piangevano i propri morti, ignorati dai media e spesso anche dallo Stato. Sentire oggi una parlamentare che mette sullo stesso piano le vittime di Nasiriyya e il loro attentatore, ricorda molto da vicino quella deformazione della realtà.

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Una posizione nella quale si mischiano sciaguratamente due scuole. Una di origine cattolica: male interpretando l’idea di «perdono» e la parabola del figliol prodigo, si finisce con l’esaltare il peccatore dimenticando le conseguenze del peccato. L’altra di origine marxista: chiunque lotti per liberarsi da quella che ritiene un’oppressione, merita di essere capito e sostenuto, anche se lotta con metodi violenti e illegittimi. Due deformazioni di principi per sé nobili (la possibilità di riscatto dall’errore umano e la lotta per conquistare dignità e libertà dall’oppressore) che, fondendosi, diventano un’ideologia perversa: secondo gli stessi canoni, i preti pedofili sono «fratelli che sbagliano,» pertanto, anziché consegnarli al Tribunale, ci si limita a trasferirli di parrocchia dopo un rimprovero di circostanza; i terroristi erano «compagni che sbagliavano,» allora se ne condannano formalmente gli atti, ma poi li si invita qui e là a tenere pubblici discorsi a propria giustificazione; l’attentatore di Nasiriyya uccide, certamente sbaglia, ma sta dalla parte di chi lotta per emanciparsi (?), allora va capito ed è vittima anch’egli. Non è tutto così semplice.

Vi è il piano della pietà per i morti. Questa sì, vale per tutti, vittime e carnefici, ma è una considerazione morale e, come tale, risiede nella solitudine della coscienza dei singoli. Non è oggetto di rapporti sociali, pertanto non ha posto in un discorso parlamentare.

Vi è il piano delle condotte soggettive. Qui, il quadro è molto chiaro. Se si ritiene che l’autore dell’attentato di Nasiriyya sia stato indotto a compierlo da altri, si indichino le persone che avrebbero agito su quel giovane per scemarne la responsabilità. Chi avrebbe influito su di lui, per fargli assumere in modo predeterminato una condotta criminale che andrebbe almeno in parte addebitata ad altri, se così fosse? Colui che si mette alla guida di un automezzo, lo carica di esplosivo e lo dirige verso un edificio per farlo esplodere con l’intento di uccidere chi si trova in quel luogo, come ha fatto l’attentatore di Nasiriyya, agisce con dolo e premeditazione. Sino a prova del contrario, i suoi atti sono frutto di deliberazioni consapevoli. Se a tali deliberazioni è stato indotto da altri, che lo avrebbero posto in stato di incoscienza tale da renderlo non imputabile, bisogna dire o trovare soggettivamente chi è stato: non ci si può riferire a condizioni oggettive di povertà, a falsi convincimenti politici o religiosi. Se non è in stato d’incapacità, un uomo che pone in essere questa condotta, anche se ignorante, povero o sfortunato, agisce deliberatamente. Pertanto egli è il colpevole e chi perisce a causa della sua criminale deliberazione è la vittima. Non vi è possibilità di confusione tra i due ruoli.

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Vi è il piano delle relazioni internazionali. Colpiti dagli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati uniti d’America attuarono una serie di azioni, sotto la guida dell’allora Presidente George W. Bush. L’oblio in cui è caduto questo presidente è una prova dell’inadeguatezza delle sue strategie. Persino Jimmy Carter, la cui presidenza restò segnata dal tragico fallimento della liberazione degli ostaggi americani a Teheran, è riuscito a riscattare la sua immagine, dopo la fine del suo mandato. Non è stato il caso di George W. Bush, almeno sinora. Nelle sue strategie si mischiava una parte di idealismo – se noi abbattiamo le dittature del Medio oriente, avvieremo un circolo virtuoso che libererà la regione dai regimi dispotici e dai focolai del terrorismo internazionale – ma anche un chiaro disegno egemonico, per assumere posizioni di controllo in una regione che non trova pace dalla caduta dell’Impero ottomano, ma fa gola per le sue risorse petrolifere e per la sua collocazione geopolitica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Con buona pace di Bush, l’Iraq, oggi, anche se se ne parla meno, presenta una situazione interna non meno tragica di quella della Siria.

I governanti votati a maggioranza dagli Italiani, in quegli anni, ritennero di seguire la strategia degli Stati uniti. Messa dagli elettori nelle mani di una nuova classe dirigente, L’Italia commise, a mio sommesso avviso, un grossolano errore di politica estera: abbandonò il ruolo di mediazione che si era ritagliata in Medio oriente, che aveva permesso alla Penisola, Paese piccolo e privo di tradizione sullo scacchiere globale, di giocare un ruolo di nicchia, pieno di insidie, ma nel quale poteva avere una propria voce. Abbandonata questa posizione, all’Italia non restò che appiattirsi sulle posizioni statunitensi e accodarsi ai disegni strategici di George W. Bush, ma senza la presenza scenica internazionale della Francia o dell’Inghilterra e senza il prestigio e la forza della Germania.

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I militari italiani in Iraq non erano soggettivamente responsabili di queste scelte. Tanto meno, chi ha attentato alle loro vite può essere giustificato perché avrebbe agito per liberarsi da «truppe d’occupazione.» L’espressione «truppe d’occupazione,» usata dalla parlamentare italiana, ha un senso preciso, che non coincide con ciò che stavano facendo i militari italiani in Iraq. Si può dissentire sull’opportunità della loro presenza in quel Paese, ma l’uso di categorie linguistiche e giuridiche errate è il modo peggiore per sostenere qualunque opinione.

Distinguere il bene dal male è possibile. Non servono né ideologie politiche, né testi sacri di qualche religione. Con un cammino durato secoli di lacrime e sangue, l’Europa e l’Occidente, con tutti i loro difetti, hanno sviluppato uno strumentario intellettuale imperfetto, certamente, ma che basta a distinguere chi è vittima da chi è carnefice, a separare lo Stato dalla religione, le responsabilità soggettive da quelle oggettive, la legge dall’ideologia. Da chi svolge ruoli pubblici ci si attende la capacità di utilizzare questo patrimonio di pensiero, prima di aprir bocca. Non è poi così difficile: a volte, basta un po’ di buon senso.

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