Era giusto pubblicare un altro disegno di Maometto?

Pioggia su Parigi | © danmir12
Pioggia su Parigi | © danmir12

Dopo i fatti che ne hanno sconvolto la redazione parigina, il settimanale Charlie Hebdo è uscito ieri con un ennesimo disegno raffigurante il profeta Maometto, ritratto in copertina come rivendicazione di «libertà.» Da molte parti ci si è interrogati sull’opportunità di questa decisione, poiché offenderebbe la «sensibilità» delle persone di religione islamica.

Raffigurare, anche in positivo, il Profeta, non lede una generica sensibilità delle persone mussulmane: colpisce un principio teologico costitutivo dell’Islam, secondo il quale il Profeta non si rappresenta in immagini. Un ritegno simile a quello che gli ebrei hanno verso la pronuncia del tetragramma יהרה (YHWH), che indica Dio e lascia nell’incertezza le vocali, poiché Dio non ha un nome: Egli è, e basta («Io sono colui che sono» – o: «Io sono colui che è,» a seconda delle versioni – risponde Dio a Mosè, che gli chiedeva come si chiamasse, nell’Esodo, 3.14).

La confessione cattolica del cristianesimo, al contrario, conosce una quantità enorme di rappresentazioni grafiche e verbali delle sue figure divine. Ma perché, invece, se entriamo in una chiesa cristiana protestante la troviamo completamente spoglia di quadri e affreschi? Non piacevano? L’assenza di immagini, nel protestantesimo, con diversi gradi di severità nelle sue diverse declinazioni, ha un significato teologico e dottrinale preciso: Dio è Parola, non idolatria di raffigurazioni. Ecco perché una musica di Johann Sebastian Bach, che era protestante, è diversa da una di Antonio Vivaldi, che era un cattolico; ecco perché per la cultura tedesca – e le culture protestanti in genere – la parola scritta ha un valore diverso da quello che ha nelle culture latine e cattoliche. Si potrebbe andare avanti all’infinito, nello spiegare le conseguenze che queste differenze hanno, ancora oggi, sul nostro modo di pensare, scrivere, dipingere, comporre musica.

E’ nella stessa direzione che si spiega perché i mussulmani non sopportano una raffigurazione del profeta Maometto, sia essa positiva, negativa, scherzosa o solenne. Semplicemente, il profeta non è un’immagine, è messaggio, disegno di vita. Rappresentarlo, in qualunque modo, significa reificarlo, farlo scadere a cosa. Non comprenderemo mai il perché di tanto astio contro le vignette dei giornali satirici, sino a quando non ci capaciteremo di questo fondamento: disegnare Maometto intacca, per sé, un principio fondante della cultura islamica. Ciò non significa che si debba reagire assassinando chi lo fa: da parte nostra, però, dobbiamo essere consapevoli del peso che ha questa rappresentazione, poiché non ci siamo abituati. Per noi, le raffigurazioni di Dio, della Madonna, di Gesù e dei santi sono parte naturale della nostra cultura.

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Questi sono, essenzialmente, dati culturali, non di fede religiosa. Aderire a una fede è una scelta individuale, ma il retroterra culturale che le religioni e confessioni religiose seminano nei millenni non è esclusiva di fedeli e praticanti, è di tutti noi e dobbiamo conoscerlo, poiché ci condiziona e non possiamo scegliercelo. Con l’arrivo di comunità di altre religioni il quadro si complica, i dati da conoscere aumentano. Mi ha colpito che, fra i molti commentatori invitati a esprimersi sulle nuove vignette pubblicate da Charlie Hebdo, nessuno abbia rilevato questo aspetto. Tutti si rifanno alla «libertà» intesa come spazio deserto, privo di ogni costrizione, se non quella della legge penale.

Devo a un mio indimenticato insegnante di diritto privato la spiegazione di una distinzione, fatta con la tipica essenzialità della didattica svizzera, tra le diverse costrizioni che regolano la nostra vita sociale. Una spiegazione con la quale ancora oggi comincio, a mia volta, i miei corsi di diritto per traduttori. Vi sono tre fonti di precetti che influenzano la nostra condotta: la legge dello Stato, la morale e il costume.

Se, incontrando un amico per strada, decido di non salutarlo, la legge può sanzionarmi? No. Moralmente, mi sentirò in difetto, ma è un problema mio. Dal punto di vista del costume, però, la vita con quel mio amico, che si è visto negare il saluto, sarà la stessa di prima? Sono «libero» di non salutare un amico solo perché la legge non mi sanziona per «omissione di saluto?» Evidentemente no. Non riceverò una condanna dal Tribunale, ma sarò sanzionato socialmente con la rottura dell’amicizia.

Ecco perché pubblicare raffigurazioni del profeta Maometto, particolarmente in un tempo in cui dobbiamo ricercare basi di convivenza con altre culture, non ha nulla a che vedere con la «libertà.» Può il Codice penale vietare la pubblicazione di un’immagine del Profeta? Evidentemente no. Astenersi dal farlo, però, considerando il peso che tale rappresentazione ha per l’altra cultura, sarebbe una di quelle scelte di condotta che permettono di convivere meglio.

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Per molto tempo la cultura religiosa è stata snobbata dagli intellettuali, convinti che occuparsene fosse indice di bieco e imbarazzante passatismo, incapaci di distinguere l’adesione di fede a una religione dal suo deposito culturale. Dimenticarci del fondante portato intellettuale che le religioni hanno sulle nostre vite non ci rende migliori, non importa se siamo credenti o non credenti. Paghiamo, oggi, lo scotto di quello snobismo e di quella superficialità.

12 commenti

  1. Salve Luca,
    Bellissimo intervento, che condivido pienamente. Mi ha incuriosito anche il confronto fra Vivaldi (che amo) e Bach (che forse conosco a orecchio ma a cui non saprei attribuire un’opera). Aggiungo solo due cose. Primo: il raffigurare ancora Maometto fa associare un’intera religione a dei terroristi (spero) minoritari. Secondo: la libertà, oltre che partecipazione (come cantava Gaber) è responsabilità, che implica anche maturità e autocritica. Se poi dietro al presunto esercizio di libertà c’è qualche burattinaio… è un’altra questione, purtroppo.

  2. Grazie Luca, condivido pienamente

  3. Articolo molto bello e ben argomentato. Tuttavia credo sia necessario anche tenere presente che stiamo parlando di satira e che la satira va presa per quella che è, con una risata, magari a denti stretti, ma sempre ridendo. Per tornare al suo esempio del saluto, i vignettisti non vanno in giro a insultare, ma disegnano vignette. Per me questa è una grossa differenza. Se non mi piace un giornale, non lo compro. Se non mi piace uno scrittore, non comprerò i suoi libri. Se mi sento gravemente offesa, lo querelo, ma non posso impedirgli di scrivere ciò che vuole, anche se urta la mia sensibilità, che, come ha ben spiegato Lei, dipende dalla cultura, educazione, eventuale fede religiosa. Mi chiedo come mai ci si offenda tanto per delle vignette blasfeme, ma si tollera la pornografia con una strizzatina d’occhio? Io personalmente mi sento più offesa dalla pornografia che da una vignetta blasfema… La libertà di pensiero e di espressione in Europa è una conquista troppo importante per lasciare che venga imbrigliata, nemmeno a nome dell’integrazione. Siamo liberi e chi viene in Europa ne deve accettare le conseguenze, positive e negative. Sono i due volti della libertà, alla quale io non sono disposta a rinunciare. Detto ciò, personalmente la satira mi piace poco, proprio per quel suo retrogusto irriverente e pornografico, ma i miei gusti personali, i miei precetti religiosi, in democrazia, in uno Stato laico, non sono, e non devono essere, un metro di misura. Infine: non sarebbe fantastico se gli integralisti di qualsiasi fede e credo, rispondessero alle vignette con vignette altrettanto irriverenti? Scontro tra culture a suon di risate… Una delle qualità più belle dell’uomo è saper ridere, soprattutto saper ridere di se stesso… invece ci ammazziamo e discutiamo di rispetto…

    Un saluto cordiale,
    Francesca
    P.S. Vorrei precisare a scanso di equivoci che mi riferisco alla libertà di espressione e di pensiero, non al libertinaggio, ovviamente non posso fare ciò che voglio senza pormi un limite, non solo perché me lo impedisce la legge, ma anche l’etica e la morale. Come si suol dire, la mia libertà finisce dove inizia la tua. Se violo la tua libertà ho superato il limite.

    • Grazie per l’apprezzamento. Devo dire di non comprendere perché, come sento da molte parti, alla satira dovrebbe essere concesso di toccare terreni che altri evitano per ragioni di opportunità. Manca completamente poi, dalle discussioni, il riferimento alla qualità. In questi giorni, per giustificare le loro vignette, si sono paragonati i disegnatori di Charlie Hebdo a Voltaire e agli Illuministi francesi. E’ vero che spesso la qualità non è oggettivamente misurabile, ma proviamo a leggerlo, Voltaire, poi guardiamo le vignette di Charlie Hebdo e consideriamo se questo paragone è sensato. E’ diffusa l’idea che, se si tollera qualcosa di negativo da una parte, allora sia ammesso tollerare anche qualcos’altro da un’altra: anche qui, non vedo la logica secondo la quale, poiché esiste la pornografia, allora si debba accettare a compensazione l’esistenza della blasfemia, e non piuttosto cercare di contrastarle entrambe. Non si sta parlando, poi, di libertà di espressione nel quadro dello Stato laico, che è fuori discussione. Si sta parlando dei freni che ciascuno di noi pone al proprio agire in nome della considerazione sociale dell’altro, che è cosa ben diversa. Se mancassero questi freni, vivremmo in famiglie dove padri, madri e figli si insultano a ogni divergenza, in nome della libertà d’espressione. Come ho spiegato nell’articolo, poi, disegnare Maometto – anche se lo si disegnasse come un re – lede un principio fondante di una fede religiosa, non una semplice sensibilità caratteriale dei suoi adepti. Mi permetta infine di non condividere l’entusiasmo per uno scontro di culture a suon di risate. Mi pare figlio di quella mentalità del disimpegno fondata sul «non prendiamoci mai troppo sul serio,» che il nostro tempo sembra aver eletto a chiave del successo, e che, invece, personalmente considero essere la causa dell’incapacità di affrontare le sfide che il mondo ci sta ponendo oggi. Queste, purtroppo, richiedono una dose elevatissima di serietà, alla quale mi pare che ci siamo disabituati. Cordiali saluti. LL

  4. L’ articolo esprime con argomenti chiari e pertinenti quello che ho pensato anch’io fin dall’inizio, dopo gli attentati terroristici a Parigi – e che non riuscirei però a illustrare con altrettanta chiarezza. In questi ultimi tempi assistiamo a un uso inflazionato del concetto di libertà, ma mi sembra che più se ne parli, più il concetto si faccia confuso e astratto. Come giustamente mette in evidenza l’autore dell’articolo, l’errore sta propro nell’ignorare la portata culturale delle varie religioni, nel non conoscerne la storia e l’influenza sul comportamento, sull’etica delle persone. Giorni fa ho letto sull’ NZZ un interessante articolo (http://www.nzz.ch/feuilleton/zweifel-und-zorn-1.18461165 ) di uno scrittore musulmano cresciuto ad Amsterdam, nel quale appare chiaro come sia indispensabile conoscere le proprie radici religiose per superare gli estremismi. C’è da augurarsi che più persone comincino a riflettere su questo aspetto fondamentale!

    • Grazie per il commento e l’interessante rinvio. Più passano i giorni, più aumenta la mia meraviglia per la povertà del dibattito sulla libertà. C’è da chiedersi se coloro che vengono invitati a esprimersi su giornali e TV abbiano letto almeno Kant. L’elaborazione del tema risale alla filosofia greca delle origini. Non si tratta di essere filosofi, ma di avere quelle basi di cultura generale che permettono di fare le distinzioni più elementari. I media si affidano ormai non più a esperti ma a “opinionisti:” oggi, mondo della comunicazione e mondo della cultura finiscono spesso col coincidere. Le vittime delle manifestazioni e degli incendi anti-Charlie avvenuti in questi giorni in Africa e altre regioni del mondo ne sono il risultato. Saluti LL

  5. Gent. mo Luca,
    è chiaro che siamo su posizioni diverse e, non me ne voglia, ma rimango convinta delle mie affermazioni. Ho letto il bellissimo articolo segnalato sopra da Giovanna. Grazie per la segnalazione! Credo che il percorso fatto dall’autore dell’articolo sia comune alla maggioranza dei mussulmani che vivono in paesi occidentali. Se da una parte ci fa riflettere su come ciò che noi occidentali, o meglio, mi correggo, non mussulmani, diamo per diritto acquisito, ovvero la rappresentazione di Maometto, sia invece per un credente mussulmano offensivo, dall’altra parte lo scrittore, trovandosi a vivere in una cultura in cui la libertà di espressione è appunto un diritto acquisito, fa un percorso interiore molto importante, e a un certo punto, legge i “versetti satanici” di Rushdie, è elettrizzato e comprende una cosa importante, cioè, mi permetto di sintetizzare io, lo scrittore passa da una visione “teocratica” a una visione “democratica”. Se non avesse avuto la libertà di leggere i versetti satanici, la cui lettura è punita con la pena capitale in alcuni stati islamici, se non si fosse confrontato con la dialettica di idee, rappresentazioni e pensieri, proprie dei paesi democratici, forse non avrebbe potuto compiere questo importantissimo percorso. Ecco allora che sì, certo, rispettiamoci sempre reciprocamente, approfondiamo la conoscenza reciproca, “misuriamo” le parole, cioè teniamo in considerazione che la sensibilità su alcune tematiche, soprattutto religiose, sono molto diverse, MA non mettiamo paletti alla libertà di espressione, nemmeno a quella satirica, o blasfema che dir si voglia, tanto meno di fronte a minacce terroristiche. Così come, nonostante le minacce, credo sia un errore rinunciare al trattato di Schengen, come proposto da alcuni. (Vede allora, Lei sostiene di imbrigliare la satira in nome dell’integrazione, altri sostengono di limitare la liberà di circolazione in nome della sicurezza…. E così lasciamo che il terrorismo mini i valori e i principi sui quali si fonda l’Europa moderna e sui quali stiamo lavorando da 70 anni).
    A proposito di Rushdie mi vengono ora in mente le sue parole pronunciate all’indomani della strage di Parigi: “Sono stufo di questo dannato gruppo del ‘ma’ e quando sento qualcuno dire “sì credo nella libertà di parola, ma…”, smetto di ascoltare.” Credo nella libertà di parola, ma la gente dovrebbe comportarsi bene”. “Credo nella libertà di parola, ma non dobbiamo offendere nessuno”. “Credo nella libertà di parola, ma cerchiamo di non andare troppo lontano”. Il punto è che se si limita la libertà di parola non è più libertà di parola.” Posizione questa molto radicale, ma sicuramente comprensibile in considerazione della sua storia personale (per curiosità, Lei ritiene che ad esempio anche il libro di Rushdie dovrebbe diciamo essere “messo da parte” in nome dell’integrazione? Oppure qui la “qualità” – qualità che però gli integralisti islamici non hanno notato – fa la differenza?).
    Il fatto che secondo Lei la tesi della libertà di espressione “senza se e senza ma” sia sostenuta irresponsabilmente solo da sconsiderati “opinionisti” privi delle basi di cultura generale, mi fa un po’ sorridere… Rushdie, Salvatore Veca, per citare i primi due nomi che mi vengono in mente, sono nomi “abbastanza” autorevoli per sostenere anche questo punto di vista?
    Infine, e concludo, rimando al bel editoriale di Gérard Biard, nuovo direttore di Charlie Hebdo, uscito lo scorso mercoledì, che immagino Lei abbia già letto. Le sue parole sono sicuramente una risposta migliore di qualsiasi mia argomentazione sul fatto che certamente i vignettisti di Charlie Hebdo non sono i “padri illuministi francesi”, ciò non di meno ne difendono le idee, soprattutto in riferimento alla laicità, “laicità punto e basta”, come la definisce Biard, perché non dimentichiamoci, non sono solo i mussulmani integralisti a voler imporre i propri dogmi, ma, anche se in modi diversi, lo fa anche la chiesa cattolica, la cui ingerenza sulle tematiche etiche, almeno in Italia, è fortissima.
    Lei mi risponde “Non si sta parlando, poi, di libertà di espressione nel quadro dello Stato laico, che è fuori discussione. Si sta parlando dei freni che ciascuno di noi pone al proprio agire in nome della considerazione sociale dell’altro, che è cosa ben diversa”. Giustissimo. Concordo. Allora permettiamo senza indugi, e collochiamo “nel giusto scaffale” ogni rappresentazione di Maometto, (ma anche del Papa, Gesù, ecc.) e di altri versetti satanici.
    Per ultimo credo che il mio riferimento alla capacità di ridere dell’uomo sia stato da Lei deliberatamente frainteso. La considero una persona troppo intelligente e colta per non aver capito che non mi riferivo alla cultura del “non prendiamoci troppo sul serio”.

    Con stima, cordiali saluti,
    Francesca

    • Rapidamente, ringraziando e scusandomi per la forzata sintesi. 1.) Non credo che si possa fare un parallelo, se non meramente idealista, fra libertà di satira e libertà di circolazione. Anche se circoliamo liberamente, dobbiamo pur rispettare delle leggi. 2.) Le sto rispondendo dall’hotel in Ucraina, a poca distanza dalle regioni di conflitto. Stando qui, provo a immaginare come reagirebbe una persona che ho incontrato ieri, proveniente da una città colpita dalla guerra, a farle vedere una vignetta sull’argomento, o come avrebbe reagito mia nonna, quando la guerra era da noi, nel 1939-45. Da qui posso solo confermare che ci sono dei limiti, e che libertà non significa assenza di regole, ma che le regole bisogna saper darsele da soli, e che ci sono cose che si possono solo prendere sul serio, senza scuse per fare i giullari a ogni costo. 3.) So bene che sul tema si sono espressi anche dei veri esperti. Per mestiere, ascolto e leggo ogni giorno almeno mezza dozzina di notiziari da altrettanti Paesi. Ho sentito una messe di commentatori definiti “esperti” che non andavano più in là della reiterazione di luoghi comuni. A fare opinione pubblica, purtroppo, sono questi. Se Lei ha avuto esperienze migliori, me ne rallegro. Ora La saluto, mi aspettano al Museo dell’Olocausto di Kharkov. Saluti. LL

  6. Grazie per la cordiale risposta, nonostante si trovi in luoghi difficili e lontani. Capisco bene che le mie teorie ed idee si scontrino con la realtà dei fatti, dove è richiesta diplomazia, empatia e tolleranza e, immagino, anche coraggio. Grazie per gli interessanti spunti che offrono sempre i suoi articoli. Le auguro buon lavoro. Francesca

  7. Buongiorno,
    mi permetto di continuare la discussione da Lei aperta e vorrei segnalare un editoriale di Ian Mcewan apparso sulla Repubblica di ieri 23 gennaio. (“Senza libertà di parola la democrazia è una finzione”). Penso lo si possa trovare anche sulla versione on line di Repubblica o sul sito di rassegna stampa. Credo che l’articolo di Mcewan risponda perfettamente alla domanda che fa da titolo a questo articolo sul Suo blog. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Lei dal Suo punto di vista. So che si trova lontano al momento, ma non c’è fretta. La discussione rimane in ogni caso attuale… Grazie.
    Rinnovo i saluti,
    Francesca

    • Buongiorno Francesca,
      Grazie per la segnalazione. Ho scritto i due articoli sui fatti di Parigi stimolato dalla gravità degli eventi, poiché pensavo di avere un piccolo contributo da dare. Da vari mesi sono impegnato prioritariamente con l’Ucraina. Poiché, da qualche ora, a poca distanza da qui sono ripresi a piovere missili Grad, purtroppo il lavoro non manca. Guarderò il Suo articolo, quando mi sarà possibile, ma devo chiudere qui il tema Charlie Hebdo, ringraziando tutti i lettori che, come Lei, hanno contribuito alla discussione. Cordiali saluti. LL

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