Ministro d’origini africane, questione di metodo

In Italia è stata nominata ministro una persona di origini africane. Questo fatto ha suscitato reazioni contrarie, diffuse rapidamente anche attraverso le reti sociali. Rimanendo alle questioni di metodo e tralasciando ogni altra considerazione di parte, valutiamo alcune delle affermazioni che si sono diffuse intorno alla nomina della signora Cécile Kyenge Kashetu a Ministro dell’integrazione del nuovo Governo italiano.

«La nomina di un ministro di colore è un fatto storico.» Questa affermazione, ripetuta per giorni anche dai più seguiti organi d’informazione italiani, è priva di causa. Poiché non vi deve essere discriminazione tra persone che hanno diverso colore della pelle, la nomina di un ministro di pelle nera non è diversa dalla nomina di un ministro di pelle bianca, pertanto non è un fatto storico e non è neppure una notizia. Storico semmai è che sia diventata ministro una persona immigrata e integrata. Questo è il fatto che indica un mutamento storico, non il colore della pelle. La differenza non è superficiale.

«La signora Kyenge non sarebbe ‘completamente italiana’» poiché nata in Congo. La signora Kyenge ha ottenuto la cittadinanza italiana secondo le leggi della Repubblica in materia di naturalizzazione. Chi adempie i criteri di naturalizzazione stabiliti dalle leggi di uno Stato ne diventa cittadino e ne acquisisce pienamente diritti e doveri. Si può non essere d’accordo sui presupposti stabiliti per l’acquisizione della cittadinanza:  la critica allora deve essere rivolta ai criteri oggettivi della legge, non soggettivamente a una persona che ne ha beneficiato. Lo stesso vale per il diritto di un cittadino naturalizzato a mantenere la cittadinanza del proprio Paese d’origine. Non risulta, d’altra parte, che in Italia ottenere la cittadinanza sia più facile che in altri Paesi europei.

«Il ministro Kyenge vuole concedere agli immigrati lo ius soli, che è un diritto alla cittadinanza senza doveri.» Questo è il tema sul quale si affollano le opinioni più colorite. Sembra essere diffusa la convinzione che ius soli significhi per forza cittadinanza automatica a chi nasce sul territorio di uno Stato o vi risiede. Non è così. Gli Stati europei che adottano lo ius soli lo mitigano con vari altri requisiti, ad esempio un periodo minimo di residenza dei genitori nel Paese. Per esprimere una critica, bisogna sapere in quali forme il Ministro intende proporre lo ius soli in Italia, analizzando il suo progetto. Ciò non è possibile, poiché il progetto ancora non c’è.

Legga anche:  Limes lava più bianco

Essere cittadina naturalizzata e di colore non rende il ministro Cécile Kyenge infallibile o esente da critiche: come si è detto, la questione è di metodo. Alle persone – anche ai ministri – si guarda per le loro condotte e le critiche si esprimono nel merito degli atti, qualunque colore abbia chi li compie o li propone.

Nelle valutazioni espresse con riferimenti alla razza o all’origine non ci si può appellare alla libertà d’opinione e d’espressione, così come non si può uccidere appellandosi alla libertà di autodeterminazione e non si può truffare in nome della libertà di iniziativa economica. Sul tema non è il caso di richiamare i buoni sentimenti, la comprensione verso la diversità o altri argomenti condivisibili, ma che restano nella sfera morale o del costume. Come si vede, vi sono elementi oggettivi sufficienti per inquadrare la questione prima di aver bisogno di chiamare in causa la tolleranza, lo spirito d’accoglienza o, peggio, le opinioni di partito.

Si può scegliere di ignorare ciò che si è scritto e detto in Italia sulla nomina di un ministro di origini africane, liquidandolo come opinioni di minoranze insignificanti. Alcune delle espressioni citate sopra, però, sono comparse anche su giornali a larga diffusione e con firme non sconosciute. Da decenni, in Europa, si sta disinvestendo dalla cultura e dalla scuola, perché, secondo alcuni, costano ma non danno da mangiare. Ciò che si è letto in Italia in questi giorni sul nuovo ministro conferma che questo disinvestimento comincia ad avere conseguenze, che rischiano di costare molto di più di quanto si sperava di risparmiare.

3 commenti

  1. Però ecco sulla prima affermazione si potrebbe discutere… cioè storicamente è la prima volta, allora anche il presidente USA non avrebbe dovuto suscitare quelle reazioni… intendo dire che mi sembra una reazione naturale…

    • Luca Lovisolo

      Grazie per il commento. Di principio varrebbe anche per Barack Obama: bisogna però considerare la differenza del retroterra storico. Negli Stati uniti (come, ancor più radicalmente, in Sud Africa) il colore della pelle ha rappresentato per secoli una discriminazione che era un elemento oggettivo, nell’ordinamento e nella società: per i neri valevano leggi (a volte non scritte), regole e costumi diversi da quelli che valevano per i bianchi. Ecco perché l’elezione di un Presidente di colore (Barack Obama negli USA o Nelson Mandela in Sud Africa) può ben dirsi un fatto storico per sé, poiché segna idealmente (e anche concretamente, soprattutto in Sud Africa) il superamento definitivo di una radicata distinzione sociale fondata sul colore della pelle, un percorso che rimanda a Martin Luther King e Rose Parks. In Italia non vi è questo passato, forse è anche improprio parlare di discriminazione in senso stretto, per il colore della pelle: vi sono resistenze crescenti verso tutte le comunità di immigrati, non tutte di colore, provenienti da Paesi meno ricchi. In questo contesto, la sottolineatura del colore della pelle verso un ministro introduce un elemento estraneo e appare inadeguata. Negli USA o in Sud Africa l’ascesa al potere di una persona di pelle nera significò il superamento di una condizione di diversità che era de jure o de facto parte dell’ordinamento della società e dello Stato, in Italia no. I problemi con le comunità immigrate esistono, ma credo che vadano affrontati e risolti per ciò che sono, senza introdurre ulteriori sottolineature o elementi estranei, anche sul piano del linguaggio.

  2. In Italia si parla sempre tanto e con troppa leggerezza di tutto: le famose «chiacchiere da bar.» È tipico del nostro Paese. Ma il fatto che anche nel giornalismo si tenda a scrivere senza pensare al significato e alla portata delle proprie parole la dice lunga sulle capacità critiche e sul grado di cultura di chi dovrebbe farci capire l’essenza delle questioni e rappresentare una sorta di «faro» in questa notte che stiamo attraversando in campo politico, morale, culturale e sociale. Di male in peggio!

Commentare questo articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*