Cos’è successo in Germania tra Merkel e Seehofer

La cupola del Bundestag, sede del Parlamento tedesco | © Marcito
La cupola del Bundestag, sede del Parlamento tedesco | © Marcito

Lo scontro fra Angela Merkel e Horst Seehofer ha tenuto incollato ai teleschermi tedeschi chi si occupa di questioni internazionali. L’idea di Seehofer è rimandare nei Paesi di registrazione i migranti secondari, quelli che entrano in Germania dopo aver chiesto asilo in altri Stati Ue. Alla fine, l’accordo con la signora Merkel è arrivato, ma Seehofer ne esce malissimo.


 

Si è concluso, sembra, lo scontro fra Angela Merkel e Horst Seehofer, che ha tenuto incollato ai teleschermi tedeschi chiunque si occupi di questioni internazionali, me compreso. E’ sgradevole occuparsi di politica interna, ma quando ha riflessi globali, come per la crisi italiana di qualche settimana fa, bisogna farlo. Riassumiamo la questione e i suoi esiti, incuriosiscono e riguardano un po’ tutti.

Horst Seehofer non è solo Ministro degli interni tedesco, ma anche capo del partito CSU (Unione cristiano-sociale) e, fino a pochi mesi fa, capo del Governo (in Italia si direbbe «governatore») della Baviera: in Germania è un po’ come essere governatore della Lombardia, ma molto di più. La Baviera non è solo una delle regioni trainanti dell’economia tedesca. I Land hanno un’autonomia ben più ampia di quella delle Regioni italiane e la Baviera si fregia anche di una propria spiccata specificità culturale. Il ruolo di Seehofer come Ministro dell’interno sembra quasi secondario, rispetto al suo potere di rappresentanza regionale e di partito. Ciò, pensava lui, gli avrebbe conferito una particolare forza contrattuale nei confronti della signora Merkel.

Per chi legge dall’Italia o dalla Svizzera non è immediato inquadrare il ruolo della CSU, il partito di Seehofer: in Germania, il campo di centro CDU-CSU è un drago a due teste, come dice anche la doppia sigla. La CSU è presente solo in Baviera, la CDU (Unione cristiano-democratica) è il partito di Angela Merkel e presidia tutti gli altri Land. Insieme formano una sola rappresentanza nel Parlamento tedesco, hanno programmi largamente coincidenti e, se si escludono poche baruffe, sono sempre andati più o meno d’accordo. Restano, però, due partiti distinti: se uno dei due molla, la coalizione di governo resta senza maggioranza.

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La CSU, in particolare, raccoglieva anche un elettorato conservatore di destra quasi estrema, che si diluiva però nella componente di centro. Franz Josef Strauss (1915-1988), il celebre, sanguigno governatore bavarese e più volte ministro federale, soleva dire con malcelato orgoglio che in Germania «più a destra della CSU c’è solo la parete» dell’aula parlamentare. Intendeva dire, a ragione, che il suo partito inglobava, moderandola, quella parte di elettori di destra per i quali, allora, non c’era un partito di riferimento. Il ricordo del nazismo era troppo vicino per far venire alla luce un vero partito della destra nazionalista. C’era sì qualche pittoresco movimento neonazista, teste rasate e stivaloni, ma fuori dal parlamento.

Corso «Il mondo in cinque giorni»Oggi, un partito parlamentare di destra nazionalista in Germania c’è, si chiama AfD (Alternativa per la Germania) e cresce nei sondaggi. Antieuropeo, è assimilabile per molti aspetti alla Lega italiana o al Fronte nazionale francese di Marine Le Pen, in particolare sulla questione dei migranti. A destra della CSU non c’è più «solo la parete» del Parlamento, gli elettori hanno anche un’altra scelta. Il partito di Seehofer sente di aver perso quella parte di elettorato e sta cercando di recuperarla, annaspando verso destra sul tema del momento, i migranti. L’obiettivo è non perdere troppi voti alle elezioni bavaresi di ottobre.

L’idea di Seehofer era: rimandiamo nei Paesi di registrazione i migranti secondari, cioè quei migranti entrati in Germania dopo aver già fatto domanda d’asilo in altri Stati Ue (normalmente Italia, Grecia, Spagna). Facciamo vedere che abbiamo il muso duro come quelli dell’AfD. Non contento, Seehofer ha predisposto un «masterplan per la migrazione» di ben 63 punti, rimasti sconosciuti sino ai giorni scorsi (si sapeva solo che erano 63). Ha minacciato di far cadere il Governo, se le sue proposte non fossero passate. Ultimatum, soluzioni europee sì ma anche no, minacce di dimissioni poi ritirate, riunioni scapigliate fino a notte fonda.

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Seehofer ha sbagliato i conti. Anche se in Germania l’umore verso i migranti è drasticamente peggiorato, per molti motivi che non posso dettagliare qui, le migrazioni secondarie sono state viste come un tecnicismo che non ha scaldato gli animi dei più, del resto i numeri sono ormai minimi. Seehofer è altissimo (la Merkel gli arriva appena alle spalle), zazzera grigia, parla con forte accento bavarese. Si è fatto le ossa, da giovane, nella politica comunale e regionale. In questo scontro ha mostrato tutta la scarsa intelligenza tattica e la vuota presunzione di uno che ha studiato «all’università della vita» e tocca i suoi limiti, quando maneggia i grandi temi nazionali ed europei.

I favori per il suo partito CSU, nei sondaggi, non sono cresciuti, anzi, con l’acuirsi dello scontro con la signora Merkel sembrano persino calati. La gggente non ha capito, e a volte è meglio così. Peggio: nella contesa, Seehofer ha usato spesso argomenti vicinissimi a quelli del partito di destra nazionalista AfD, legittimandoli indirettamente. Come molti politici della sua stessa pasta, inoltre, Seehofer non ha mai spiegato bene come le sue proposte si potessero realizzare in concreto. Talune si scontravano con situazioni di fatto e di diritto prevalenti, ad esempio la fluidità del traffico alle frontiere tra Germania e Austria.

Alla fine, l’accordo con la signora Merkel è arrivato. Dei 63 punti del «masterplan» di Seehofer ne sono rimasti in piedi tre, anzi uno: costruire dei «centri di transito» («Transitzentren») per tenervi i (pochi, ormai) migranti che arrivano in Germania da sud e rispedirli nei Paesi in cui hanno fatto domanda d’asilo. Acutamente, il quotidiano Süddeutsche Zeitung fa osservare che andrebbero chiamati piuttosto «centri di respingimento» («Abweisungszentren»), perché anche dal punto di vista linguistico non è chiaro cosa saranno. A oggi non si sa a quale distanza dalla frontiera con l’Austria si troveranno, se saranno chiusi o aperti; presuppongono accordi di respingimento con gli altri Paesi Ue, che però non ci sono.

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Gli altri partiti, sia di governo sia di opposizione, hanno fatto un po’ di rumore, ma sembra che la questione stia scemando. Nei prossimi giorni si vedrà. Certo è che Seehofer esce malissimo, da questa storia; la signora Merkel, con il suo ritmo lento, che assomiglia a quello delle locomotive diesel costruite dai sovietici per le ferrovie della ex Germania est, continua sulla sua strada. Sulla migrazione ha preso le sue cantonate, ma non saranno le sparate di Seehofer a risolvere un problema di una complessità epocale.

Probabilmente, dei «centri di transito» resterà poco o nulla, dopo che a ottobre in Baviera si saranno svolte le elezioni regionali, con buona pace dei migranti secondari e dei cronisti che in questi giorni hanno fatto le notti davanti alle sedi di partito. Questa è la politica. Adesso scusate ma devo tornare a occuparmi di cose serie.

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