Diario di viaggio: Černobyl’, Černivci, Suceava
Seconda parte: Černobyl’, Černivci

La seconda parte del quarto viaggio in Ucraina, nel quadro delle ricerche per la scrittura del mio libro su quel Paese e i conflitti che lo attraversano. Prosegue la visita alla zona della catastrofe nucleare di Černobyl', alla città-fantasma di Pripjat' e al grande radar abbandonato. Continuo poi verso la Bucovina, la regione storica compresa tra sud dell'Ucraina e Romania.


 

I miei diari nascono da appunti presi in tempo reale mentre viaggio. Non hanno pretesa di completezza, sono idee e osservazioni condivise con chi mi legge su Facebook mentre sono per strada. Sono le prime impressioni di ogni viaggio, che poi riporto qui, completandole, per tenere memoria di considerazioni e spunti di approfondimento per il mio lavoro.


16.10.2016 | Giorno 3 | Risveglio a Černobyl'

L'identità dei miei due compagni di stanza è destinata a restare ignota. Mi sveglio prima di loro, il riscaldamento non funziona, fuori ci sono due gradi sopra lo zero. Rapida igiene personale (con acqua fredda, di quella calda c'è solo il rubinetto) e poi via. La tentazione di fare una passeggiata in solitaria per le vie di una Černobyl' autunnale all'alba è troppo forte. Il suono prevalente è il latrato dei cani randagi, onnipresenti. Ogni tanto qualche passante a piedi o in bicicletta, in divisa militare o tenuta da lavoro. Uccelli. Tre soldati in mimetica avanzano in riga lungo la strada, curiosamente seguiti da un tenero corteggio di cuccioli di cane. Una vecchia auto «Volga» nera.

Finita la passeggiata, mi posiziono davanti alla porta dell'albergo, in attesa che scendano gli altri compagni di avventura. Esce l'amministratratrice dell'albergo, mi guarda: «Ha avuto freddo?» Rispondo: ma no, ничего страшного, niente di grave. «Sa, non hanno ancora acceso il riscaldamento, fa freddo per poco.» Il riscaldamento cittadino centralizzato era l'orgoglio delle città sovietiche. Esisteva anche in altri Paesi dell'est. Tutte le case erano collegate a un'unica, gigantesca centrale di riscaldamento, attraverso i tubi che si vedono in foto: passavano all'aperto, quando dovevano attraversare le strade formavano dei portali neoclassici di tubi metallici, A decidere quando accendere il riscaldamento non era il singolo cittadino, ma il Comune o l'autorità preposta. Qui l'impianto è ancora tutto ben visibile. In molti luoghi, nell'Europa dell'est, funziona ancora così. I tubi sono imbottiti da pesanti coibentazioni, ma non oso immaginare quanto calore vada disperso, tra la centrale e l'utilizzatore finale, con questo sistema di distribuzione. Il sole comincia a riflettersi pallidamente nei vetri dei condomini semideserti.

Menu colazione: tre uova al burro a testa (TRE), tre crêpe (TRE) al formaggio accompagnate da panna acida, una fetta di formaggio, burro, pane, un bicchiere di succo di ribes e caffè, quest'ultimo brodaglia, tutto il resto ottimo. Poi, partenza per il resto del giro nella zona della centrale.

16.10.2016 | Giorno 3 | Il radar gigante e di nuovo a Pripjat'

Oltre alla centrale nucleare, Černobyl' ospitava una gigantesca stazione radar destinata a intercettare eventuali missili lanciati dai Paesi occidentali (cioè da noi) verso l'Unione sovietica. Per arrivarci, ci addentriamo lungamente con il pullman in radure e boschi completamente deserti. La struttura del radar è imponente, la foto può contenerne solo una parte: una parete gigante di cavi e dispositivi si staglia nel cielo, oggi favorevolmente azzurro. Con la catastrofe alla centrale, anche questo luogo divenne inavvicinabile e la struttura fu abbandonata. I corridoi dei locali tecnici sono deserti, il quadro comandi, semidistrutto, riporta in alto i tipi di missili in dotazione ai Paesi occidentali, con i rispettivi codici di riconoscimento, in caso di attacco. Abbandonate su un bancone, le istruzioni per il montaggio dei condensatori.

Poi torniamo a Pripjat', questa volta per visitare i punti più tristemente «famosi» di questa città perduta: nelle immagini, la ruota e l'autoscontro del parco divertimenti. I livelli di radiazioni, sulle strutture metalliche, sono ancora elevatissimi, per rendersene conto basta avvicinare un misuratore di radioattività, che comincia subito a suonare. La guida raccomanda di camminare seguendo l'asfalto pulito, evitando gli accumuli di ghiaia e vegetazione. Poi, ciò che resta del ristorante e, poco lontano, l'hotel Polissja, dove, a livelli di radiazioni altissimi, nelle prime ore e giornate dopo la catastrofe si tennero le riunioni di coordinamento delle operazioni. Infine, nel filmato, 30 secondi di Pripjat' dal finestrino del bus: sembra di attraversare un bosco, ma siamo in centro città.

 

16.10.2016 | Giorno 3 | Gatti radioattivi

La natura umana ha dell'incredibile. Siamo in un luogo potenzialmente pericoloso. Ogni volta che scendiamo dal bus, la guida in tuta mimetica spiega cosa si può fare e cosa no, dove si può andare, dove no e dove si può ma non bisogna fermarsi troppo perché le radiazioni sono più alte. Siamo un gruppo di circa 25 adulti, eppure ogni volta c'è qualcuno che fa ciò che non dovrebbe, va dove non dovrebbe, sparisce e non torna più. Meglio non toccare gli animali, il pelo può essere pieno di radiazioni?... Eppure c'è chi pensa di prendersi e portare sul pullman un gatto radioattivo, evidentemente fatto ridiscendere alla prima sosta.

16.10.2016 | Giorno 3 | Villaggio abbandonato e viaggiatori distratti

L'ultima visita è a un villaggio evacuato, nella zona di esclusione. Del nostro gruppo fa parte un ragazzo ucraino alto, magrissimo, dinoccolato. Barba, capelli lunghi e occhiali neri, tiene il dosimetro delle radiazioni appeso al collo come un prete il crocefisso. È stato soprannominato subito da qualcuno «Nirvana,» perché visto cadere talvolta in uno stato di trance, indotta non si sa se da qualche fumo, dall'alcol o dall'effetto di entrambi combinato con la residua radioattività presente qui. Nirvana si inoltra da solo nel villaggio abbandonato e non torna più. Vani colpi di clacson dell'autista del pullman, inutili perlustrazioni da parte della guida in mimetica, tentativi a vuoto di raggiungere il suo cellulare sperando che ce l'abbia addosso. Dopo lunghi minuti di attesa, il lungo ricompare in fondo alla stradina, cammina sbandando vistosamente. Accolto da un applauso corale, sale sul bus e si riparte. Così viviamo, sul nostro traballante torpedone cinese, tra i bip bip dei misuratori di radioattività, gatti randagi, uomini ritardatari e distratti.

16.10.2016 | Giorno 3 | Notte breve a Kiev, si riparte per Leopoli

Il sadismo degli hotel che mettono il telefono lontano dal letto, così quando ti danno la sveglia sei costretto ad alzarti. Sono le cinque e mezza, lo so, lo so. Basta trillare, adesso. Si parte per Leopoli, поезд ждать не будет, il treno non aspetta, non è il pullmino di Černobyl' e io non sono Nirvana. Il gruppo si è sciolto ieri sera, quando il pullman si è fermato con un ultimo scossone e ci ha scaricati davanti alla stazione di Kiev. Io proseguo verso le prossime tappe del mio viaggio da solo, come d'abitudine. Non mi servono guide, tanto meno in tuta mimetica. In foto, dalla camera dell'hotel Express, il viale illuminato che porta alla stazione ferroviaria di Kiev passeggeri. Oggi, giornata di trasferimento. Passerò da Leopoli, ma avrò poco tempo e dovrò utilizzarlo per riposare un po’ e riordinare le idee. Se stamattina la sveglia è alle 5:30, domani sarà alle 4:00, per ripartire verso il sud dell'Ucraina.

17.10.2016 | Giorno 4 | Ma come si fa ad andare a Černobyl'?

Approfitto di questa giornata di trasferimento per spiegare meglio come si va a Černobyl'. Premessa: è un viaggio da fare se si ha un vero interesse storico o tecnico. Ho odiato quelli che si facevano fotografare con il pollice in alto davanti alle macerie di un edificio, o sorridenti intorno al monumento ai caduti, o fotografavano le pagine del registro degli aborti dell'ospedale di Pripjat', ancora visibile, abbandonato sul davanzale di una finestra. Černobyl', Pripjat' e la «zona di esclusione» sono un enorme cimitero senza tombe. Chi non è morto nell'esplosione del reattore nucleare è morto dopo, a causa delle radiazioni; chi è sopravvissuto ha visto morire la sua vita scappando di corsa da casa propria, con una maglietta e un paio di mutande di ricambio in borsa, per non tornarci mai più. Ecco dove si va, quando si va a Černobyl'. I miei lettori sono gente attenta, perciò questa premessa sembrerà inutile, ma l'ho fatta lo stesso, chi sa già tutto la ignori.

Entrare nella «zona di esclusione» (vietata al normale traffico) richiede diversi permessi dati dallo Stato ucraino tramite l’amministrazione della zona stessa, un permesso per ciascuna area da visitare. Non si può andare da soli. A organizzare tutto pensano delle agenzie autorizzate, ce n’è più di una, ciascuna con un suo programma. L’avvicinamento da Kiev in bus dura un paio d’ore. Se si sceglie il viaggio di due giorni, portarsi asciugamani e sapone; se si è da soli può capitare di essere messi in camera con altri membri del gruppo, anche tre o quattro persone insieme. Il bagno potrebbe essere in comune. L'atmosfera del pernottamento è un po' militaresca.

E’ pericoloso andare a Černobyl'? Non particolarmente, ma bisogna sapere che si va in una zona contaminata. Se avessi una moglie incinta non ce la porterei. Le radiazioni ormai non sono dannose, per dei visitatori, ma ci sono. All’ingresso della zona vietata si firma una liberatoria con la quale ci si assume, di fronte allo Stato ucraino, la piena responsabilità di eventuali futuri problemi di salute e si dà il proprio consenso in via preventiva a sottoporre i propri abiti e oggetti personali a decontaminazione, se si rendesse necessario. Si sa, le liberatorie prevedono sempre i casi peggiori, ma assicuro che firmarla fa pensare un attimo. Bisogna avere vestiti che coprano il corpo integralmente, calze e scarpe pesanti e protettive (buona parte della radioattività oggi si concentra al suolo e si cammina tra macerie). L’organizzazione si premura di precisare che sono vietate le ciabatte infradito (evidentemente qualcuno ci ha provato). Consigliato il capo coperto.

Chi vuole può noleggiare un piccolo misuratore di radioattività, è simile al telecomando di un televisore ed emette un suono da lentamente intermittente a continuo, a seconda del livello delle radiazioni. In due giorni ci hanno fatto passare quattro o cinque volte attraverso dei portali che assomigliano a dei metal detector da aeroporto, ma hanno in più una pedana su cui salire e due piastre laterali su cui appoggiare le mani. Verificano l’eventuale assorbimento di radioattività. Prima spia accesa, controllo in corso; seconda spia con due bip bip, ok puoi passare; terza spia con BEEEP BEEEP continuo, sei contaminato. Le guide evitano le zone più radioattive, se si seguono le loro istruzioni va tutto bene. Le nostre erano molto competenti, severe ma sempre cortesi. Rispondevano anche a domande molto tecniche, parlando con sicurezza di raggi gamma, polonio e radionuclidi, in russo e in inglese. Alla fine del giro, il pullman torna a Kiev, Stazione ferroviaria passeggeri.

Tutto ciò, per la preparazione materiale. Lo ripeto, a costo di essere noioso: andare a Černobyl' richiede innanzitutto una preparazione interiore. Si va in un luogo di morte, o di vite rovinate e mai più tornate come prima del 26 aprile 1986, ore 1:23. E’ meglio se si arriva sul posto sapendo già qualcosa sulla catastrofe e sulla situazione storico-politica dell’Unione sovietica di quegli anni. Per tutto il resto, buon viaggio.

18.10.2016 | Giorno 5 | Partenza per Černivci

Bip bip bip bip bip... no, non sei il misuratore di radiazioni, sei la sveglia, sono le quattro, in Svizzera sarebbero le tre, va bene, basta adesso, lo so, tra un'ora devo essere in stazione, шановні пасажири etc. etc. ...

L'umanità che rulla e beccheggia nella stazione di Leopoli alle quattro e mezza del mattino è inimmaginabile. Scopro l'invenzione della sala d'attesa a pagamento: un'ora, dieci grivne, ma è quella di lusso. Preferisco farmi un giro, nei minuti che mi restano. Gente che ondeggia, gente che va e che viene: i treni da queste parti viaggiano molto la notte, le distanze sono grandi e le velocità ridotte, perciò le quattro e mezza del mattino, qui, sembra un'ora di punta. Vado nella sala d'attesa gratuita, ci intravedo un'attraente chiosco per la colazione. Entro. La grande sala trabocca di uomini e donne, molti dei quali sembrano aver pernottato qui, ammassati sui lunghi panconi di legno di questa stazione di vago sapore austroungarico. L'odore che pervade la sala è l'unico che una tale fisicità umana può produrre in simili condizioni e mi fa passare la voglia della colazione.

Arriva il mio treno, marciapiede quattro, tratta Odessa - Černivci. Ne scendono persone di ogni sorta, visibilmente reduci da una corta notte in cuccetta. Una signora sulla cinquantina scarica una quantità tale di bagaglio, contenuto in curiosi sacchi neri simili a quelli della spazzatura ma dotati di maniglie, che mette in difficoltà anche il facchino. Dopo le prime esitazioni, l'uomo domina con mosse sicure quella massa tremolante di effetti personali e chissà cosa. Salgo: qui ogni vettura ha un controllore che verifica i biglietti, prima di farti arrampicare sulla ripida scaletta che porta in questo vagone di vecchio tipo, quelli sovietici, con le lamiere ondulate e il tridente, simbolo dell'Ucraina, stampato nel mezzo.

Ho preso una «platzkart,» nome di origine tedesca che nel sistema ferroviario ex sovietico identifica un biglietto economico che mi dà il diritto di occupare in orizzontale uno stretto ripiano sopraelevato, tipo letto a castello, senza uso di lenzuola, parallelo alla direzione di marcia e largo appena il necessario per non rotolare giù. Me la sono cercata, lo so. Intorno a me, un'umanità dormiente e per nulla disturbata dall'andirivieni dei nuovi arrivati. Calzini, piedi, gambe, cuscini, teste e lenzuola sfatte sbucano qua e là, ma non ci sono odori molesti, la vettura è vecchia ma la pulizia è massima e la ventilazione efficace.

Mi arrampico sul mio ripiano numero 46, vagone 9, tenendomi a un tubo metallico e puntando il piede su una staffa a lato del montante, e mi allungo a mia volta. Sotto di me, nella cuccetta a lato, una bambina di quattro o cinque anni semisvestita parla sottovoce in russo con sua madre. A lato, una ragazza dorme respirando profondamente, un signore dai capelli grigi si sveglia d'un tratto e si aggrappa d'istinto al supporto della bagagliera. Uso la mia valigia come poggiapiedi e piego il giubbotto a mo' di cuscino. In questa posizione mi aspettano cinque ore di viaggio, non sono neanche tante. La scarpa grigia in primo piano, in foto, è la mia. Questa platzkart è fantastica.

18.10.2016 | Giorno 5 | Verso Černivci

A Ivano-Frankivsk il vagone comincia lentamente a svegliarsi. La bambina di prima fa il giro della carrozza e augura a tutti quelli intorno a lei доброе утро!, buongiorno! È una famiglia in viaggio, mi ci ritrovo coricato in mezzo per la casualità del sistema di prenotazione delle ferrovie ucraine. Anche la figlia maggiore si è svegliata e si rifà puntigliosamente il trucco. Una lenta električka (treno regionale) azzurra entra in stazione sul binario di fianco e scarica sul marciapiede una ressa di pendolari intabarrati.

Anche l'occupante del ripiano-cuccetta sotto al mio - è il quinto componente della famiglia viaggiante - si sveglia e disfa il letto, il cui piano si alza grazie a un ingegnoso sistema meccanico e si trasforma in due posti a sedere con tavolino nel mezzo, così anch'io posso scendere dal mio loculo e sedermi in una posizione più gradita alla mia schiena. Per i miei casuali compagni di viaggio comincia il rito della colazione: tirano fuori salumi che affettano rigorosamente sul posto, succhi di frutta, pane. L'addetto al vagone comincia ad andare su e giù portando nelle mani, come una cameriera dell'Oktoberfest, varie tazze fumanti di tè. Annotazione: i cristalli della carrozza riportano il marchio della ditta produttrice, la Proletary: in un nome, tutta la storia di queste carrozze, che si lascia fissare in una fotografia.

Nulla da fare: il viaggio in treno nello spazio ex sovietico è un rito collettivo che non troverà mai eguali in Europa occidentale. L'intimità familiare si trasferisce tout court in queste vetture fuori moda, eppure più che decorosamente silenziose, ammortizzate e pulite, in un clima che sta a metà fra la gita scolastica e il trasferimento di una divisione militare. Ci si cambia gli abiti senza pudori, le donne si fanno belle per chi le aspetta alla stazione d'arrivo, i bambini cominciano a scorrazzare spazientiti. Eppure non si prova disagio, non ci sono odori sgradevoli, almeno in questa vettura, tutti parlano senza alzare la voce. Pulita semplicità dai ritmi lenti.

18.10.2016 | Giorno 5 | A Černivci!

Ed eccomi a Černivci, in Bucovina settentrionale! La stazione della città è monumentale, rimasta pressoché intatta dai tempi dell'Impero austroungarico. Non faccio in tempo a fotografarla, la foto qui a fianco è generica [© Baiduzha]. Ci arrivo a metà mattina, una massa di viaggiatori scende insieme a me dal treno, che fa capolinea. L'assalto dei taxisti qui si riduce a un crudo: «Вы, куда?» (Lei, dove va?), che per una certa tendenza della lingua russa all'omissione dei verbi diventa un secco: «Lei, dove?» Così mi apostrofa un anziano autista uscito da una vecchia Lada. No, grazie!, armato del mio telefonino con funzione navigatore (un po' approssimativa, devo dire) mi incammino lungo la strada in salita, dai marciapiedi accidentati, che monta dalla stazione verso la città alta, trascinando il mio trolley ormai discretamente gravato di libri acquistati nelle tappe precedenti. Non mi perdonerà mai l'acerbità sovietica di questi fondi stradali, il mio fedele trolley. E stanotte mi è pure servito come poggiapiedi... Per fortuna le valige non possono parlare.

18.10.2016 | Giorno 5 | Černivci, esperimenti di multilinguismo e cucina

Esperimento linguistico: arrivo in albergo a Černivci, una specie di bed&breakfast anni Cinquanta dal tetto a punta, in fondo a una strada laterale (foto), che costa per tre notti (tutte insieme) quanto pizza, birra e dolce per due persone in Svizzera, forse meno. La proprietaria sta parlando in russo con un'altra persona che si trova lì, sembra una sua amica. Fingo di non parlare russo e chiedo di parlare romeno. Non funziona. La Bucovina è come il Tirolo, diviso tra Austria e Italia: la parte settentrionale si trova in Ucraina, quella meridionale in Romania. Qui, a poca distanza dal confine romeno a sud e con la Repubblica di Moldova a est, vive la più numerosa comunità di ucraini di lingua romena. Molte donne che parlavano romeno venute in occidente come badanti, particolarmente in Italia, sono in realtà ucraine provenienti da questa regione. Prima che l'aeroporto fosse chiuso, da Černivci c'erano anche dei voli diretti per l'Italia, oppure facevano coincidenza a Timișoara (di recente, il traffico all'aeroporto è ripreso parzialmente). Più volte, durante il mio soggiorno qui, proverò a chiedere di parlare romeno in bar e negozi, ma con esito generalmente negativo. Faccio un'altra considerazione linguistica, senza pretese di scientificità: le persone di una certa età, diciamo dai cinquanta in su, normalmente parlano tra loro in russo. I più giovani parlano ucraino, dalle cameriere dei locali alle rumorose scolaresche che incrocio per le vie del centro.

Come tutte le città che si trovano su snodi di grande passaggio (di qui transitava chi veniva da Istanbul e dalla «Via della seta» per andare a Venezia via terra, passando da Leopoli), questa città, già austroungarica, ha un passato fulgido e cosmopolita. Prendo possesso della camera e mi inoltro in città. Ho due giorni e mezzo per capirci qualcosa.

Esperimento culinario (fallito). Quando sono in viaggio e ne ho l'opportunità, cerco di andare una volta in un ristorante con menù italiano, per vedere come viene proposta la cucina dai ristoratori locali. A pranzo vado in un ristorante che si presenta come «italiano.» Ordino un «antipasto italiano» composto da salumi e formaggi, fin qui tutto bene. Poi chiedo una «lasagna bolognese,» e no, non ci siamo. Già l'aspetto è inquietante: un saccottino, anziché la classica forma di lasagna a strati, impiattato con fettine di cetrioli, fili di sedano, sottili dischi di ravanello, bacche di ribes e una non meglio generalizzabile salsa verde. All'interno, il saccottino-lasagna è un misto di carne, formaggio e altri ingredienti, uno di questi non lo saprei nominare ma è spesso presente nei vari tipi di involtini e saccottini tipici della cucina da strada di queste parti, quelli che si comperano negli innumerevoli chioschi sulle piazze o nelle stazioni. La portata assomiglia a un pirožok russo gigante truccato da lasagna. È accompagnata da una salsa di pomodoro piccantissima, mentre scrivo sono le sette di sera e il mio palato non si è ancora liberato dell'onda lunga del suo effetto. Prezzo moderato rispetto agli standard occidentali, ma decisamente elevato rispetto agli altri locali del posto. Non che fosse male, per carità, ma non era una lasagna.

19.10.2016 | Giorno 6 | Černivci l'asburgica

Questa città è potenzialmente favolosa. L'impronta dell'Impero austroungarico è chiara: potresti essere a Linz, a Trento o Trieste, a Praga o a Timișoara: quest'ultima, in particolare, sembra riprodursi qui, in formato ridotto, nella Piazza del teatro, con le lunghe aiuole e i palazzi storici tutt'intorno. Certo, ogni luogo ha una sua caratteristica, ma è come se un invisibile filo unisse ancora tutte le regioni e città dell'Impero e le accomunasse nell'atmosfera, nell'urbanistica, in un certo nonsoché rimasto nell'aria, nonostante i molti cambi di padrone avvenuti dopo il 1918 e, all'est, settant'anni di comunismo.

Percorro via Olga Kobyljanska, che è un tripudio di architetture, testimoni ciascuna di un pezzo della cultura multietnica di questa città. Ci vengo perché in questa via, non a caso, si trovano i centri culturali di tre importanti minoranze della regione: quella tedesca, quella polacca e quella romena, quest'ultima la più numerosa. I centri organizzano corsi e conferenze, svolgono varie attività di servizio e di... lobbying per conservare e promuovere il patrimonio linguistico e culturale che rappresentano, per tutelare i diritti delle rispettive minoranze, anche dal punto di vista politico e amministrativo.

Il centro romeno è di gran lunga il più attrezzato, riesco anche a parlare con il direttore e fondatore, ne riferisco in un altro intervento. Il patrimonio edilizio del resto della città è abbastanza malconcio, in attesa di restauri, ma questa via è stata completamente restaurata ed è uno splendore. Interessante la scelta di posare, ai due lati lungo tutta la via, una striscia di marmo che riporta il nome della città nelle tante lingue della sua storia (romeno, ucraino, russo, polacco, tedesco...)

In foto e nel filmato, le insegne dei centri culturali e la via Kobyljanska (la musica è originale), una visione molto parziale, giusto per dare un'idea. Cercando semplicemente in Internet con il nome della via si trovano immagini molto migliori di quelle che potrei scattare io.

«Potenzialmente» favolosa, questa città, dicevo, perché, appena fuori da questo gioiello di via, quasi tutto sembra fermo al 1991, anno della fine dell'Unione sovietica: le strade e i marciapiedi con fondi incredibilmente dissestati, gli intrecci inestricabili di cavi aerei come se ogni abitante si fosse tirato una linea elettrica o telefonica a suo piacimento, i cortili incolti e pieni di masserizie accatastate. Quando tutta la città sarà restaurata e riordinata, sarà una meta bellissima, per un turismo culturale di qualità. Un'altra, piccola Vienna.

 

19.10.2016 | Giorno 6 | Černivci, il Centro culturale romeno

Il centro culturale romeno, dicevo, è il più organizzato tra quelli che ho visto. Poco lontano c'è anche la redazione del giornale locale in lingua romena. Gli altri centri, poi, sono chiusi, laconici cartelli invitano gli interessati a chiamare numeri di cellulare. Quello romeno è aperto. Ci trovo una libreria nella quale sono esposti vari testi in romeno sulla storia di questa regione e della minoranza romena in Ucraina. Il centro è nuovo, è stato aperto da circa un anno: una loquace signora mi spiega che si occupano di gestire la libreria, un liceo, svolgere pratiche amministrative (tra cui traduzioni e legalizzazioni) e, in più, un ristorante con specialità romene e ingredienti rigorosamente naturali. «Venga a mangiare da noi, Le faccio conoscere il fondatore del centro.»

Il pranzo, tipicamente romeno, è fantastico: una ciorbă rădăuțeană (una sorta di minestra) seguita da un piatto con carne di maiale contornata da un formaggio appena piccante, polenta e uovo (il tutto, acqua e caffè compresi, costa meno di una pizza in Svizzera, solo la pizza intendo, senza bevanda). Se ieri era chiaro che la lasagna-pirožok conteneva sapori estranei all'originale italiano, da questi piatti si capisce che invece la cultura romena qui ha una radice: ho mangiato questi cibi più volte anche in Romania e i sapori sono assolutamente gli stessi, nelle mani di un cuoco particolarmente bravo, poi, mi sembra.

Dopo pranzo incontro il fondatore del centro, è un avvocato di lingua romena impegnato nella difesa della lingua e cultura romene in Ucraina. È esperto di questioni di tutela delle minoranze, mi mostra un suo libro sull'argomento frutto della sua tesi di dottorato di ricerca. Mi spiega che era coinvolto anche nell'altra istituzione culturale romena che ho visto sulla piazza centrale, oggi chiusa, sostenuta con risorse pubbliche, ma che è stato costretto a cessare l'iniziativa per ragioni politiche. Ha così aperto questo centro su base privata.

Penso di aver capito abbastanza bene i rapporti che esistono in Ucraina tra la lingua ucraina e quella russa, ma mi mancava la voce di qualcuno attivo nelle numerose altre comunità linguistiche di questo Paese: non se ne parla molto, ma i gruppi linguistici riconosciuti dalla legge ucraina sulle minoranze attualmente in vigore sono 19. Racconterò in sede più adeguata nel dettaglio, anche perché il fondatore del centro mi invita a tornare alle 17:00 per approfondire il discorso, incuriosito dal fatto che un italiano residente in Svizzera parli romeno, stia scrivendo in tedesco un libro sull'Ucraina e si occupi così dettagliatamente del destino della minoranza romena in Bucovina settentrionale. Non intendo mancare l'appuntamento.

19.10.2016 | Giorno 6 | Černivci, filobus ribelle con signora

Černivci, esterno, sera, centro città trafficato. Un vecchio filobus Škoda transita in una via non lontana dalla piazza del teatro. Un fiotto di scintille, le due aste di captazione della corrente si staccano dalla linea elettrica e schizzano nel vuoto come le chele di un granchio impazzito. Rimasto senza alimentazione, il filobus si ferma nel bel mezzo dell'incrocio. Mi aspetto che, per rimediare, dal mezzo scenda un autista innervosito dal contrattempo. Scende invece una signora-autista di età e dimensioni rispettabili, del tutto simile a quelle quadrate e mascoline ferroviere che saltellavano allegramente con la loro mole tra un binario e l'altro, nei film di propaganda sovietici, abiti da lavoro, sigaretta in bocca e qualche pesante utensile da manutenzione ferroviaria tra le mani callose e nerborute. Con la calma più serafica, la signora-autista fa il giro del filobus, afferra la corda avvolgibile che trattiene le aste ribelli e le tira a sé. Con mani decise, da cui nessun uomo si augurerebbe di ricevere tenerezze, assesta due colpi ai pattini alle estremità delle aste, ne ripristina il corretto posizionamento e, guidandole con chirurgica pazienza, le riappoggia ai cavi della tensione. Con la stessa calma con la quale ne era discesa, risale sul mezzo, pigia sull'acceleratore e libera l'incrocio, visibilmente rotta a ben altre difficoltà nella sua non breve vita.

L'incontro con il direttore del centro culturale romeno è andato molto bene, ne è uscita una specie di intervista di quasi un'ora che sbobinerò e di cui riferirò in sede più opportuna. Ho bisogno di dentifricio. Entro in un emporio vicino all'incrocio del filobus di cui sopra: «Скажите пожалуйста, зубная паста есть?» (scusi, avete del dentifricio?) Risposta dell'unica commessa: «Mah, dovrebbe esserci, guardi un po' in giro...» Direi che serve un corso accelerato di tecnica di vendita. Domani, secondo giorno a Černivci.

[Foto, il Teatro di Černivci e la piazza antistante. Foto non mia, © Ilya]

Il diario prosegue con il racconto del secondo giorno a Černivci e poi con il trasferimento in Romania, attraversando la Bucovina, per proseguire verso Suceava e Iași.

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