Parigi, Charlie Hebdo: una visione d’insieme

Pioggia su Parigi | © danmir12
Pioggia su Parigi | © danmir12

 

Dopo gli attentati alla redazione della rivista parigina Charlie Hebdo sembrano cristallizzarsi, nell’opinione pubblica, tre correnti di pensiero. Da una parte vi è chi si volge contro l’immigrazione e le politiche di apertura verso gli stranieri. Particolarmente in Germania, si teme un più rigido controllo svolto attraverso l’archiviazione dei dati di comunicazioni telefoniche e altre simili misure. Dall’altra parte, specie nell’Europa meridionale e in Francia, vi sono gruppi che mettono in dubbio la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione europea. Sostengono una rinegoziazione del Trattato di Schengen e chiedono la reintroduzione dei controlli alle frontiere tra gli Stati membri. Una terza corrente di pensiero, con diverse voci nei vari Paesi, sostiene invece il «dialogo» con gli immigrati e i rappresentanti di altre fedi religiose, particolarmente i mussulmani. Da questo «dialogo» deve nascere una nuova base di convivenza.

I terroristi che hanno commesso attentati in Europa negli ultimi anni sono generalmente soggetti nati qui e che vivono da tempo fra noi. Sono spesso figli e nipoti degli immigrati che si stabilirono nelle nostre città negli anni dopo la decolonizzazione. Gli attentatori di Parigi non fanno eccezione. Non è un caso, che i più numerosi si contino proprio in Francia e Regno unito, le potenze coloniali un tempo più influenti. Il pericolo che dalle correnti migratorie di oggi possano nascere complicità e celle terroristiche non deve essere sottovalutato. Tuttavia, se si vogliono evitare errori di valutazione, le ragioni e gli sviluppi delle diverse correnti migratorie degli ultimi cinque decenni devono essere valutati separatamente, così come vanno distinti gli immigrati per ragioni economiche dai richiedenti l’asilo.

Nei pensieri di molte persone, le frontiere del proprio Paese rappresentano una difesa contro il pericolo del terrorismo. Il fatto che le frontiere non siano più controllate in modo visibile sulla linea di confine rende insicuri molti cittadini. Questa opinione si fonda normalmente sulla convinzione che, alle frontiere, ogni persona e ogni valigia venga controllata e poi fatta passare. Oggi, in Europa, ciò è inimmaginabile. In uno spazio economico unitario, il numero di persone in viaggio costituisce una massa che non può più essere filtrata. Questi cittadini europei in movimento contribuiscono in modo determinante al nostro benessere, poiché lavorano tra un Paese e l’altro, hanno rapporti familiari, fondano imprese tra un angolo e l’altro del Continente. Lo stesso vale per le altre tre libertà di circolazione del mercato comune: quelle delle merci, dei capitali e dei servizi. La libera circolazione in Europa non è solo un sistema che ci permette di evitare la fatica, del tutto sopportabile, di estrarre dalla tasca dei pantaloni un documento d’identità alla dogana. In un mondo nel quale ormai pochi grandi attori giocano un ruolo decisivo (gli USA, la Cina, la Russia, l’India e pochi altri), l’indipendenza e il benessere dei singoli Stati europei non sono più sostenibili, senza un libero mercato europeo unitario. D’altra parte, il Trattato di Schengen prevede la possibilità di reintrodurre per brevi periodi, in casi di emergenza, i controlli alle frontiere. E’ significativo che la Francia stessa, nelle ore difficili seguite agli attacchi di Parigi, non si sia avvalsa di questa possibilità. Lo scambio di dati e informazioni tra le autorità inquirenti oggi svolge una funzione più importante, anche se richiede ancora miglioramenti. L’accordo di Schengen, d’altra parte, non esclude affatto la possibilità che uno Stato possa organizzare posti di blocco nella zona di frontiera, come in qualunque altra area del suo territorio.

Legga anche:  Attentati di Parigi: domande senza risposta

Il «dialogo» con i mussulmani e altri gruppi di migranti è, oggi, semplicemente inevitabile. La «globalizzazione» che stiamo vivendo non è la prima che l’umanità ha conosciuto. Ogni progresso della navigazione, delle ferrovie, della tecnologia – oggi di Internet – ha fatto incontrare persone che precedentemente non si conoscevano affatto. Ne sono nate a volte guerre, a volte «dialoghi,» ma alla fine l’umanità ha continuato a vivere generalmente meglio di prima della rispettiva fase di globalizzazione. Questa ciclicità della Storia non si può fermare, ma può e deve essere governata.

Perché scrivo «dialogo» tra virgolette? Perché oggi non abbiamo le idee chiare sui contenuti di tale dialogo, tanto meno sui suoi metodi e sugli interlocutori da scegliere. Nei giorni degli attentati di Parigi ci si chiedeva se le libertà fondamentali (di parola, di stampa, di religione…) siano veramente valori validi per tutti gli Uomini oppure abbiano un senso solo per l’«occidente,» che li ha concettualizzati e scritti nero su bianco. Che questi diritti fondamentali siano universali, non un’esclusiva degli Europei e dei Nordamericani, è fuori discussione. La questione, piuttosto, è se tutti gli Uomini siano sufficientemente pronti a intendere come valori queste libertà e a comportarsi di conseguenza. Nella guerra asimmetrica tra terroristi e Stato di diritto, l’asimmetria nasce anche dalle diverse concezioni di questi principi. Dobbiamo essere consapevoli che anche il «dialogo» sarà altrettanto asimmetrico. Mostrare superiorità non è opportuno. Tuttavia, non dovremmo più aver paura di affermare che il nostro concetto è migliore, sotto molti punti di vista, del fondamentalismo religioso, che umilia le donne e uccide individui al loro posto di lavoro. La convinzione, di stampo positivista, secondo la quale ogni Uomo avrebbe solo potuto gioire delle libertà da noi raggiunte e sarebbe così automaticamente venuto dalla nostra parte, non ha evidentemente trovato conferma. Non dimentichiamo, poi, che esiste anche un fondamentalismo europeo cristiano, in circoli cattolici e ortodossi, che dietro una facciata di lealtà non ha mai realmente interiorizzato i valori della democrazia.

Legga anche:  Ci sono anche buone notizie, dal mondo!

Chi devono essere gli interlocutori del «dialogo?» Negli Stati di Africa e Medio oriente esistono fasce sufficientemente ampie di cittadini che possono assumersi la guida di quei popoli, guardano a questi valori fondamentali universali? La risposta è, sinora, no, tranne poche eccezioni. L’esito delle promettenti «Primavere arabe,» gli sviluppi in Siria ed Egitto parlano da sé. Tra gli aderenti ai diversi gruppi religiosi, nelle nostre città, esistono delle figure guida che si riconoscano nei valori dei nostri Stati e siano in grado di controllare a sufficienza le loro comunità? A questa domanda è un po’ più facile rispondere, ma essa resta, in molti luoghi d’Europa, pericolosamente senza risposta.

Quali forme deve assumere il «dialogo?» Qui, le opzioni spaziano dalle attività sociali e culturali sino all’intervento militare. Il privilegio di scegliere liberamente all’interno di queste opzioni potrebbe non esserci più dato a lungo.

Cosa possiamo fare, come singoli cittadini? Molto, in effetti. Innanzitutto, non dimentichiamo che il nostro benessere e le nostre libertà non possono più essere fondate solo all’interno dei confini del nostro Paese. Sono determinate da una fitta rete di interazioni a livello europeo e globale. Alle prossime elezioni, poi, dovremmo scegliere i nostri rappresentanti con tanta attenzione come mai prima d’ora, poiché questa complessa rete di relazioni pone e porrà i nostri Governi di fronte a sfide incredibilmente grandi. Non sarebbe la prima volta, nella storia dell’Umanità, che un’orda barbarica riesce a causare la tragica fine di una civiltà più avanzata, che la sua stessa superiorità ha indebolito dall’interno. | >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore).

8 commenti

  1. Aggiungo che, come semplici cittadini, possiamo creare reti solidali, amicali e di dialogo nella quotidianità, che prevedano per tutti la libertà di esprimere la propria cultura e diversità e la libertà di accogliere anche le provocazioni e le differenze che ci infastidiscono, con l’unico discrimine delle limitazioni imposte dalla legge nazionale e dai diritti universali. Il presupposto di questo dialogo è che si abbia un’identità chiara, di cui non ci si vergogni, e dei valori da proporre, che siano universalmente condivisibili. Spesso si crede che le identità forti siano un ostacolo al dialogo, ma ne sono in realtà il presupposto. La prossima settimana ricorre l’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, e mi viene da pensare a quanta strada è stata fatta a livello teologico e quanta poca invece nella conoscenza delle reciproche culture e ricchezze. Bisogna lavorare sulle persone e bisogna che le persone si sentano attivamente coinvolte e partecipi nel processo di costruzione della fraternità.

    • Grazie Elena. Personalmente non vedo le cose dal un punto di vista di fede religiosa, come sai, ma sul tema dell’identità ti segnalo, se non l’avevi già visto, ciò che avevo scritto al link qui di seguito. Per me quell’esperienza resta un modello metodologico, indipendentemente da qualunque considerazione di appartenenza o non appartenenza confessionale: http://www.lucalovisolo.ch/attualita/diversita-e-metodo.html

  2. Letto: perfettamente d’accordo. Il dialogo ha il suo metodo, che prevede anzitutto l’ascolto. La cattedra dei non credenti, a cui non ho avuto purtroppo il privilegio di partecipare, era realizzazione alta e non banale di “ascolto”. Ora mi sembra invece che si tenda ad ascoltare solo chi la pensa come noi, nel pieno stile del bias di conferma.

  3. Un articolo saggio ed equilibrato. Io penso che già individuare «tra gli aderenti ai diversi gruppi religiosi, nelle nostre città» delle «figure guida che si riconoscano nei valori dei nostri Stati e siano in grado di controllare a sufficienza le loro comunità» potrebbe essere un passo avanti verso il dialogo. Il rappresentante di una comunità islamica della mia zona (la Brianza), ad esempio, ha subito preso le distanze dall’attentato e ha dato la propria disponibilità alle autorità nel caso volessero controllare i loro luoghi di culto, esortando inoltre gli altri centri islamici a prendere la stessa posizione e a tenere gli occhi aperti su chi frequenta i centri. Certo questo non basterà a risolvere la situazione, ma, come dicevo, almeno è un passo nella direzione giusta.

    • Grazie per il Suo apprezzamento. L’efferatezza degli eventi di Parigi sembra, questa volta, aver mobilitato più visibilmente lo sdegno e la dissociazione delle comunità islamiche. Anche qui in Svizzera, ma anche in Germania e Francia, si sono sentite voci autorevoli esprimersi con chiarezza. Sul piano interno, gli interlocutori cominciano a configurarsi. Il grosso punto interrogativo riguarda i rapporti con i Paesi da dove prendono le mosse queste perverse ideologie. Su questo punto, purtroppo, per stessa ammissione di alti governanti, mancano orientamenti sui contenuti, sugli interlocutori e sul modus operandi. D’altra parte, negli ultimi decenni i popoli hanno eletto i loro governanti più sulla base di sensazioni superficiali che vagliandone le capacità sostanziali. Non deve meravigliare che oggi scarseggino le persone capaci di affrontare una situazione così inedita e complessa. Cordiali saluti. LL

  4. Salve Luca,
    l’argomento è molto complesso e mi limiterò a un paio di punti del suo intervento, più un commento sulla pubblicazione del giornalino avvenuta stamattina. «Non dovremmo più aver paura di affermare che il nostro concetto è migliore.» Quale concetto esattamente? Quello dello Stato separato dalla religione? Sarei d’accordo, ma affermare comunque una nostra superiorità penso che sia rischioso, perché la nostra «superiorità» (se anche sia possibile fare un gerarchia) è solo teorica. E’ almeno dal 2001 (se si esclude la I guerra del Golfo) che l’Occidente democratico attacca degli Stati sovrani, ricchi di petrolio e importanti geopoliticamente, che per uno scherzo della Storia sono anche musulmani. Su questo consiglio di leggere Massimo Fini (http://www.massimofini.it/articoli/perche-non-avrei-allegato-charlie-hebdo-al-fatto). Da un po’ di tempo alle bombe si sono aggiunte delle vignette che, tra l’altro, nel villaggio globale diventano fatti di rilevanza mondiale anziché, a mio parere, restare episodi locali. Parlando con un mio amico che ha conoscenti in Francia, mi diceva che lì le comunità magrebine non sono affatto integrate, il che porta a molta tensione. Questo mi ha fatto pensare che la «satira» di Charlie abbia questo sullo sfondo, chissà.
    «Figure guida che si riconoscano nei valori dei nostri Stati e siano in grado di controllare a sufficienza le loro comunità.» Potrebbero essere utili, e il commento di Nadia sembra confermarlo, ma temo che sia troppo utopistico, soprattutto se le varie comunità diventeranno più numerose. Chi mi dice che il prossimo violento sia uno che frequenta le moschee? Magari è semplicemente una persona più fragile psicologicamente e/o che è stufa di vedere la continua aggressione alla sua parte del mondo.
    Infine: la libertà di parola, secondo me, non vuol dire poter dire tutto ciò che si vuole. E’ legittimo continuare a ritrarre Maometto, che per quanto mi riguarda non ha fatto niente di male e non è neanche al potere in Francia? Si dirà: “Charlie prende in giro tutte le religioni”. E allora? Questo è semplicemente contrapporre a quelle religioni la propria religione dell’ateismo o chissà che. Mi spiego meglio: ritrarre Maometto (o meglio, un personaggio disegnato a cui si associa tale nome), ben sapendo che a un’intera categoria di persone dà fastidio, è un’offesa gratuita, una “critica” che non addita alcun problema (e a me personalmente non fa neanche ridere, come non mi ha fatto ridere la provocazione del dire «ancora nessun attentato in Francia»). Non dico ovviamente di vietare queste cose, ed è vero che chi si offende non dovrebbe reagire alle provocazioni, dico solo che apprezzo di più una critica concreta, magari criticare Israele perché ancora una volta, pochi giorni fa, ha sbarrato la strada in sede ONU al riconoscimento dello Stato palestinese. Personalmente temo che finché almeno quel problema non sarà risolto, non si andrà molto lontano. Mi scuso per aver preso tanto spazio.

    • Più che prendere tanto spazio, il Suo commento mischia molte cose che andrebbero trattate ciascuna con un libro a sé. Provo a rispondere per punti. La separazione fra Stato e Chiesa è senz’altro un aspetto a cui il sistema di convivenza europeo deve la sua superiorità ad altri, ma vi è anche la separazione fra poteri dello Stato e un insieme di altre conquiste alle quali noi siamo arrivati prima e che rendono il nostro concetto di Stato certamente non perfetto, ma migliore di molti altri. Dovremmo cercare di guidare gli altri, con mezzi quanto più possibile pacifici, ad affermare gli stessi principi nei modi adeguati a ciascuna realtà: la strategia seguita dagli Stati uniti dopo l’11 settembre è stata deleteria, come segnala anche Lei. Purtroppo oggi fornisce un alibi a tanti atti sciagurati, non da ultimo l’intervento russo in Ucraina. E’ possibile che terroristi sedicenti «islamici» non frequentino le moschee. Poter avere certezze sulle comunità religiose, però, attraverso un rapporto trasparente con i loro capi, sarebbe già un bel passo avanti. Sul tema della libertà e sul fatto che raffigurare Maometto non lede solo una generica mancanza di spiritosità, ma un principio teologicamente fondante dell’Islam, parlo nell’articolo successivo a questo (>qui). Dell’articolo di Massimo Fini condivido lo scarso entusiasmo per la manifestazione di Parigi, nella quale sono comparsi anche volti quanto meno inopportuni. Evidentemente non posso condividere che quella del cosiddetto «Stato islamico» sia una «battaglia legittima.» Le crudeltà con le quali viene combattuta cancellano ogni possibile considerazione verso gli scopi per i quali è stata iniziata. Cordiali saluti. LL

  5. Gent.mo Luca,
    su quanto sopra (ben) esposto non posso che essere completamente d’accordo con Lei.
    Cordiali saluti,
    Francesca

Commentare questo articolo

Il Suo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*