Atene e Londra, tra astuzia e precipizio

Grexit | © Paulista
Grexit | © Paulista

L’Europa è di fronte a due referendum che la trascinano nell’incertezza. Si svolgono in Paesi e in periodi diversi, ma presentano analogie, nella concezione e nel significato, che vanno guardate da vicino: l’oggetto dei due referendum e la personalità dei due capi di Governo che ad Atene e a Londra si servono di questo strumento della democrazia diretta.


 

Nel Regno unito il popolo dovrà decidere sull’uscita del Paese dall’Unione europea. In Grecia la votazione concerne l’accettazione o meno di misure economiche. Gli oggetti di entrambi i referendum non corrispondono a l loro effettivo contenuto. Un «no» potrebbe causare l’uscita dei due Paesi dal processo di integrazione europea. Nessuno dei due è in grado in alcun modo – neppure l’Inghilterra – di giocare da solo un ruolo sul teatro mondiale. Gli effettivi oggetti dei referendum, pertanto, non sono l’uscita dall’Unione europea e, rispettivamente, la questione economica. I popoli dovrebbero essere messi dinanzi a due chiare alternative: vogliamo restare nell’Ue oppure vogliamo il [piano B]?

Ciò che dovrebbe esserci scritto tra le parentesi quadre come piano B nessuno lo dice, ai popoli di Regno unito e Grecia. Del resto, non si sa cosa sarebbe. Sul punto si possono solo fare delle supposizioni. La Grecia potrebbe andare incontro a un futuro come satellite della Russia. La Gran Bretagna potrebbe salvarsi dall’insignificanza con un intervento militare e qualche nuovo tipo di politica coloniale nelle zone di conflitto in Africa e Medio oriente. Il posto al sole, secondo il noto motto di Mussolini, costerebbe a Londra denaro e vite di soldati, e non potrebbe comunque evitarle una dipendenza dagli Stati uniti. Quale strada prendono la Grecia e il Regno unito, se i loro cittadini votano «no»? Risposta: silenzio. A queste condizioni i referendum non sono la «quintessenza della democrazia,» ma la quintessenza dell’abuso di questo importantissimo strumento di partecipazione democratica dei cittadini. Non si può escludere che i Capi di governo dei due Paesi sperino silenziosamente in un «sì,» anche se in pubblico parlano a favore del «no.»

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Ed eccoci agli uomini che a Londra e ad Atene hanno indetto, come primi ministri, queste votazioni. Appartengono entrambi, come il loro collega italiano, alla nuova generazione dei capi di Governo. Da quale partito politico provengano non ha importanza qui e ne ha sempre meno in generale. Sono nati decenni dopo la seconda Guerra mondiale e sono cresciuti nel sistema di istruzione europeo di fine ventesimo secolo.

Sono abili tattici, stringono spregiudicate alleanze di scopo, ci sanno fare con i media. Con i loro elettori intrattengono una sorta di rapporto cliente-fornitore. Se una decisione richiede una responsabilità personale troppo grande, guardano i sondaggi o indicono referendum: la soddisfazione del cliente è il bene più grande. Se poi la decisione si rivela sbagliata, nessun problema: in fondo, non hanno fatto altro che eseguire la volontà del popolo. In confronto a ciò che ci si attende da dei capi di Stato e di Governo, mostrano chiari deficit di cultura e capacità di sintesi, e questa non solo perché sono generalmente logorroici. Astuzia e intelligenza sono e restano due cose diverse. Della prima certamente non mancano.

Il processo di integrazione europea non ha alternative. A est, la Russia ha rinfrescato il concetto di zone d’influenza e lavora a un’edizione riveduta e corretta della dottrina Monroe, che assicurò agli USA una secolare influenza sull’America latina. Il Cremlino vuole ottenere esattamente la stessa cosa nel triangolo compreso fra Tallin, Roma e Lisbona. L’Unione europea è l’ultimo ostacolo che le resta da abbattere su questa strada.

A sud del Mediterraneo urlano terroristi che mettono in gioco il patrimonio di diritti umani sviluppato da noi europei e convincono migliaia di nostri concittadini a unirsi a loro e combattere. Si organizzino pure dei referendum in Europa, per «far esprimere il popolo:» ma su cosa? Nessun esercito sarà in grado di proteggere dei popoli che si consegnano volontariamente ai loro aguzzini.

| >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore).

11 commenti

  1. Caro Luca,

    Stavolta sono in totale disaccordo con la Sua analisi. Riconosco solo l’utilità di muoversi insieme ad altri Paesi sullo scenario mondiale, ma bisogna muoversi «a braccetto,» non incatenati. Ma andiamo per punti.

    1) Referendum britannico sull’Ue. Cameron ha cominciato a parlarne perché spaventato dall’avanzata dello Ukip, che aveva ottenuto un grosso risultato alle elezioni europee (con il sistema proporzionale). Ora lo Ukip è stato molto ridimensionato, sia grazie alla campagna mediatica feroce nei suoi confronti, sia magari a qualche sua uscita inopportuna e soprattutto grazie al sistema elettorale uninominale, che dà forza a chi è forte in una specifica area (Snp), pur non avendo una grossa percentuale su base nazionale. Lo Ukip è comunque il terzo partito ma ha solo due deputati. Ciononostante, Cameron magari non vuole rimangiarsi la parola (dando così nuova linfa a Farage). Cosa succederà se vinceranno i voti contro la Ue (cosa improbabile)? Che l’adesione all’Ue verrà rinegoziata. In fin dei conti, la Ue non è (e non deve essere) un’organizzazione mafiosa, dalla quale non puoi uscire se non con la morte, e la collaborazione fra stati avviene a livelli diversi. Svizzera, Norvegia, Islanda sono integrate ad es. a un altro livello, quello del See. I paesi Ue senza l’euro sono ancora su un altro livello.

    2) Referendum greco: fa bene Tsipras a dare la parola al popolo, per quanto sia un gioco rischioso. A che serve un’unione monetaria che è il cavallo di Troia per la distruzione dello Stato? Che c’entra il FMI nei problemi dell’eurozona? Per quello che mi ricordo, l’FMI era l’ente che aiutava (prestava soldi) agli Stati africani a condizione che privatizzassero i servizi (a vantaggio delle multinazionali). Guarda caso, la stessa cosa che si sta facendo in Grecia con i «tagli» alla spesa pubblica. Tsipras è stato anche fin troppo cauto, sarebbe già dovuto uscire dall’euro. Con la dracma, l’economia greca riprenderebbe vigore, perché lo stato greco potrebbe tornare a spendere a piacimento. La Grecia diventerà un satellite della Russia? Ben venga la Russia, dato che ora gli aguzzini stanno a Bruxelles.

    3) Non ritengo che in entrambi i casi si possa parlare di abuso del referendum, anche se, come detto, nel caso di Cameron è dovuto alla paura dell’avversario politico. Se c’è stato un abuso dei referendum è stato in Italia, nella cosiddetta «stagione referendaria.» In quel periodo, mentre il sistema politico stava mutando, si volle cominciare a cambiare le regole: cambiare tutto per non cambiare niente. Senza parlare poi di tutti quei referendum tecnici, dall’abolizione di ministeri subito ripristinati (agricoltura) ad altri quesiti astrusi. Quei referendum permettevano a personaggi come Segni e ai radicali di stare sulla scena politica.

    4) I capi di Governo in questione non sono cresciuti in un sistema di istruzione europeo (che non mi risulta esistere), ma nel sistema di istruzione dei rispettivi Paesi.

    5) Il processo di integrazione europea: io non sono contrario, in linea di principio, ma c’è modo e modo di compierlo. Ora è andato in una direzione che se non invertita, lo porterà all’autodistruzione.

    Cordiali saluti

    • Luca Lovisolo

      Buongiorno Fausto,

      Grazie per il Suo esteso commento, a cui rispondo altrettanto per punti. Poiché Lei è iscritto al mio corso di relazioni internazionali, scusandomi con gli altri lettori mi permetterò di rinviarla, per brevità, ad alcune lezioni recenti.

      1) Cameron ha indetto il referendum europeo su spinte interne, è noto. La politica internazionale però non può dipendere unilateralmente da giochi interni: Cameron ha fatto pessimo uso del «nested game» (lezione 20). Avrebbe dovuto ricordarsi della «Second image reversed» di Gourevitch, che sottolinea come i rapporti interni non solo influenzano quelli internazionali, ma anche il contrario. Se lo si dimentica, come sta facendo buona parte dei leader europei, qualcosa non funziona. Nella lezione 17 ho proposto una breve esercitazione proprio sul tema dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, vista secondo teorie analitiche oggettive. Provi a riguardarla, pur nella stringatezza Le chiarirà alcune incongruenze di questo passo del Primo ministro inglese.
      La Ue non è mafiosa, queste espressioni forti andrebbero riservate ad altre occasioni. Le procedure per uscirne esistono. L’articolo non concerne questo aspetto, ma il destino possibile di Inghilterra e Grecia fuori dall’Ue e l’incompiutezza del quesito posto ai votanti. In Svizzera si è tenuto recentemente un referendum che sta mettendo in seria discussione i rapporti con l’Ue. Lo si è fatto imprudentemente, pensando che si potessero rinegoziare gli accordi a piacimento. E’ un’assunzione pericolosa, poiché il diritto internazionale ha le sue regole e la credibilità ce la si gioca in fretta. Parlando da persona che vive in Svizzera, Le assicuro che il problema dei rapporti con l’Ue è tutt’altro che semplice. I «diversi livelli di adesione» a cui Lei fa riferimento non funzionano più, non perché l’Ue sia cattiva, ma perché il mondo è cambiato e da soli non si conta più nulla, altro che sottilizzare sui livelli.

      2) Sul dare la parola al popolo, dia un’occhiata a questo articolo, che vede anche citato sopra, non c’è molto da aggiungere: http://www.lucalovisolo.ch/europa/grecia-il-popolo-non-ha-sempre-ragione.html. Sul ruolo del FMI, la rimando alla lezione 18 del corso, dove ho spiegato sia come funziona il Fondo, sia quali sono i suoi limiti, che riconosco quanto Lei. Ho spiegato anche, però, perché senza un fondo monetario comune, pur con tutti i suoi difetti da correggere, staremmo tutti assai peggio, oggi. Intanto, da dopo la fine del sistema di Bretton Woods (lezione 8 e 18), contribuisce a prevenire fallimenti sovrani e le «svalutazioni competitive» che a Lei sembrano la medicina per tutti i mali, ma che nella Germania degli anni Venti (terreno di coltura del nazismo) fecero sì che una serata a teatro si pagasse in… uova (non è una battuta, fu davvero così), perché i soldi perdevano valore da oggi a domani. Nessuno Stato può «spendere a piacimento» stampando moneta a gogò. La crisi del ’29 partì anche da questi giochini.
      In merito alla Russia e all’ipotetico ruolo satellitare della Grecia, riguardi ciò che abbiamo detto nella lezione 19 a proposito del debole che si allea con il forte. Ottiene (forse) vantaggi immediati, ma poi finisce schiacciato più di prima e perde la fiducia degli altri deboli, con i quali poteva invece coalizzarsi e difendersi dal forte. Tutto ciò senza neppure parlare delle condizioni interne attuali della Russia, dalla quale chi può dovrebbe solo tersi lontano, altro che farsi finanziare.

      3) Il fatto che in Italia si sia ampiamente abusato dell’istituto del referendum non giustifica che se ne abusi anche altrove. Semmai, il contrario.

      4) E’ vero che non esiste un sistema di istruzione europeo, ma solo quello dei singoli Paesi, che sono europei e comunque negli ultimi decenni hanno vissuto parabole analoghe, seppur diversi fra loro. Il calo verticale della qualità e profondità della formazione, purtroppo, li accomuna tutti. Forse potevo essere più preciso, è vero, ma anche qui in Svizzera ognuno dei 26 Cantoni ha il proprio sistema scolastico, ma, per sintesi, si parla tranquillamente di «sistema scolastico svizzero,» sapendo che si ha a che fare con uno Stato che presenta molte varietà. Così è anche in Europa.

      5) Che il processo di integrazione europea richieda correttivi, è pacifico. Che li si possa attuare a colpi di referendum, scelte urlate e colpi di teatro da parte di leader privi di visione prospettica, che in sede internazionale non sanno far altro che mettere sul tavolo i resti delle carte che si giocano all’interno dei loro Paesi, è, invece, cosa della quale vi sono molte ragioni di dubitare.

      Grazie per l’attenzione e cordiali saluti, chiedendo venia per la forzata sintesi. LL

  2. Ricordiamo che David Cameron si è formato alla scuola di Eton e poi a Oxford negli anni ’70 e ’80, un percorso che aveva poco in comune con il sistema scolastico europeo di quel tempo!

    • Luca Lovisolo

      Grazie per questa precisazione. Parlando di sistema scolastico europeo non mi riferisco specificamente ai singoli ordinamenti. Utilizzo questa espressione per dire che i leader attuali, che si siano formati qui o là in Europa, presentano tutti la stessa, sconfortante incapacità di avere una visione lungimirante del loro ruolo. Ciò è da attribuirsi, purtroppo, anche a una degenerazione dei metodi d’insegnamento, che hanno puntato sempre più (proprio a partire dagli anni che Lei cita) ad approcci analitici e tecnicistici, abbandonando la visione sintetica del sapere che contraddistingueva le generazioni precedenti. Ciò è accaduto in tutta Europa come orientamento culturale generale, a prescindere dai singoli ordinamenti scolastici, che mantengono le loro differenze, i loro meriti e demeriti, ce n’è di migliori e di peggiori, ma questo non è l’oggetto dell’articolo. All’inadeguata formazione si aggiunge lo scarso talento strategico di questi capi di Governo, che in parte è un dono di natura, o ce l’hai o non ce l’hai, ma una buona formazione potrebbe svilupparlo. Il risultato, purtroppo, è che un Putin qualunque si mangia insieme Cameron, Renzi e Tsipras in insalata oliv’e. D’altra parte, oggi gli elettori preferiscono le personalità deboli ad altre più istruite e dotate, ma che non sono disponibili né a parlare per slogan via Facebook o Twitter né a rendersi meri esecutori di umori popolari. Gli elettori, come sempre, sono corresponsabili. Cordiali saluti. LL

  3. E’ interessante a notare che adesso David Cameron si trova spesso su Facebook e Twitter, ma quando divenne PM nel 2010 disprezzava pubblicamente tutti e due. Grazie tante per la Sua risposta! Non sono sempre d’accordo con Lei ma sono contenta a leggere i Suoi articoli, perché sono coraggiosi.

  4. Gigliola Canepa

    La ringrazio per l’analisi compiuta e puntuale. Mi soffermo unicamente su un argomento che mi trova particolarmente (purtroppo) concorde, in quanto, come cittadina italiana, ne avverto l’estremo pericolo sempre più spesso: «Sono abili tattici, stringono spregiudicate alleanze di scopo, ci sanno fare con i media. […] In confronto a ciò che ci si attende da dei capi di Stato e di Governo, mostrano chiari deficit di cultura e capacità di sintesi, e questa non solo perché sono generalmente logorroici. Astuzia e intelligenza sono e restano due cose diverse.» Non che nel passato questi personaggi fossero assenti sulle scene europee e internazionali, ma nel presente mi sembrano decisamente sovrabbondanti, ben poco controbilanciati da figure altre e osannati o denigrati dal «pubblico» degli elettori in un batter d’ali. Ma non si tratta di rock star, ovviamente, e da qui il pericolo di considerarne e subirne gli aspetti più spettacolari come fossimo in un quotidiano Colosseo tra sudati gladiatori e affamati leoni. E veniamo alla loro formazione: certamente deficit individuali e dei sistemi di istruzione nei quali sono cresciuti giocano un ruolo nella condivisa capacità di superficialità e di estrema debolezza di visione e sintesi. Non escluderei anche la facile scelta (non parlo volontariamente di «necessità») di adattarsi ai sistemi di formazione, informazione e comunicazione pressoché internazionali. Certamente, applicarsi a uno studio puntuale della complessità delle vicende geopolitiche attraverso, ad esempio, un confronto serrato e schietto nelle fila delle rispettive parti politiche e delle controparti, nonché di eventuali vere e proprie scuole; avere sotto controllo il gergo non del politichese, che pure sostengono di avversare, ma della politica; attendere il tempo necessario a maturare il proprio ingresso sulle scene nazionali e internazionali (non deve essere necessariamente lungo, se si è sufficientemente bravi e secchioni!)… Mi fermo: mi rendo conto che già questo mero elenco richiederebbe non dei costosi comitati elettorali permanenti, ma delle solide formazioni che si chiamavano partiti. E che in queste formazioni a ciascuno dovrebbe essere richiesto di fare la propria parte, sia ai docenti sia ai discenti. Chiariamo, non ne abbiamo nostalgia, per molti versi, ma la «liquidità» delle formazioni in campo finora non ci ha ripagati delle antiche storture. Grazie.

    • Luca Lovisolo

      Buonasera,
      Partendo dal fondo, se si guarda a sistemi che vengono spesso presi a modello, ad esempio agli Stati uniti, ma anche, nel suo piccolo, alla Svizzera, si nota che i partiti sono proprio strutture assai leggere, non i pachidermi amministrativi che si contavano in Italia qualche decennio fa, nelle cui stanze si decidevano cose proprie e improprie. Negli USA, in particolare, coloro che assumono ruoli politici maturano in cosiddetti think tank di varia specie, che funzionano secondo criteri accademici e non politici. Questa tradizione, in Europa, è quasi assente. E’ vero, personaggi con i limiti di quelli attuali sono sempre esistiti, ma un tempo occupavano la seconda fila, e vi stavano benissimo. Poi sono passati in primo piano, non per meriti, ma perché quelli che stavano in prima fila, uno dopo l’altro, sono morti. Non che oggi mancherebbero personaggi di prima grandezza: sanno bene, però, che, se si candidassero, gli elettori li umilierebbero preferendo a loro qualche baldanzoso twitteur d’assalto. Cordiali saluti. LL

  5. In effetti pretendere di fare decidere alle persone tramite referendum sembra un buon modo per lavarsi la coscienza da eventuali catastrofi in arrivo, il piano B non è contemplato, e storicamente si è visto che non sempre la popolazione prende la decisione giusta su questioni tecniche, tendendo a votare più «di pancia…» La vera domanda a questo punto è: chi ci guadagnerebbe, nel caso i referendum andassero in direzione opposta a quella europeista?

    • Luca Lovisolo

      Buongiorno,
      Temo, in consonanza con molti altri osservatori, che un «no» non porterebbe benefici concreti né in Grecia né in Gran Bretagna, anzi. Per questo motivo credo che i rispettivi capi di Governo si augurino un sì, anche se, pur in forme diverse, sostengono il no. Entrambi incasserebbero il premio politico di «aver fatto parlare il popolo» su temi chiave, premio che non si nega a nessuno, nemmeno a chi non spiega su cosa fa votare. Se vincesse il no, si aprirebbero scenari difficili da gestire in entrambi i Paesi, i protagonisti lo sanno. Un sì, invece, a Londra probabilmente non farebbe cambiare nulla. Ad Atene, in un tal caso è presumibile che Tsipras dovrebbe dimettersi. Non è detto che l’idea gli dispiaccia. Ha speso male il credito di simpatia che aveva raccolto anche fuori dal suo Paese e dal suo partito. Nei negoziati con l’Ue aveva anche ottenuto dei risultati. Ora sembra essersi accorto – ma questa è una mia considerazione personale – che stare concretamente alle leve di comando di un Paese richiede una certa dose di realismo, al di là di ogni apprezzabile guizzo di creatività. Chi proviene da ali politiche estreme cresce in una cultura «contro» che nella società ha una funzione importante, ma spesso lo rende incapace di accettare qualunque accordo, poiché questo farebbe venire meno lo scontro, che è la sua ragione di vita. Più passano le ore, più sembra di capire che la rottura con l’Ue non si sia consumata nel merito dei problemi, sul quale ormai si era vicini al consenso, ma sulla condotta dei dirigenti di Atene. Questioni formali, forse, come l’indizione del referendum all’ultimo minuto, che il giovane premier greco considera probabilmente dei fastidiosi orpelli. Purtroppo, nei rapporti internazionali (e non solo) la linearità delle condotte e il rispetto di alcune forme diventano sostanza, poiché sono quelle che fondano la fiducia tra partner. Senza quest’ultima diventa impossibile trattare anche il merito delle questioni.

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