USA-Iran: una scelta razionale

Teheran | © Borna_Mir
Teheran | © Borna_Mir

 

Concluso il cosiddetto «accordo sul nucleare iraniano» si pongono alcune domande riassuntive sui processi che hanno condotto alla mutazione delle relazioni tra la comunità internazionale e il Governo di Teheran. Provo qui a riconoscere alcuni sviluppi sulla base di un approccio analitico, sviando dal discorso meramente politico.

Con il nuovo orientamento delle relazioni internazionali degli USA, impresso da Jimmy Carter dal 1977, e dopo gli eventi del 1979, quando 52 diplomatici statunitensi furono trattenuti come ostaggi per 444 giorni nell’ambasciata USA a Teheran, la relazione fra gli Stati uniti e l’Iran, prima amichevole, cadde in profonda crisi. Il costituirsi in Iran di una «repubblica islamica» e il successivo sospetto che durante la presidenza del fondamentalista Mahmud Ahmadinejad (2005-2013) Teheran predisponesse piani di armamento nucleare, guastarono l’intero quadro delle relazioni regionali, in particolare con gli altri alleati degli Stati uniti, Israele e l’Arabia saudita. Israele si sentì minacciato dagli eventi in corso in Iran, Paese diviso a sua volta dall’Arabia saudita dall’antagonismo religioso tra confessioni islamiche sciite e sunnite.

Da alcuni anni è ormai chiaro che lo stato delle relazioni internazionali in Medio oriente non è più adeguato ai drammatici mutamenti globali in corso. A scatenare il cambiamento è stato principalmente il diffondersi dell’ondata terrorista di matrice islamica, con la comparsa nella regione del cosiddetto «Stato islamico.» Dal punto di vista iraniano, inoltre, le conseguenze delle sanzioni economiche si sono fatte sempre più difficili da sopportare.

Alla base della svolta nelle relazioni tra gli USA, la comunità internazionale e l’Iran vi è una scelta razionale, un processo di rational choice. Si doveva impedire che l’Iran realizzasse un’arma nucleare. La scelta era fra un’azione militare, che avrebbe potuto scatenare una guerra, oppure un accordo con il Governo di Teheran, che presentava rischi ma era senz’altro possibile. I rischi dell’accordo sono sopportabili: se l’Iran non mantiene la parola, le sanzioni, che danneggiano a fondo economicamente il Paese, dopo essere state revocate possono essere riapplicate. L’Iran, intanto, può proseguire il suo programma nucleare a fini civili. La comunità internazionale, da parte sua, ha interesse a rispettare l’accordo con l’Iran, in particolare perché evita un confronto militare e la proliferazione delle armi nucleari. Queste circostanze sono state ampiamente illustrate dal Presidente degli Stati uniti, Barack Obama, durante la conferenza stampa tenuta a seguito della conclusione dell’accordo. Con quest’argomentazione logica egli tenta ora di convincere il suo parlamento a ratificare l’accordo con l’Iran.

Un analogo processo di rational choice si ebbe negli anni Settanta, durante la guerra fredda, nel quadro degli accordi sul disarmo tra la NATO e il Patto di Varsavia. Si dovette decidere, allora, se proseguire in una corsa agli armamenti non più economicamente sopportabile, oppure se limitare le armi strategiche in una misura tale che non compromettesse comunque il potenziale distruttivo dei due blocchi. In caso di accordo, entrambe le parti avrebbero solo avuto da guadagnare. Questa constatazione fece convenire con successo al tavolo del negoziato, allora come oggi, due parti divise da una forte contrapposizione ideologica e politica.

Ciò per quanto concerne la questione del potenziale atomico iraniano. Se ora guardiamo all’intero scenario, riconosciamo, nella strategia estera degli Stati uniti, segni di un orientamento idealista. Washington vuole muovere qualcosa, in Medio oriente, e portarvi un ordine che guardi al futuro, rimuovendo gli ostacoli che impediscono la cooperazione con un attore determinante della regione. Un simile afflato idealista si riconosceva persino della decisione di Bush figlio di aggredire l’Iraq, nel 2003. Allora si voleva addirittura «esportare la democrazia» e costruire uno Stato-modello per tutta quella regione. G.W. Bush, però, puntò a quell’obiettivo impiegando le armi del suo realismo offensivo, che gli sfuggirono in fretta di mano e il suo idealismo svelò un progetto egemonico. Oggi, Barack Obama, con Cuba e con l’Iran, tenta di raggiungere obiettivi idealistici nel segno della cooperazione.

Che Israele provi con ogni mezzo a contrastare il riavvicinamento degli Stati uniti con l’Iran si spiega con il fatto che Israele, nelle sue relazioni con i popoli vicini e in particolare con i palestinesi, resta fedele a un ferreo realismo classico: parte dal presupposto che esista un potenziale di conflitto a tempo indeterminato, strutturalmente radicato nelle religioni e nella storia di quella regione del mondo. Nelle sue relazioni esterne, pertanto, punta in prima linea alla sua sicurezza militare, se non a una costante disponibilità al conflitto. E’ per questo motivo culturale che il capo del Governo israeliano Netanyahu definisce l’accordo con l’Iran un «errore storico.» A queste condizioni, di idealismo non è neppure possibile parlare. Questa diversità di concezione mette oggi Israele e gli Stati uniti in rotta di collisione.

Il nuovo internazionalismo di Washington, più idealista, che contraddistingue l’ultima parte del mandato di Obama, resta però incerto. Su altri teatri, ad esempio sullo scenario russo-ucraino, l’amministrazione statunitense non agisce secondo gli stessi principi. In quel contesto mancano, infatti, le possibilità di una scelta razionale il cui esito salverebbe i vantaggi individuali relativi conseguiti dalle parti. Qui viene alla luce la debolezza del nuovo corso della politica estera degli Stati uniti. Un idealismo che si fonda su scelte razionali non può volare davvero alto, poiché l’idealismo presuppone la disponibilità di fissare degli obiettivi in qualche luogo oltre l’utile individuale razionalmente provato. Dai passati modelli di una politica estera più nettamente idealista, come il riordinamento dell’Europa avviato da Woodrow Wilson dopo la prima Guerra mondiale o la Ostpolitik tedesca di Willy Brandt negli anni Settanta, gli sforzi di Obama restano ancora lontani, sebbene l’ordine mondiale si trovi di fronte, oggi, a sfide non più semplici che in quel giovane passato. | >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore).

 

2 commenti

  1. Salve Luca,

    non credo che George W. Bush fosse mosso da idealismo, o perlomeno che non lo fossero i suoi consiglieri. L'”esportazione della democrazia” è un pretesto buono per i mezzi di comunicazione (e anche per le truppe), così come nell’800 si voleva “civilizzare” l’Africa.
    Gli eserciti non vengono smossi per degli ideali, ma per motivi politico-economici. Nel caso dell’Iraq ricco di petrolio, Saddam non era più funzionale agli interessi americani, per cui venne rimosso.

    Cordiali saluti

    • Luca Lovisolo

      Buongiorno Fausto, la presenza di un elemento idealista (nell’accezione tecnica usata nell’analisi delle relazioni internazionali) è in tutte le dichiarazioni di allora. Questo elemento, come sappiamo, fu smentito nei fatti, dal realismo aggressivo che contraddistinse tutta quella fase. Certamente anche le fonti di petrolio giocarono un ruolo. Sarebbe bello, ma purtroppo non è possibile, spiegare questi fenomeni in modo così semplice. Vi è sempre una complessità di fattori che interagiscono. Dire, ad esempio, che gli Stati uniti entrarono nella seconda Guerra mondiale, pagando un altissimo prezzo di vite umane, solo per ragioni politico-economiche, è profondamente ingiusto non solo verso coloro che combatterono, ma anche verso la verità storica. La volontà di ripristinare in Europa condizioni di libertà era reale. Che gli USA abbiano poi avuto una contropartita, non sposta la questione. Senza il loro intervento o ci saremmo autodistrutti o saremmo finiti tutti come spagnoli e portoghesi, sotto dittature sanguinarie fino agli anni Settanta. Cordiali saluti.

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