Il dilemma del Sovrano

Il prossimo fine settimana il Sovrano italiano sarà chiamato a esprimersi in una votazione che assume tratti storici. Vi sono alcuni punti fermi che non sembra inutile considerare, guardando la Penisola da fuori, prendendosi qualche minuto.

L’attenzione con la quale gli altri Paesi guardano alle votazioni italiane è ben superiore a quanto gli Italiani stessi sembrano pensare. Seguendo dall’esterno le discussioni che precedono le elezioni, si ha la sensazione che forse nella Penisola non sempre si percepiscano precisamente le priorità che un Paese nella posizione dell’Italia dovrebbe darsi oggi.

E’ sfiancante sentire il costante ritorno di alcuni tormentoni: uno fra tanti, la riforma del diritto di famiglia per consentire il matrimonio omosessuale. Nulla contro l’esigenza di regolamentare questo aspetto, mettendosi al pari di altri Paesi europei. Il Sovrano italiano, però, oggi deve dimostrare di saper indicare nelle urne innanzitutto le soluzioni per creare quella condizione che permette a qualunque coppia di esistere: un tessuto economico moderno, dal quale nascano opportunità di impiego. Ricordava una nota canzone che «chi non lavora non fa l’amore:» in nessuna delle combinazioni possibili, si può aggiungere.

E’ di questi giorni l’ennesima proposta di un referendum sull’uscita dell’Italia dalla zona euro. Non entriamo nel merito della questione. Di fronte a questo tema, però, bisognerebbe chiedersi se un tale referendum sarebbe costituzionalmente ammissibile. Chi propone il referendum sembra ignorare del tutto il problema. Nella smania di conquistare voti si moltiplicano da molte parti proposte di provvedimenti di fatto irrealizzabili, se si guarda alle basi costituzionali e ai trattati internazionali dei quali l’Italia è firmataria. Due sono le possibilità: o chi avanza queste proposte ha davvero l’intenzione di abbattere lo Stato di diritto (ma non lo dice), oppure si guadagna credito proponendo provvedimenti che sa essere inattuabili.

Altri personaggi promettono la restituzione di imposte usando denaro ricavato da un accordo fiscale con la Svizzera ancora del tutto incerto. Anche tralasciando che, come ben sappiamo proprio qui in Svizzera, gli stessi personaggi hanno duramente avversato per anni proprio questo accordo, se anche si giungesse alla firma vi è la possibilità molto concreta che in Svizzera l’eventuale trattato sia sottoposto a referendum, con esiti per nulla sicuri. Anche questo, però, agli elettori italiani viene generalmente taciuto.

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Tutti i problemi aperti hanno anche un profilo oggettivo. Meriterebbe analizzarli sotto questo profilo, non ci vorrebbe poi molto. Si preferisce, invece, stordire gli elettori con le promesse, dimenticando persino la distinzione tra i temi che possono essere oggetto di normale battaglia elettorale e quelli che avrebbero ricadute costituzionali, non tutte felici. Il quadro che se ne ricava è spiacevolmente surreale.

L’Europa (non solo i Paesi dell’Unione europea) è di fronte a sfide storiche. Sulla costa sud del Mediterraneo e poco più in là, tra Sahel e Maghreb, si agitano rivoluzioni mosse da burattinai votati all’estremismo religioso. Tutt’intorno, Paesi di grandi dimensioni come Russia, Cina e India sfidano l’Europa con i loro tassi di crescita. Senza competitività economica e adeguati orientamenti strategici non c’è da illudersi che il modello di convivenza e di libertà civili sviluppato da noi Europei possa durare a lungo. La preminenza economica è sempre più nelle mani di Paesi che non si riconoscono in questi valori, o li affermano solo a parole.

Aiutato da una generale scarsa attitudine per i fatti internazionali, il Sovrano italiano sembra sottovalutare il ruolo del suo Paese all’interno degli equilibri globali. L’Italia è uno dei principali Paesi europei. L’Europa non è questione di monete o di supremazie tra Italiani e Tedeschi. E’ un complesso di diritti fondamentali e di libertà che ci siamo conquistati in secoli di guerre contro la prevaricazione delle monarchie di diritto divino e vincendo recenti dittature sanguinarie. Illudersi che la nostra civiltà sia un patrimonio indistruttibile e che possa essere difesa a lungo da Stati singoli, se il Continente si indebolisce, è irresponsabile.

Questi temi, però, sono assenti dal dibattito che precede le votazioni italiane, benché il Nord Africa sia a due passi dalle coste della Penisola e il protagonismo delle nuove economie mondiali cresca ogni giorno di più, senza che le imprese Italiane riescano ancora a compensare cogliendo adeguatamente le opportunità di esportazione verso Oriente.

Tra gli osservatori si è fatto sempre più forte il timore che il Sovrano italiano possa nuovamente affidare la rappresentanza della Penisola nelle sedi internazionali a personalità deboli, incapaci di portare un contributo costruttivo e che comprometterebbero la credibilità complessiva dell’Europa e della moneta unica. Non è un’osservazione da propaganda: seguendo l’attualità internazionale questo timore si percepisce con chiarezza. L’Italia non è un microstato che può permettersi di vivere all’ombra di qualche grande fratello, marcando la sua identità con dei pennacchi colorati sui berretti delle guardie di confine.

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Del disfacimento degli ultimi decenni il Sovrano italiano si è spesso lavato le mani, addossandone la colpa ai «politici» eletti con una legge che non consente di esprimere il voto di preferenza. Il giudizio sull’infelice sistema elettorale si può solo condividere. Non bisogna dimenticare, però, che nei mesi scorsi in più di un importante Consiglio regionale italiano, dove è possibile votare esprimendo le preferenze, sono stati arrestati con le mani nel sacco consiglieri di vari partiti eletti con decine di migliaia di voti di preferenza personale.

I cittadini che avevano votato questi figuri, intervistati, non hanno esitato a proclamare che lo rifarebbero, in una logica di voto di scambio pacificamente dichiarato («io ti voto, ti lascio rubare, ma tu assumi mio figlio alla Municipalizzata»). Sono segni che, forse, il Sovrano elettore non percepisce sempre la sua quota di corresponsabilità, nella caduta che ha travolto il suo Paese dal boom degli anni Sessanta al malessere di oggi.

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