Grecia: il popolo non ha sempre ragione

La triste vicenda della Grecia richiama alla mente un sinistro errore che molti mali ha già addotto alla storia dell’Europa moderna: l’idea che ricorrere alla voce del popolo risolva tutti i problemi e che dalle elezioni possa uscire, con una sorta d’innocenza infantile, la parola chiave per superare l’incapacità dei «politici» di risolvere qualche grave crisi.

Secondo la scadenza naturale, le elezioni in Grecia si sarebbero dovute tenere a fine 2013. Se si guarda alla storia del giovane Parlamento greco, si osserva che in realtà dal 1974, anno di nascita della Grecia moderna dopo la caduta della dittatura dei colonnelli, le elezioni sono avvenute solo 5 volte alla loro scadenza naturale di quattro anni. Per ben otto volte (e adesso nove) sono state indette anticipatamente, anche a distanze ravvicinatissime, di pochi mesi.

In un contesto economico straordinariamente difficile per la Grecia e l’intera Europa, il risultato delle elezioni anticipate del 6 maggio ha prodotto l’impossibilità di dare al Paese un governo capace di agire, al punto da dover indire un’ennesima tornata elettorale dagli esiti ancor più incerti. Ci si affanna a dire che se così ha detto il popolo, non resta che prenderne atto. «E’ la democrazia, bellezza», chiosava frettolosamente qualche giorno fa il cronista di una rete televisiva italiana. In realtà, tutto ciò non sembra né democrazia, né tanto meno bellezza.

L’esercizio della sovranità popolare non avviene a caso, ma, in Grecia come in qualunque altro Stato di diritto moderno, nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione, ossia attraverso gli organi rappresentativi. Persino la Svizzera, che fa della democrazia diretta un vessillo della propria particolarità, non rinuncia alle sedi rappresentative – consigli, parlamenti e governi – che sono il punto d’incontro fra l’indirizzo generale dato dal sovrano (il popolo) e la capacità di concettualizzazione e azione indispensabile a governare una società.

E’ facile attribuire l’esito del voto greco alla rabbia della popolazione per le misure di austerità richieste dal risanamento di uno Stato già sostanzialmente fallito. E’ altrettanto facile attribuire l’origine di questi mali all’euro e all’Unione europea, magari alla Germania tout court. In molti Paesi del Sud Europa, oggi, chi propone l’uscita dall’euro e l’effimera riconquista di una «sovranità monetaria» come panacea di tutti i mali ha il successo elettorale in tasca. Alle spalle di questo messaggio però non vi sono argomenti tecnici convincenti. Ve ne sono, invece, a sostegno della tesi che l’uscita dall’euro aggraverebbe il disastro, ma questo è più difficile da spiegare in uno slogan elettorale. Dentro o fuori l’euro o l’Ue, per la Grecia, l’Italia e gli altri Paesi PIGS l’esigenza di risanare il bilancio non cambia comunque.

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Per ridurre uno Stato nelle condizioni della Grecia di oggi, il cui disastro è, su piani diversi, poco più avanti di quello di Italia, Spagna e Portogallo, non basta qualche governante incapace. Servono decenni di malgoverno e, soprattutto: nessun governante può ottenere un tale catastrofico esito senza la complicità dei governati. Di quel popolo, cioè, dal quale, giunti all’orlo del baratro, ci si attenderebbe ora un vaticinio risolutivo.

La situazione greca, è, per questo, non dissimile da quella della vicina Italia. Per decenni, governi e parlamenti hanno sperperato risorse per concedere favori sotto forma di pensioni facili, assunzioni in enti pubblici pachidermici, appalti gonfiati. Hanno bloccato lo sviluppo economico costituendo potentati a favore di corporazioni e categorie che oggi impediscono alla società di reagire ai cambiamenti. Chi ha governato così non solo non è stato fermato, ma è stato premiato dal voto dei cittadini, beneficati da una manna facile.

E’ inutile, di fronte al disastro economico, continuare a lamentare la separatezza di «politici» corrotti e incapaci rispetto a un «popolo» puro e innocente, poiché gli uni sono figli dell’altro, e se hanno governato, lo hanno fatto perché qualcuno ha scritto il loro nome su una scheda elettorale o barrato il simbolo del loro partito nel segreto dell’urna. Non una, ma molte e molte volte.

Gli organi rappresentativi sono, si diceva, il punto d’incontro fra l’indirizzo dato dal popolo, attraverso le elezioni, e la concretezza necessaria a governare nei fatti. Tali organi, perciò, sono già espressione della volontà popolare: chi vi siede, nei momenti difficili, deve ricordarsene. E’ nei momenti di particolare responsabilità che il parlamentare, il governante, l’amministratore pubblico è chiamato a cercare la sintesi tra il mandato che ha ricevuto dai suoi elettori e le cose da fare. Se di fronte al bivio non sa decidere altro che rimettere lo scettro al popolo, non compie affatto un atto «democratico.» Mina le radici stesse di una società autogovernata, portandola, come si è visto, all’impossibilità di governarsi.

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