Ci sono anche buone notizie, dal mondo!

Africa | © Maarten van den Heuvel
Africa | © Maarten van den Heuvel

Viviamo un mondo insicuro in un tempo che ci inquieta, ma non dovremmo avere paura delle buone notizie. Molto suscita in noi preoccupazioni, ma molto promette un futuro migliore. Alcuni Paesi pensano quasi esclusivamente a se stessi, ma altri hanno riconosciuto il nocciolo del problema del nostro mondo globalizzato.  Una breve panoramica prima della pausa estiva.


 

Per i problemi esistenti si elaborano strategie di soluzione, molti progetti vengono già attuati e i successi non mancano. Riporto solo alcuni esempi, prevalentemente dall’Africa, ma se ne potrebbero citare molti altri. La Somalia, dopo la caduta del dittatore Siad Barre, nel 1991, precipitò in una disastrosa guerra civile. Lo Stato somalo cessò di esistere. La Somalia divenne uno dei primi «Stati falliti» (failed state) del nostro tempo, purtroppo altri ne seguirono. Uno Stato che non adempiva più i presupposti della sua esistenza, non riusciva più ad amministrare la popolazione sul proprio territorio e non poteva più dialogare come interlocutore con la comunità internazionale. Seguirono la divisione in soggetti statali autoproclamati, il disastroso tentativo di aiutare il Paese con tre successive missioni ONU e infine 13 anni durante i quali gruppi di separatisti, terroristi di matrice islamica e ogni altro possibile balordo trasformarono il Paese, senza governo e inaridito dal cambiamento climatico, nel loro campo di battaglia.

Dal 2012 esiste di nuovo uno Stato somalo, sotto forma di Repubblica federale. Il nuovo Stato, sulla base di una nuova Costituzione, ricomprende le regioni che si erano separate dalla vecchia Repubblica democratica somala. La nuova Repubblica federale comincia lentamente a riprendere il controllo del territorio del suo Stato precedessore fallito nel 1991 e mostra di essere un partner credibile per la comunità internazionale. Altri Stati africani mettono a disposizione della Somalia truppe militari e soccorritori civili, con il cui sostegno il rifondato Stato somalo costruisce passo dopo passo la sua sovranità. Dall’Europa giungono alla Somalia aiuti in molte forme, anche come consulenza amministrativa e politica. L’economia lentamente si riprende, soprattutto nelle grandi città, a medio termine si creano i presupposti per un parziale ritorno degli oltre due milioni di profughi somali. Una convenzione in questo senso, con i Paesi confinanti che hanno ospitato i fuoriusciti, è stata firmata nel marzo 2017 a Nairobi. Resta incredibilmente molto da fare, ma le basi e gli strumenti per un nuovo inizio ci sono (ne abbiamo parlato diffusamente durante il corso >Il mondo in cinque giorni).

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Sono nati nuovi concetti di cooperazione internazionale: gli aiuti non vengono più erogati a pioggia. Nel quadro di conferenze di donatori si fissano obiettivi, competenze e scadenze. Incontri regolari, a intervalli annuali o semestrali, servono alla verifica delle singole azioni intraprese. I Governi africani vengono affiancati con attività di consulenza e sostegno nell’elaborazione di credibili piani di sviluppo e nella lotta contro corruzione e crimine organizzato. Così funziona, ad esempio, la Conferenza internazionale per la Somalia, tenutasi a Londra a maggio 2017 sotto la regia del Regno unito.

Nell’Africa occidentale, l’intervento di truppe francesi, tedesche e olandesi ha evitato la caduta del Mali nelle mani dei separatisti e dei gruppi terroristi islamici che si espandevano nel nord del Paese. Lo Stato maliano non ha ancora ripreso completamente il controllo sulle regioni settentrionali, ma ora il pericolo di un fallimento dello Stato sembra scongiurato. Si è potuto evitare che uno Stato-chiave dell’Africa occidentale diventasse una base per il terrorismo internazionale e una fonte di nuove ondate migratorie. I progetti di cooperazione tra gli Stati di quella regione vengono coordinati, con il decisivo contributo francese, nel quadro del cosiddetto «G5 del Sahel» costituitosi a fine 2014.

All’inizio del 2017, una serie di organizzazioni governative, non governative ed economiche hanno costituito la «Coalizione per le innovazioni nella pronta risposta alle epidemie» (CEPI). Ne sono parte, tra altri, i Governi di Norvegia, Germania e Giappone, la Commissione europea, l’Organizzazione mondiale della sanità, la Bill & Melinda Gates Foundation e attori dell’industria dei vaccini (v. il >sito Internet della CEPI). La nascita della CEPI è stata presentata da Bill Gates durante la 53.ma Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza. L’obiettivo è ridurre drasticamente il tempo di reazione al momento del sorgere di nuove epidemie e sviluppare i necessari vaccini più velocemente, grazie a migliori tecnologie di raccolta ed elaborazione dei dati. Lo stimolo a questa iniziativa è stato, tra altri, il caso Ebola: lo sviluppo di un vaccino richiede troppo tempo, rispetto alla velocità con la quale si diffonde un’epidemia, in un mondo strettamente interconnesso. Una novità del progetto è la varietà dei partecipanti: governi, grandi e piccoli nomi dell’industria farmaceutica, organizzazioni non governative, donatori privati e organizzazioni internazionali di diritto pubblico. Soggetti che in altri contesti si ignorano a vicenda o si guardano con diffidenza, nella CEPI lavorano fianco a fianco a un progetto di portata planetaria.

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Sempre durante la Conferenza di Monaco sulla sicurezza il Presidente del Ruanda, Paul Kagame, ha riferito dei progressi del sistema sanitario del suo Paese: sì, nel Ruanda del genocidio del 1994, da tutti considerato come un Paese perduto, che ancora oggi presta il fianco a critiche a causa delle limitazioni della libertà di stampa e dell’opposizione interna, si registrano decisivi progressi nel settore della salute pubblica. Il Ruanda, in questo settore, è diventato un modello per altri Paesi (qui il >video, in inglese, dell’interessante dibattito su salute pubblica e sicurezza globale).

Si potrebbero raccontare ancora molte altre storie di successo. Non dovremmo lasciarci distrarre dalle cattive notizie e dalle molte difficoltà che provengono e continueranno a provenire dal nostro mondo globalizzato. L’immagine tradizionale di un Continente nero che non riesce a nutrire i suoi figli non è più valida in modo generalizzato, com’era ancora 20 anni fa. La comunità internazionale ha compreso che la sicurezza non è solo una questione militare. L’impegno militare, un’efficiente sorveglianza delle frontiere e il controllo del proprio territorio in Europa servono alla protezione a breve termine di fronte alle minacce di guerra e terrorismo e alla limitazione dell’immigrazione illegale, ma sono parte di un concetto complessivo, al cui centro vi è l’aiuto allo sviluppo, con l’obiettivo di eliminare le disparità di sviluppo come reale causa del terrorismo e delle ondate migratorie. L’Africa, in tutto ciò, è riconosciuta come la sfida più grande, ma anche come il più promettente serbatoio di speranze. Non si tratta di promesse per un vago futuro: molti obiettivi sono a portata di mano.

Il controllo dei flussi migratori negli Stati europei e una puntuale attività di affiancamento ai Paesi africani, affinché possano governare il loro territorio in modo completo ed efficiente, non sono soluzioni alternative l’una all’altra: sono due facce della stessa medaglia. I nostri Stati non fanno beneficenza, quando prestano aiuto economico, militare e medico agli Stati africani: lavorano per la nostra sicurezza in Europa. Alcuni Paesi si mostrano volenterosi e propositivi: gli europei sono in prima linea con  Francia, Germania, Norvegia, Olanda e altri. L’Italia, per la sua posizione geografica, potrebbe assumere un ruolo chiave, ma nella Penisola i temi della sicurezza, dell’aiuto allo sviluppo e della migrazione vengono utilizzati esclusivamente come argomenti di politica interna. Sulla scena internazionale, l’Italia resta il convitato di pietra. Un grande punto interrogativo rappresentano anche le posizioni della Russia e della nuova amministrazione USA, le cui strategie in Africa e Medio oriente sembrano puntare piuttosto alla reviviscenza di una vecchia politica delle zone d’influenza, che allo sviluppo di società consapevoli di sé.

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Chi separa un adeguato approccio alla migrazione in Europa dall’aiuto ai Paesi in via di sviluppo non capisce il nostro tempo. Questa sfida bifronte richiede lungimiranza e intelligenza. Nessun Paese può farcela da solo. Le questioni chiave sono state comprese, importanti obiettivi sono stati raggiunti. Se si agisce con efficacia e coesione, i buoni risultati arrivano. Auguro una serena estate a tutti i lettori.

| >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore)

2 commenti

  1. Rita Frustaci

    Si dovrebbe anche parlare di questo, se non altro, per dimostrare che il continente africano non si sta riversando in Europa. Grazie come sempre del contributo, Luca.

    • Sul continente africano si dice poco, e quel che si dice è generalmente funzionale alle varie narrazioni che nascono proprio intorno al tema della migrazione, quasi tutte parziali e dipendenti da interessi e fini eterogenei, quale che sia la parte da cui provengono.

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