Che fare dell’Europa?

Unione europea, bandiere | © Paul Grecaud
Unione europea, bandiere | © Paul Grecaud

L’Unione europea è spesso indicata come comunità fondata su basi puramente economiche. L’economia svolge un ruolo essenziale, le questioni di bilancio sollecitano più spesso il nostro interesse ed emergono più di altre, ma sono solo un mezzo per raggiungere lo scopo vero e proprio dell’Unione: il mantenimento della pace e del benessere in Europa.


 

Nell’eco della crisi greca risuonano ancora domande sul futuro dell’Unione europea. L’argomento viene spesso riassunto in un’espressione semplificatrice: ci serve «più» o «meno Europa?» Su queste alternative si discute animatamente.

Dopo la prima Guerra mondiale non fu più possibile ristabilire l’equilibrio di potenza che aveva determinato per secoli i rapporti di potere sul Continente e non era riuscito a evitare periodici, sanguinosi conflitti. La caduta degli imperi coloniali di Francia e Gran Bretagna dopo la seconda Guerra mondiale mutò nuovamente i rapporti di forza continentali. E’ pericoloso illudersi che gli Stati europei, oggi, potrebbero coesistere pacificamente anche senza le costrizioni dell’integrazione economica e politica dell’Unione europea. Restano molti motivi di concorrenza, anche al di fuori della competizione economica. La vecchia scuola di pensiero delle «zone d’influenza» non si è ancora estinta, in Europa, come dimostra la condotta della Russia. Il comportamento di Francia, Gran Bretagna e Italia nella prima fase della crisi libica, nel 2011, è stato un buon esempio della rapidità con cui fra Stati europei potrebbe nuovamente esplodere un conflitto.

Lo scopo dell’Unione europea è e resta idealista e istituzionale:

L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli. (Trattato sull’Unione europea, 2010/C 83/01, art. 3 cpv. 1)

Il ruolo delle istituzioni europee è fissato nell’art. 13 cpv. 1 del medesimo trattato:

L’Unione dispone di un quadro istituzionale che mira a promuoverne i valori, perseguirne gli obiettivi, servire i suoi interessi, quelli dei suoi cittadini e quelli degli Stati membri, garantire la coerenza, l’efficacia e la continuità delle sue politiche e delle sue azioni.

Non ci si potrebbe immaginare una dichiarazione di principi più chiara: i rapporti di forza naturali non garantiscono, da soli, il mantenimento della pace e del benessere in Europa. Con la costituzione di istituzioni europee si intende creare un ordine fondato su valori comuni. Il primo passo verso questo obiettivo è sì l’integrazione economica fra gli Stati membri, ma ciò non muta nulla allo scopo essenziale dell’Unione, che è situato ben oltre l’economia.

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Se la si depura dall’infinito chiacchiericcio della politica, la questione «più» o «meno Europa» significa questo: vogliamo continuare a perseguire l’obiettivo principale, idealistico, dell’integrazione europea («più Europa») oppure limitare questa integrazione alla misura di uno spazio economico comune («meno Europa»)?

Corso «Il mondo in cinque giorni»Se si intende restare fedeli allo scopo autentico dell’integrazione europea, la garanzia della pace e del benessere, bisogna allora riprendere in mano le questioni istituzionali a ciò collegate. Un obiettivo idealistico si raggiunge rafforzando le norme e le istituzioni comuni che ci guidano a tale obiettivo sulla base di valori condivisi. Esempio: una reazione coerente alla crisi greca sarebbe, in questo senso, la costituzione di un Ministero dell’economia europeo, dotato di concreti poteri di comando e controllo. Ciò comporterebbe, naturalmente, un’ulteriore cessione nominale di sovranità da parte dei Paesi dell’area euro: tuttavia, questi Stati, di fatto, non perderebbero il loro potere, poiché continuerebbero a esercitare tale sovranità attraverso le istituzioni di Bruxelles.

L’alternativa a questa via, l’indebolimento delle istituzioni europee postulato da alcuni gruppi d’opinione, trasformerebbe di fatto l’Ue in una zona di libero scambio, con regolamentazioni comuni molto generiche. Una zona di libero scambio non ha alcun centro di decisione politica, se non molto debole. Una tale forma di cooperazione tra gli Stati europei non sarebbe in grado di competere nel confronto con gli altri blocchi del pianeta: Russia, Stati uniti e Cina. I singoli Stati cadrebbero in fretta sotto l’influenza dei Paesi di maggiori dimensioni, a seconda del loro fabbisogno energetico, della loro posizione geografica o del loro orientamento politico.

Vi sono aree chiave nelle quali, oggi, i singoli Stati come tali non riescono più ad esercitare alcuna influenza: per citare alcuni esempi, la circolazione globale dei capitali, la questione energetica, i processi migratori, per tacere della sicurezza, della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. Indebolendo l’Unione, la sovranità degli Stati europei sarebbe seriamente compromessa, poiché i loro Governi, in molte aree essenziali, non sarebbero in grado di agire. Paesi relativamente piccoli come Francia, Italia e Germania non riuscirebbero a farsi ascoltare seriamente a Mosca, Pechino e Washington, ma anche in alcuni Stati dell’Asia centrale ricchi di risorse naturali.

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Questo è il vero bivio dinanzi al quale si trova il processo d’integrazione europea dopo la crisi greca. Che in molti Paesi del nostro continente un crescente numero di cittadini e di governanti di primo piano sembri non percepire la questione europea nella sua effettiva portata, non è un buon presupposto per risolvere questo dilemma guardando al futuro. 

| >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore).

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