Al mondo servono Uomini più intelligenti

Monaco di Baviera, metropolitana, stazione Marienplatz | © Luca Lovisolo
Monaco di Baviera, metropolitana, stazione Marienplatz | © Luca Lovisolo

Per la Conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza convergono ogni anno nella capitale bavarese circa 500 personalità, fra ministri degli esteri, capi di Stato e di governo. Presentano le loro posizioni a una platea piuttosto agguerrita di esperti di relazioni internazionali. Quest’anno la Conferenza ha dipinto un quadro non incoraggiante della situazione mondiale. Merita analizzarlo globalmente. 


 

La Conferenza di Monaco | © MSC / Preiss
La Conferenza di Monaco | © MSC / Preiss

Si è svolta a Monaco di Baviera, dal 16 al 18 febbraio, la 54.ma Conferenza internazionale sulla sicurezza. Per comprendere gli esiti dell’evento bisogna avere la pazienza di ascoltare tutti gli interventi, uno dopo l’altro: rispetto all’anno scorso, l’organizzazione ha dedicato molto più spazio al dibattito fra i relatori e gli esperti presenti in sala, scelta che ha arricchito non poco la Conferenza. Questa analisi, forzatamente sintetica, è suddivisa, per praticità, secondo criteri geografici e considera gli interventi di maggior portata.

 

Stati Uniti: una superpotenza mai così confusa

L’intervento di Herbert R. McMaster, Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati uniti, ha messo in luce numerose contraddizioni, se comparato con quello di quattro esponenti del Senato invitati anche quest’anno a illustrare le linee della politica estera statunitense, nel Congressional debate di domenica mattina, moderato da Victoria Nuland. I contrasti aumentano se si confrontano gli interventi degli ospiti americani con quelli dei leader europei.

I quattro senatori USA (Michael Turner e James E. Risch per i Repubblicani, Sheldon Whitehouse e Jeanne Shaheen per i Democratici) hanno tranquillizzato i presenti sulla continuità delle alleanze e della politica estera statunitense, sul piano dei principi: libertà individuali, Stato di diritto, lotta ai regimi autoritari. McMaster, al contrario, si è fatto latore delle posizioni di Donald Trump, compito che ha svolto più con i toni di un piazzista che con quelli di un uomo di Stato. Dopo una scontata introduzione sulla lotta al terrorismo e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, McMaster si è abbandonato a considerazioni sul rimpatrio degli immigrati e sulla limitazione delle attività commerciali con i Paesi che non rispettano gli standard dello Stato di diritto, mostrando una visione che è apparsa quanto mai ristretta e debitrice di una tattica meramente difensiva.

Di fronte al contrasto, in stile e contenuti, fra le dichiarazioni dei quattro senatori e il discorso di McMaster è giunta dalla sala una domanda che si era già sentita a Monaco l’anno scorso e che si sperava di non udire più, dodici mesi dopo: a chi bisogna dare retta? Quanto vanno prese sul serio, le parole di Donald Trump? La risposta dei senatori non è riuscita a sciogliere l’interrogativo. Ha pesato, sulla Conferenza, l’assenza per i noti, gravi motivi di salute del senatore repubblicano John McCain. Le sue posizioni possono piacere o no, ma la sua competenza e il suo carisma riuscivano, a Monaco, a dare dell’azione internazionale degli USA una rappresentazione convincente, al di sopra delle parti e rassicurante per gli alleati europei. La sua assenza ha lasciato spazio ai quattro senatori, che hanno taciuto, interrogati sulle evidenti contraddizioni della condotta degli USA, o si sono persi in giri di parole senza uscire dai terreni più scontati.

Sebbene tra legislativo ed esecutivo vi sia divisione dei poteri, questo atteggiamento pare ben poco adeguato a una superpotenza e ha rafforzato le già pesanti riserve sulla linea internazionale adottata dagli USA di Donald Trump. Totalmente assente, poi, sia dalle parole di McMaster sia dagli interventi dei quattro senatori, una visione propositiva, rivolta alla soluzione di iniquità sociali, ignoranza e cambiamenti climatici come cause di instabilità globale: qui è emerso più evidente che mai il solco tra la visione europea e quella statunitense delle relazioni internazionali.

 

Europa: punti di forza in Germania e Francia, Italia assente e Polonia debole

Corso «Il mondo in cinque giorni»Vi sono pochi dubbi che gli interventi più capaci di rappresentare la situazione internazionale e di indicare una strategia convincente per affrontarla siano stati quelli della Ministra della difesa della Repubblica federale tedesca, Ursula von der Leyen, e della sua omologa francese, Florence Parly, che hanno inaugurato congiuntamente la Conferenza. Lo stesso può dirsi degli interventi del Ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel e di Édouard Philippe, Primo ministro francese. La signora von der Leyen ha sottolineato la necessità di estendere la PESCO, il concetto di cooperazione già attuato per la costituenda difesa comune europea, alle decisioni di politica estera comune, destinate a restare inefficaci sin quando saranno vincolate al precetto dell’unanimità (idea, questa, ripresa anche nel successivo, non indimenticabile intervento di Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea).

L’insistenza sui problemi sociali, del cambiamento climatico, delle emergenze sanitarie, dei diritti umani e delle pari opportunità come chiave della sicurezza globale («che senso ha liberare l’Iraq da Saddam, se poi gli iracheni muoiono di fame?» ha detto la signora von der Leyen) è il tratto che distingue oggi la visione europea delle relazioni internazionali, ed è pressoché totalmente mancato, negli interventi dei rappresentanti USA. L’Europa, inoltre, sostiene il ruolo delle Nazioni unite come regolatrici dell’ordine mondiale, mentre gli Stati uniti riducono i loro contributi all’ONU e manifestano crescenti diffidenze verso tutte le organizzazioni internazionali che non facciano esplicitamente gli interessi di Washington.

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In Europa è ormai chiaro per tutti, o quasi, che non potremo dirci sicuri al mondo sin quando vi saranno luoghi in cui gli estremisti possono fare proselitismo tra popolazioni povere e ignoranti, in fuga dai cambiamenti climatici, esposte a emergenze sanitarie e a iniquità di ogni tipo. Come ha evidenziato il dibattito sul tema, aver sconfitto l’ISIS non significa aver sconfitto il jihadismo. I problemi vanno risolti sul posto. L’avvincente dibattito sullo sviluppo del Sahel, tenutosi sabato pomeriggio fra alcuni capi di Stato e ministri degli esteri africani (Burkina Faso, Ruanda, Mali e Ciad), ha riproposto l’ineludibilità di questi aspetti, per la sicurezza globale, nelle parole di quattro dinamici leader africani. Due approcci contrastanti, tra USA ed Europa: mentre lo sguardo a corto raggio di McMaster invita a «prendere il mondo com’è,» la signora Parly, Sigmar Gabriel e Édouard Philippe esortano a respingere il fatalismo, costruendo il futuro anziché sopportarlo, all’insegna della società aperta e dell’impegno europeo. Cresce la diffidenza verso la Cina, il cui progetto di nuova «Via della seta» contiene un inquietante potenziale di influenza geopolitica, dietro l’apparente spirito di apertura verso il commercio globale.

Da registrare, ma per motivi opposti, l’intervento del nuovo capo del Governo polacco, Mateusz Morawiecki, debole e contraddittorio: non è chiaro come possa criticare, all’interno dell’Ue, l’insorgenza di correnti e gruppi di Stati che difendono interessi particolari, mentre proprio il suo Paese è capofila di una di tali correnti, il gruppo di Visegrád. Come se non bastasse, al termine dell’intervento di Morawiecki, dalla sala il giornalista Ronen Bergman, figlio di genitori ebrei polacchi sfuggiti per il rotto della cuffia alla delazione da parte di altri cittadini polacchi che volevano consegnarli ai nazisti, ha chiesto lumi a Morawiecki sulla contestata legge che vieta di associare soggetti polacchi all’Olocausto: «I miei genitori si salvarono per un pelo e mia madre giurò che non avrebbe mai più pronunciato una parola di polacco in vita sua. Se vengo in Polonia e racconto questo episodio, oggi, rischio di essere considerato un criminale?»

La vera risposta a questa domanda è stato il lungo applauso che Bergman, visibilmente commosso, ha ricevuto dai presenti in sala. La risposta del Primo ministro polacco ha invece confermato che anche lui, come tutti coloro che in Polonia sostengono questa legge, si impantana nel difenderla su aspetti di merito, ma sembra non percepire che questo provvedimento pone questioni di principio ben maggiori, in termini di intimidazione e limitazione alla libertà di espressione e ricerca. Non contento, Morawiecki, che rispondeva in inglese, è scivolato su un clamoroso errore dovuto probabilmente a un non sufficiente dominio della lingua, in un momento emotivamente tesissimo per tutti i presenti: ha affermato che tra gli aguzzini che sterminavano gli ebrei durante l’Olocausto vi erano anche… degli ebrei, suscitando immaginabili reazioni su tutti i media internazionali. La Polonia sta pagando a caro prezzo il potere-ombra di Jarosław Kaczyński, che continua a tirare i fili dello Stato polacco collocando ai posti di comando esponenti di basso profilo, facilmente pieghevoli alle sue direttive, ma che sembrano andare in confusione appena vengono interrogati su questioni che richiederebbero, quanto meno, una maggiore abilità dialettica.

Mateusz Morawiecki | © MSC / Mueller
Mateusz Morawiecki | © MSC / Mueller

Molto si è discusso, in vari momenti della Conferenza, sul ruolo della costituenda difesa comune europea: pilastro o contraddizione, nella NATO? Sembra evidente che la struttura difensiva dell’Ue non possa che restare all’interno della NATO, offrendo quella maggior coordinazione continentale auspicata da tempo. Guardando però alle profonde diversità emerse tra la visione europea e quella statunitense delle relazioni internazionali, dietro le dichiarazioni di facciata, è legittimo chiedersi fino a quando le due sponde dell’Atlantico potranno condividere un’alleanza che dalla fine della Guerra fredda non risponde più a una logica geopolitica, ma pretende di unire Nazioni accomunate da principi e visioni condivise. Di questo passo, la comune fede nello Stato di diritto e nell’economia di mercato potrebbe non essere un collante sufficiente, per tenere insieme Europa e Stati uniti.

Per il secondo anno consecutivo, alla Conferenza di Monaco è mancato un intervento dell’Italia, che pur si trova al centro di uno dei fenomeni che monopolizzano da anni il dibattito internazionale, la crisi migratoria: ancora una volta la Penisola non è riuscita a esprimere personalità e idee in grado di competere intellettualmente con i dibattiti di Monaco. A queste condizioni, Roma non può meravigliarsi, se resta inascoltata, quando chiede modifiche al diritto migratorio o denuncia la ricomparsa dei controlli di confine al Brennero e a Ventimiglia.

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Medio oriente (1): Siria e Russia, dibattito surreale

Non sembrava possibile che a Monaco si potesse ritrovare il mosaico mediorientale ancor più scomposto di come lo si era lasciato l’anno scorso, ma purtroppo così è stato. Come ha osservato, nel discorso introduttivo alla Conferenza, il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, la situazione del Medio oriente si è fatta ancora più impenetrabile, poiché sono saltati alcuni equilibri che consentivano, quanto meno, di inquadrare i conflitti in corso nella regione.

Sulla Siria: pur con tutti i limiti della sua azione, l’amministrazione Obama non mancava mai di ricordare che all’origine della crisi siriana c’è la dittatura di al-Asad. Quest’anno è parso ormai acquisito che più nessuno intende seriamente rimuovere il dittatore siriano, secondo un cinico concetto di «stabilità e sovranità» caro ai russi e che suona così: poiché in Iraq e in Libia abbiamo visto che la caduta di dittatori sanguinari comporta instabilità e fallimento degli Stati, lasciamo i dittatori dove sono. Questo postulato, ormai condiviso senza troppi scrupoli anche dall’amministrazione Trump, è stato riaffermato a Monaco da Aleksej K. Puškov, capo della Commissione comunicazione e media del Consiglio della Federazione Russa. La Russia accetta formalmente, in Siria, la transizione verso un nuovo Governo, ma detiene largamente il controllo sul terreno: un’eventuale successione ad al-Asad obbedirebbe comunque agli interessi di Mosca, magari con un processo elettorale-farsa, per accontentare i formalisti.

Sulla stessa linea il ministro degli esteri russo, Sergej V. Lavrov: non è insensato pensare, tra il serio e il faceto, che i fogli A4 ripiegati da cui legge i suoi interventi siano, ormai da anni, sempre gli stessi. I toni si sono fatti più forti, però, e i suoi discorsi restano comprensibili del tutto solo in originale russo, poiché il ministro parla a velocità supersonica, senza alcuna considerazione per i presenti e per il lavoro degli interpreti.

L’unica voce a ricordare che il nodo della crisi in Siria è il superamento di due generazioni di dittatura degli al-Asad è stato Nasr Al-Hariri, capo della Commissione siriana per i negoziati di Ginevra e Astana, intervenuto dalla sala. L’anno scorso l’ingrato compito era toccato alla giovane Noura Al-Jizawi, attivista della Primavera araba siriana e reduce delle prigioni di Damasco. Se non offre risposte per il superamento del regime di al-Asad, il dibattito sulla Siria mantiene un fastidioso tono surreale e suscita le inevitabili, irate reazioni dei rappresentanti della società civile siriana (o di quel che ne resta). Intanto, in Siria, in questi giorni si continua a morire sotto i colpi di tutte le armate possibili, inclusa, naturalmente, quella del regime di al-Asad, affiancata dall’aviazione russa.

 

Medio oriente (2): Israele e Paesi arabi, timori e nuove alleanze

Benjamin Netanyahu | © MSC / Preiss
Benjamin Netanyahu | © MSC / Preiss

L’approccio storicistico scelto per il suo infuocato intervento dal capo del Governo israeliano, Benjamin Netanyahu, non aiuta a dipanare la matassa del Medio oriente: la Storia non si ripete mai davvero uguale, anche se spesso ci fa comodo pensarlo. Paragonare l’accordo nucleare internazionale con l’Iran del 2015 agli accordi di Monaco del 1938 (con i quali Francia, Regno unito e Italia abbuonarono a Hitler l’annessione dei Sudeti, illudendosi di tacitarne le pretese) è stato un passo falso nel merito e nel metodo, per Netanyahu, che ha deluso chi si attendeva, da un capo di Governo del Medio oriente, una lettura concreta dei fatti, non toni sopra le righe («l’Iran non metta alla prova la nostra determinazione») o colpi di teatro, come lo sventolio di resti metallici appartenenti, a dire di Netanyahu, a un drone di Teheran caduto in territorio israeliano.

Siamo chiari: le preoccupazioni di Israele sul ruolo dell’Iran sono motivate. Teheran, attraverso la sempre più decisa influenza sulla Siria, costruisce una propria testa ponte verso il Mediterraneo. Israele teme così di restare serrato in una tenaglia, via mare e via terra, da parte dell’Iran, che gli è dichiaratamente ostile. Israele ritiene che lo sviluppo del potenziale atomico dell’Iran vada fermato «con o senza l’accordo sul nucleare» (Netanyahu). John Kerry, ex segretario di Stato USA, presente al dibattito, gli ha ricordato senza mezzi termini che l’accordo è già un modo per dissuadere l’Iran dallo sviluppo di potenzialità nucleari, senza ricorrere alla forza: «Se denunciamo l’accordo sul nucleare, ripartiamo da zero, e dobbiamo bombardare l’Iran, perché sviluppa potenziale nucleare. Oggi a Teheran, invece, ci sono degli ispettori e abbiamo significativamente limitato le sue attività» (Kerry).

Da parte sua, l’Iran, nelle parole del Ministro degli esteri Mohammad J. Zarif, ha risposto negando ogni addebito e proponendo un forum sul destino di tutto il Medio oriente: proposta interessante ma morta sul nascere, poiché né Israele né l’Arabia saudita accetteranno mai di parteciparvi, e certamente l’Iran lo sa. Qual è la credibilità di queste proposte, quanta la sincerità degli uomini che le mettono sul tavolo?

E’ sempre più chiaro che il Medio oriente ha bisogno di una diagnosi e di una cura che lo guardino nel suo complesso. Ciò richiederebbe leader di altissima intelligenza e lungimiranza, che purtroppo non si vedono all’orizzonte. Si assiste invece all’acutizzarsi di una divisione corrispondente grosso modo ai fronti sciita e sunnita. La Russia parteggia per il primo, ma non disdegna di fornire armi all’Arabia saudita, che appartiene al secondo; gli Stati uniti criticano aspramente l’Iran sciita, accusandolo di sostenere il terrorismo, ma intanto rafforzano l’alleanza con i sauditi, senza farsi, apparentemente, la minima domanda sul ruolo conclamato che proprio l’Arabia saudita, sunnita, svolge nel finanziare centri islamici sede di radicalizzazione in Europa e nel mondo.

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Non consola l’intervento del Ministro degli esteri saudita, che, come ogni anno, ha descritto il suo Paese come una realtà aperta, in pieno progresso sociale e volta alla riconversione economica. A questa premessa ha fatto seguire una lunga serie di accuse contro l’Iran, non meno scontate. Non meraviglia che Riad stia trovando nuove e inattese sintonie con Israele: interrogato dalla sala sul destino della soluzione a due Stati per la Palestina, Netanyahu ha risposto che «la ritrovata relazione con i Paesi arabi è una profonda mutazione, ampia e reale, che non mi sarei mai immaginato di vedere in vita mia. Abbiamo varcato una soglia. Con il riallineamento strategico in corso nella regione, dovremmo dare una chance a questi nuovi sviluppi, per garantire la sicurezza di Israele e permettere contemporaneamente ai palestinesi di governarsi.» Qui Netanyahu, dal suo punto di vista, ha fornito l’unico spunto di ottimismo su uno scenario che per altri versi lascia intravedere reali pericoli di esplosione di nuovi e pesanti conflitti.

 

Sicurezza nucleare, economia e rischio geopolitico: le incognite

Christine Lagarde | © MSC
Christine Lagarde | © MSC

Molto spazio ha dedicato la Conferenza di Monaco alla sicurezza nucleare. Istintivamente colleghiamo questo tema alla Corea del Nord, ma la diatriba coreana costituisce solo una parte di una questione che «andrebbe presa molto sul serio,» ha detto Javier Solana, ex Alto rappresentante della politica estera europea, intervenuto dall’uditorio. Molte preoccupazioni sollevano la possibile applicazione dell’intelligenza artificiale ai sistemi di armamento nucleare e i progetti annunciati da Russia e Stati uniti per il rinnovo del loro arsenale atomico. I rappresentanti di USA e Russia, John Sullivan (Vicesegretario di Stato) e Sergej I. Kisljak (membro del Consiglio della Federazione Russa), hanno evidenziato le preoccupanti diffidenze esistenti su questo punto tra le due maggiori potenze nucleari. Sotto il profilo economico, significativa l’analisi di Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale: l’economia globale cresce con buone prospettive, ma sulla crescita pesa proprio il rischio geopolitico legato alle numerose aree di tensione.

 

Conclusione: luci e ombre

Dalla Conferenza si esce con una convinzione: la visione più matura e inclusiva delle relazioni internazionali, oggi, va senza dubbio cercata in Europa. Non tutto il Continente possiede intelligenze e strategie adeguate, ma Francia e Germania hanno uomini e idee. Non lo stesso o non nella stessa misura può dirsi, purtroppo, di altri attori europei che potrebbero portare contributi importanti, per dimensione, storia e posizione geografica, in particolare l’Italia e la Polonia. Per i motivi più diversi, al momento sono in grado di trattare con i loro partner in condizioni di parità.

In Africa, particolarmente in quella occidentale, sta crescendo una generazione di leader che lavorano per la stabilità degli Stati di quella regione, nei quali le istituzioni cominciano a funzionare, pur tra mille problemi, a quasi sessant’anni dalla decolonizzazione. Dialogare con l’Africa non significa più trovarsi sempre di fronte a truci dittatori in divisa militare. Il superamento di alcune grandi sfide contemporanee, dalle migrazioni al terrorismo, risiede nella capacità di Europa e Africa di darsi strumenti per mettere in atto i loro progetti e cooperare strettamente.

Sul piano più generale, mentre l’Europa lavora per conservare le acquisizioni del diritto internazionale postbellico e una visione idealistico-istituzionale delle relazioni internazionali, altri attori, in particolare gli Stati uniti, piegano verso un neorealismo che sembra pescare da visioni di metà Novecento che si credevano ormai archiviate dalla Storia. E’ difficile nascondersi che questa riviviscenza di dottrine passate sia dovuta alla scarsa adeguatezza di tanti governanti contemporanei, rispetto alle sfide del nostro tempo, che richiederebbero lungimiranza e soluzioni innovative.

Leader che mostrano incapacità di visione, insufficienti basi culturali e bisogno di soddisfare elettorati sempre più affamati di sensazioni forti, poco interessati ai contenuti. Anche a Monaco se ne sono sentiti non pochi. Fin quando gli elettori, nelle loro scelte, non torneranno a premiare la qualità e l’intelligenza degli Uomini, anche nelle relazioni internazionali molte domande resteranno senza risposta o riceveranno risposte sbagliate. Si tratta, purtroppo, di interrogativi urgenti e di sfide cariche di incognite.

>Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore)

10 commenti

  1. Valerio Fornasari

    Complimenti. Codesti articoli andrebbero proposti come discussione o meglio come insegnamento nelle scuole da parte di insegnanti capaci e che siano in grado di stimolare riflessioni non qualunquistiche o di maniera come siamo purtroppo ormai abituati oggi. Grazie per il suo impegno e lucidità.

  2. La ringrazio per questo articolo molto chiaro e illuminante, che fa riflettere anche sulla debolezza del nostro Paese, incapace di esprimere una posizione costruttiva e necessaria.

    • Storicamente debole nelle relazioni internazionali, per la mancanza di una scuola che formi autentici esperti della materia, dall’anno scorso l’Italia ha scelto di avere un Ministro degli esteri dal quale sembra difficile attendersi contributi sostanziali, poiché appare privo di esperienza e visione, in un momento storico in cui questa funzione sarebbe più importante che mai. Quest’anno l’Italia era timidamente rappresentata a Monaco solo nel pranzo-dibattito finale, a Conferenza ormai finita, nella persona di una analista della quale, per non infierire ulteriormente, preferisco non fare il nome. La stessa persona era presente alla Conferenza dell’anno scorso, anche in quel caso in un dibattito collaterale al termine dei lavori, che era però l’unico spazio in cui l’Italia poteva dire qualcosa: la signora riuscì ad andarsene a metà incontro, lasciando vuota la sedia dell’Italia per l’altra metà, dovendo prendere l’aereo di ritorno per chissà quali soverchianti impegni. A queste condizioni, e in totale assenza di una seria elaborazione intellettuale in materia di politica estera che sia all’altezza di ciò che avviene in altri Paesi europei e negli USA, la Penisola non può far altro che subire le direttive impartite da altri. Cordiali saluti. LL

  3. Claudia Calogero

    La ringrazio per questo articolo. Un’altra occasione volutamente persa dallo Stato italiano.

  4. Salve Luca,
    non credo che la risposta di Morawiecki sia stata un errore linguistico. Il suo quantomeno maldestro intervento si riferiva, probabilmente, alle figure dei kapò (i prigionieri con funzioni di responsabilità di una squadra di lavoro o di sorveglianza nei campi di concentramento). Con questo non intendo assolutamente difendere la legge polacca da lei citata, ma neanch’io vorrei essere considerato un criminale dai «media internazionali» per questa precisazione.
    Dalla sua relazione deduco inoltre che non si sia parlato dello Yemen (neanche?) quest’anno, evidentemente del popolo yemenita ridotto a fame e malattie non importa a nessuno. Cordialmente.

    • Buonasera Fausto,
      Sinceramente, avendo già sentito parlare più volte il nuovo Primo ministro polacco, credo invece che abbia commesso un errore linguistico, non però in senso terminologico, ma per ragioni emotive. Quando parliamo una lingua straniera, soprattutto se non la conosciamo benissimo, tutti commettiamo più facilmente sviste, nei momenti di tensione. Dopo l’intervento del giornalista Bergman, in sala si era creata una tensione emotiva altissima e questo senz’altro ha influito sull’errore di Morawiecki, che inoltre è relativamente giovane e poco esperto del ruolo (nella precedente carica di Ministro delle finanze non si trovava certo ad affrontare situazioni simili). A parte questo, la sostanza rimane: la citazione era quanto meno fuori luogo e inopportuna. Se anche avesse inteso i kapo, la risposta era nel suo complesso inadeguata, con o senza l’infelice riferimento agli «aguzzini ebrei.»

      Si è parlato molto poco dello Yemen, sotto forma di accenni quando si parlava di Medio oriente. Segno che la situazione di quel Paese, che assomiglia sempre di più a quella della Siria, non riesce a imporsi all’attenzione, sia per la sua minore centralità geografica, sia perché il conflitto yemenita è sostanzialmente una guerra per procura tra Iran e Arabia saudita per conquistarsi l’influenza sulla regione, oltre alle eterne diatribe fra sunniti e sciiti. In Siria, al contrario, lo scenario include numerosi attori, anche occidentali, e le grandi potenze. La Siria, inoltre, si trova in una posizione geografica strategica, tra Iran, Turchia e Mediterraneo, perciò, inevitabilmente, le attenzioni si concentrano lì, lasciando purtroppo da parte il dramma yemenita, come Lei giustamente lamenta. Cordiali saluti. LL

  5. Renato Sartori

    Grazie. Come sempre e complimenti.

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