L’insostenibile leggerezza della conferenza stampa

Ho avuto modo di confrontare direttamente la conferenza stampa di fine anno del Presidente della Federazione russa, Vladimir Vladimirovič Putin, e quella del Capo del Governo italiano, Matteo Renzi, seguendone integralmente le dirette televisive originali. Il paragone è impietoso, non solo per quando riguarda i due uomini di Stato, ma anche per la preparazione dei giornalisti che interrogavano i due leader.

E’ naturale, si dirà, che un Paese gigantesco e attivo su mille fronti, come la Russia, abbia una presenza diversa da quella di un piccolo Stato europeo, che, come molti suoi vicini, non ha oggi, da solo, alcuna possibilità di condizionare i destini del mondo. Ciò non giustifica, però, l’abnorme divario qualitativo tra la conferenza stampa trasmessa da Roma e quella vistasi da Mosca.

Tra poco l’Italia dovrà eleggere un nuovo Capo dello Stato, essendo imminenti le dimissioni di quello attuale. Ebbene, con poche eccezioni, i giornalisti in sala sono sembrati incapaci di porre domande che, direttamente o indirettamente, non si riferissero alle dietrologie, agli intrighi e ai maneggi per la scelta del candidato alla Presidenza della Repubblica. Sui provvedimenti del Governo Renzi si possono avere le opinioni più diverse, ma non si può negare che egli abbia promosso, negli ultimi mesi, un certo numero di azioni sul piano legislativo e istituzionale destinate a incidere piuttosto a fondo, in Italia: nessuno o pochi, in sala, sembrava avere la volontà di interrogare il Capo del Governo con una certa precisione nel merito.

Vengono in mente le scene viste da Mosca, dove, invece, durante la conferenza di fine d’anno alcuni coraggiosi giornalisti critici hanno interrogato Putin sulla situazione in Ucraina e Cecenia, tanto direttamente che, alla domanda di Ksenja Sobčak che chiedeva al Presidente russo di rispondere sull’effettiva operatività della Costituzione e delle leggi russe in Cecenia, Putin si è voltato verso il moderatore della conferenza e gli ha chiesto, tra l’irritato e il faceto: «Perché le hai dato la parola?» Sono domande che in Russia ai giornalisti costano care, a qualcuno anche la vita. In Italia questo rischio non esiste, ma coloro che avrebbero dovuto porre domande al Capo del Governo italiano sono sembrati semplicemente impreparati, e quest’ultimo, da parte sua, non è sembrato dispiacersene.

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C’è un enorme problema di linguaggio, oltre a tutto il resto, che divide l’Italia dal mondo: imprenditori, politici, dirigenti non riescono a sintetizzare i loro interventi, si rifugiano in citazioni fuori luogo, sconfinano nella battuta da bar. Neppure il Capo del Governo fa più eccezione. Anche Putin è sortito con un paio di battute davvero infelici, ma i suoi interventi hanno confermato che a detenere il primato intellettuale, oggi, non è l’Europa e non sono gli Stati uniti.

La superiorità intellettuale non esiste solo in positivo: ne esiste anche una perversa, e la Storia è piena d’esempi. La pericolosa strategia revisionista della Russia di oggi è innanzitutto un articolato disegno intellettuale, che Vladimir Putin concretizza in una coerente azione politica, dialettica e militare. Persino il cosiddetto «Stato islamico» mostra una capacità di mobilitazione che è innanzitutto un’energia intellettuale, espressa nei video di reclutamento e negli slogan antioccidentali. Se queste forze ormai dilagano, si deve anche alla straordinaria debolezza di pensiero di noi occidentali: non si combattono con un tweet, con la citazione di un film, con un selfie. Se mai si fermeranno, sarà perché avranno finito i soldi, non perché noi avremo saputo opporvi un progetto per un mondo migliore.

Dalla conferenza stampa del Capo del Governo italiano è mancato poi un serio riferimento alle questioni internazionali. Egli ha vantato come successo diplomatico l’elezione della dott.ssa Federica Mogherini alla carica di Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea. Vista dall’Italia, è senz’altro un successo: vista da fuori della Penisola, questa nomina significa che l’Europa ha rinunciato di fatto a condurre una politica estera comune di alto profilo, per lasciare i destini del Continente in mano alle disunite cancellerie nazionali, in particolare, in questo momento, a quella tedesca. Una vittoria di Pirro, per l’Italia, mentre la crisi tra Russia e Ucraina mette in difficoltà crescente l’export italiano. La Libia, ex colonia italiana ormai senza governo (chi ricorda la Somalia?…), sta diventando un’immensa testa di ponte per le milizie del cosiddetto «Stato islamico,» oltre che punto di partenza per i flussi di migranti che arrivano sulle coste meridionali dell’Italia e dell’Europa. Per tacere (infatti, durante la conferenza stampa, s’è taciuto) della controversia con l’India ormai nota come «caso marò.»

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Quale strategia ha sviluppato l’Italia, insieme all’Europa, su questi scenari? Non una parola. Siamo in crisi, concentriamoci sulle questioni di casa nostra, si legge e si sente dire spesso. Non c’è argomento più pretestuoso, in un’epoca in cui la ripresa economica dipende essenzialmente dalle esportazioni e la sicurezza delle nostre città, in Europa, si potrà garantire soltanto spegnendo alla radice i focolai di tensione e iniquità presenti in alcune precise aree del mondo, dal Medio oriente all’Africa, sino al confine orientale dell’Unione europea. Il confronto tra le conferenze stampa di Renzi e di Putin ha reso visibile che a vincere, su questi teatri globali, è  chi ha obiettivi chiari e capacità di articolarli con spregiudicata consapevolezza. Purtroppo, la legittimità di tali obiettivi non è sempre il fattore determinante.

L’impressione è che, almeno in Italia, sotto le facili parole regni, su questi temi, una profonda e pericolosissima incompetenza, non solo da parte di molti politici eletti in alte cariche, ma anche nel mondo dei media e della comunicazione. Tutti si beano di luoghi comuni ereditati dal passato. Tanto, alla fine, qualcuno fa una battuta spiritosa, tutti ridono e si cambia discorso. Come al bar. Buon 2015.

2 commenti

  1. Essendo abituato a seguire i TG britannici (che comunque non sono la perfezione), non riesco veramente più a sopportare quelli italiani. Non solo perché fanno sfacciatamente propaganda (questo potrei anche «capirlo»), ma perché banalizzano qualsiasi cosa o si inventano dei servizi che sembrano (e forse lo sono) fatti per riempire tre minuti in più di telegiornale.
    Cito un esempio: dopo la recente tragedia del Norman Atlantic un giornalista del Tg2 ha citato l’espressione di fiducia (ma va?) della moglie e figlia del comandante del traghetto verso il loro familiare, certe che (magari a differenza di quello dell’Isola del Giglio) il disastro non fosse colpa sua. Questa manifestazione di affetto familiare faceva concludere il giornalista che stavolta c’era speranza. Fine del servizio. Penso che si commenti da sé. Qui in Inghilterra invece i giornalisti, oltre a raccontare fatti, mi sembra si facciano delle domande anche in qualità di cittadini, cercandoti di spiegare le cose, ad esempio che cos’è un “quantitative easing”.

    • Buongiorno Fausto, fra il giornalismo anglosassone e quello italiano vi sono profonde differenze di cultura e tradizione, non bisogna dimenticarlo. La mia generazione ha avuto la fortuna di leggere ancora i giornali sui quali scrivevano i Biagi, i Montanelli, i Massimo Mila e Frane Barbiari. Ciascuno aveva una personale posizione politica, come è naturale: questa poteva anche emergere, ma non prevaleva mai sulla sostanza. La ragione è che i giornalisti di quella stagione erano, innanzitutto, profondi conoscitori di ciò che scrivevano. Ciò che sembra perduto, tra i giornalisti di oggi, è proprio questo legame con la consapevolezza dei contenuti, sostituita da abilità ben più superficiali di elaborazione tecnica, alle quali, purtroppo, si affianca in molti casi una sempre meno sopportabile vanità. Cordiali saluti. LL

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