Diario di viaggio: Černobyl’, Černivci, Suceava
Prima parte: Kiev, Černobyl’

La mia attività di ricerca per la scrittura del libro sulla situazione in Ucraina mi ha portato per la quarta volta in quel Paese, a metà ottobre 2016: tra le molte tappe, la visita alla centrale nucleare della catastrofe di Černobyl' e alla surreale «zona di esclusione» che la circonda. Altri altri dieci giorni di saliscendi tra Kiev, Leopoli, Černivci e infine Suceava, in Romania.


 

I miei diari nascono da appunti presi in tempo reale mentre viaggio. Non hanno pretesa di completezza, sono idee e osservazioni condivise con chi mi legge su Facebook mentre sono per strada. Sono le prime impressioni di ogni viaggio, che poi riporto qui, completandole, per tenere memoria di considerazioni e spunti di approfondimento per il mio lavoro.


13.10.2016 | Giorno 0 | Varsavia

Si parte! Tappa intermedia: Varsavia. Atterrare qui fa percepire in un solo colpo d'occhio dei mutamenti vissuti da questa parte d'Europa. Fino a vent'anni fa, il profilo della città era dominato dal Palazzo della cultura e della scienza, il grattacielo costruito in centro dai sovietici, negli ultimi anni di Stalin. Praticamente identico ad altri edifici analoghi a Mosca (il corpo centrale dell'Università, il Ministero degli esteri russo), bastava guardarlo per capire all'istante chi comandava, qui. Oggi, mentre l'aereo svolazza in circolo intorno alla città, vedi che il grattacielo ex sovietico si confonde, quasi sparisce tra le torri dalle forme architettoniche le più ardite, che ospitano hotel, uffici, multinazionali, sorte come funghi dopo la caduta del comunismo. Il vento della storia è girato.

Nell'attesa, mi mangio una non eccezionale cotoletta in «oferta specjalna» e aguzzo l'orecchio: quando sei circondato da gente che parla polacco, capisci perché Chopin poteva nascere solo qui o in Italia.

13.10.2016 | Giorno 0 | Kiev, un nuovo arrivo

«Ще не вмерла Україна...» E' il primo verso dell'inno nazionale ucraino: «Ancora non è morta, l'Ucraina.» Mi viene in mente ogni volta che ridiscendo in aeroporto. Chi non ha mai viaggiato nei Paesi dell'est e, in particolare, nel mondo ex sovietico, non imparerà mai l'arte di eludere il corteggiamento dei taxisti, abusivi o no, che si buttano sui viaggiatori in arrivo come mosche su una torta di compleanno, uno dopo l'altro. No, non ce n'è neanche per te, tassinaro tracagnotto di mezza età che mi mostri orgoglioso il tesserino e mi curi attentamente da quando sbuco dal portale delle uscite. Mi osservi speranzoso, mentre prelevo grivne all'ansimante bancomat, ma in centro so arrivare da solo con l'immarcescibile, vecchia maršrutka 322. Di lì, metropolitana e via. Ma che vuoi da me?...

A cena (in foto), il boršč! Mi mancava da un po'. Ne ho mangiati di decisamente migliori, ma non ho tempo e modo di cercare altro. In una fredda serata d'ottobre, mi ricorda un'amica ucraina via Facebook mentre mangio, è quel che ci vuole. Ha ragione. Il locale a fianco promette «caffè italiano.» Meglio non lasciarsi tentare.

14.10.2016 | Giorno 1 | Kiev: un hotel, una storia

Dall'ottavo piano dell'Hotel Ucraina, dove vengo sempre quando sono a Kiev, si può quasi mettere una mano sulla spalla dell'angelo che sovrasta la colonna del Monumento all'indipendenza, sulla celebre Majdan Nezaležnosti (che poi significa «Piazza Indipendenza»). Le colazioni qui sono varie e abbondanti, la mia camera costa molto poco, forse quanto in Svizzera o in Italia costerebbe la sola colazione. Il problema è arrivare dall'ottavo al secondo piano, sala ristorante: dei quattro ascensori esistenti ce n'è sempre almeno uno che non funziona e solo due fermano al secondo piano (che in realtà è il primo, tra le tante bizzarrie dell'est Europa c'è che in molti Paesi il piano terra conta come primo). L'ascensore di stamattina fermava a ogni piano, anche se nessuno doveva scendere o salire: una signora vicino a me osservava spazientita, in russo: «Почти как електричка!» - «È quasi come un treno locale!»

Dopo questa lunga traversata in verticale, però, puoi sederti nella sala (in foto) e immaginare tutta la storia che è passata di qui, in questo hotel che conserva ancora oggi il suo stile pienamente sovietico, comprendente lo svogliato e inutile guardiano, stravaccato su una sedia all'ingresso degli ascensori alla reception, con lo sguardo fisso nel vuoto. Desolatamente deserte, invece, le scrivanie che costituivano la postazione dell'onnipotente dežurnaja di piano. Qui hanno fatto colazione, pranzato, flirtato con le loro annoiate segretarie i funzionari di partito e capi bastone dell'Unione sovietica, le grasse e arcigne tecnocratesse dell'apparato, presidenti, governanti e artisti di tutto il mondo. Mezzo secolo di storia in una sala da pranzo. Mi impressiona sempre pensare che i locali di questo albergo, durante i fatti di Majdan Nezaležnosti dell'inverno 2013/2014, si trasformarono in rifugio per i feriti e primo, triste ricovero per i caduti. La quarta foto è recente ma è già storica: è stata scattata in quei giorni nella hall dell'hotel. Può impressionare, ma è la meno cruenta che ho trovato. Non ne conosco l'autore, ma se ne trovano a centinaia di simili, anche molto più crude.

14.10.2016 | Giorno 1 | Kiev, il mercato bessarabico

Il Mercato bessarabico, all'incrocio tra Kreščatyk e il Boulevard Ševčenko, è un pezzo di cultura di questa parte d'Europa - non solo dell'Ucraina - di cui queste tre foto danno un'immagine molto, molto parziale. Pesce fresco e secco, frutta fresca e secca, verdure, spezie dagli odori pungenti, formaggi, fiori, caviale, carne esposta senza alcuna protezione su lunghissimi banconi di ceramica rigorosamente segmentati in tranche lunghe circa un metro ciascuna, numerate per distinguere il venditore. Al vederti passare, ogni mercante ti offre le sue merci: Interessa caviale? Frutta? Fiori?... Una cultura del commercio diretto e senza fronzoli che da noi è finita schiacciata dai centri commerciali, ma qui sopravvive, per quanto ancora non si sa. Stamattina l'atmosfera era tranquilla, in una delle precedenti visite avevo assistito a scontri titanici tra babuške (anziane) che a gran voce si contendevano i tagli di carne migliori.

La mattinata si conclude in una libreria del centro, luogo per me assai pericoloso. Ne esco con due borse di libri utili per il mio lavoro. Puoi cercare in Internet fin che vuoi, ma nulla sostituirà mai due ore passate in una libreria a cercare, chiedere, sfogliare.

14.10.2016 | Giorno 1 | Kiev, incroci linguistici

Oggi qui è festa, la «Giornata del difensore dell'Ucraina» (in senso militare). È uno di quei giorni in cui puoi permetterti di camminare in mezzo a Kreščatyk, l'immenso viale a otto corsie che attraversa il centro città, per l'occasione chiuso al traffico. Musica, folla, palloncini. Un piccolo estratto dal vivo in questi due video.

Noto che nonostante il conflitto - che, va ricordato, è di fatto un conflitto con la Russia, coperto da pretesti indipendentisti - in questa città permane la curiosa convivenza tra la lingua russa e quella ucraina. Amici ucraini mi dicono che l'uso dell'ucraino si è fatto più frequente, dopo lo scoppio del conflitto, per senso patriottico. Ho letto articoli che lo confermano. Se si guarda alla realtà di questa città, però, la situazione mi sembra invariata, oggi, rispetto alle prime volte in cui ci venni. Penso che sia un bene, sarebbe un peccato se il conflitto distruggesse la ricchezza del multilinguismo. Sulla maršrutka dall'aeroporto al centro, ieri, ero seduto vicino a due ragazze, sicuramente sotto i trent'anni. Parlavano al telefono, quella a destra in russo, quella a sinistra in ucraino. Quando mi sono rivolto, in russo, al bigliettaio, lui mi ha risposto in ucraino: le due lingue sono abbastanza simili, un po' come italiano e spagnolo, dopo un po' ci si fa l'orecchio e di solito ci si capisce lo stesso. Nel bar - tavola calda dove ho mangiato ieri sera e oggi, i menu e tutte le scritte nel locale erano in ucraino, ma il personale salutava spontaneamente in russo tutti quelli che entravano, semmai poi la cameriera cambiava lingua a seconda della bisogna.

Non c'è nulla di scientifico, in queste mie osservazioni, naturalmente, se si vuole la scientificità basta leggere gli studi dei linguisti e i dati dei censimenti, non c'è bisogno di venire fin qui. Ciò che voglio vivere, ed è una delle principali ragioni per le quali sto viaggiando in lungo e in largo in questo Paese, è questa sorta di plurilinguismo spontaneo degli ucraini. E' molto difficile da capire, per noi, abituati a crescere in Paesi dove si parla una lingua sola, come l'Italia, o dove le diverse lingue sono geograficamente ben delimitate, come in Svizzera (in un cantone una lingua, nell'altro un'altra, ma mai tutte insieme). Qui i confini geografici tra le lingue non si lasciano tracciare con nettezza, ci sono delle prevalenze anche molto chiare nelle diverse zone, ma una lingua non esclude mai l'altra e ci si capisce sempre, anche se uno parla la lingua A e l'altro risponde nella lingua B. Nella prossima settimana muoverò verso sud ovest verso la Bucovina, la regione dove risiede la numerosa minoranza di lingua romena.

14.10.2016 | Giorno 1 | Kiev, ma perché sono qui?...

A ricordarmi i motivi per i quali sono qui e che mi trovo pur sempre in un Paese in guerra non c'è solo la «Giornata del difensore,» ma anche l'orologione di fiori sull'aiuola dell'Institutskaja, la strada che sale da Majdan Nezaležnosti verso l'Hotel Ucraina e passa sotto il ponte pedonale di ferro che porta al Centro internazionale della cultura e delle arti. La grande aiuola è stata riordinata e, lungo tutto il marciapiede, si snoda l'interminabile sequenza dei ritratti e dei monumenti improvvisati ai caduti durante gli eventi dell'inverno 2013/14 (v. foto).

Non se ne parla quasi più, in occidente, ma nel Donbass, regione che da qui si trova a una distanza paragonabile a quella tra Milano e Roma. si continua a combattere. Stamattina, mentre scendevo lungo l'Institutskaja, osservavo le molte persone raccolte in silenzio o in preghiera dinanzi alle foto e alle lapidi, vicino al grande orologio. Una ragazza mi ferma e praticamente mi obbliga ad acquistare un braccialetto intrecciato gialloblu, i colori della bandiera ucraina: i proventi, dice, vanno a sostegno di un non meglio definito ospedale militare dove si curano i feriti di guerra.

Domani, intanto, sveglia presto: si parte per un luogo dove è d'obbligo andare, se ti occupi del mondo ex sovietico e di Europa dell'est. Una destinazione a cui aspiravo da tempo: la centrale atomica di Černobyl' e le zone circostanti, dove avvenne il tristemente noto disastro nucleare. Oggi l'agenzia autorizzata che organizza le visite ha confermato via mail che i permessi per entrare nella zona vietata sono arrivati. L'appuntamento è per domattina alle otto alla stazione. Mi fermerò là due giorni. Andare a Černobyl' non è più nulla di eccezionale, ormai, e, se la visita è fatta con le dovute cautele, non è più nemmeno particolarmente pericoloso, qui è diventato quasi un business. E' un luogo dove la Storia recente ha fatto una svolta di novanta gradi e voglio andarci, per respirarla, quella storia, anche se mista a qualche residua radiazione non più in grado di nuocere.

Nella piazza, sotto l'hotel, la festa per la «Giornata del difensore» è finita ed è sceso il silenzio. Prima, mentre risalivo verso l'hotel, un ragazzo mi avvicina e mi insegue chiedendomi, in ucraino, se voglio comprare un braccialetto intrecciato gialloblu a sostegno dell'ospedale militare etc. etc. Pensando di avere l'argomento giusto per sganciarlo, gli rispondo, in russo: «No, grazie, ne ho già comprato uno!» E lui, prontissimo, adattandosi alla lingua della mia risposta, ribatte: "Beh, non ne vuoi un altro?..." Buonanotte!

[La scritta intorno all'orologio dice: "Gloria all'Ucraina - Gloria agli eroi]

15.10.2016 | Giorno 2 | Verso Černobyl'

Discesa agli inferi all'alba: la stazione Majdan Nezaležnosti della metropolitana di Kiev è profondissima, sicuramente la più profonda dove ricordo di essere stato. La foto rende giustizia solo parziale della lunghezza del percorso. Ciò giustifica anche la velocità supersonica della scala mobile: salirci e scenderne, soprattutto se si porta una valigia, richiede un attimo di concentrazione. Stamattina i bancomat non funzionano. Percorro in lungo e in largo i corridoi della stazione per cercarne altri: a quest'ora, in questi luoghi compare l'umanità meno fortunata, accampata sui marciapiedi e sotto le pensiline, bottiglie di birra mezze bevute in forma umana, traballanti e senza un dove. Trovato il luogo dell'appuntamento, localizzato il pullman. Černobyl' non ti temo.

15.10.2016 | Giorno 2 | Černobyl', entrata nella zona vietata

Bisogna venire sin qui per sperimentare il comfort degli autobus di fabbricazione cinese «Yutong:» fatti correre (si fa per dire) sul fondo non proprio livellato delle strade ucraine, trasformano il viaggio in un lavaggio nel cestello di una lavatrice. Nel video, alcuni minuti del trasferimento da Kiev, il paesaggio è tutto più o meno così. Poi gli abitati si rarefanno, compaiono le prime case abbandonate e la strada continua tra boschi e prati.

D'improvviso, in mezzo al nulla, un semaforo: è il posto di blocco all'ingresso della zona vietata, più propriamente «zona di esclusione.» Nella foto, l'abbiamo appena attraversato a piedi, stiamo aspettando che anche il nostro pullman passi la barriera. Davanti a noi un altro pullman di qualche organizzatore, acquistato visibilmente di seconda mano... in Italia. Dopo aver firmato la liberatoria di esonero dalle responsabilità, non si entra solo nel perimetro della città di Černobyl': si torna nell'Unione sovietica, come ci ricorda il caratteristico cartello-scultura all'ingresso della città. Oltre questi cartelli, tutto è rimasto fermo al 1986.

15.10.2016 | Giorno 2 | Černobyl', la città

Nella prima foto, il lungo viale del «Parco della speranza e della memoria,» costruito a memoria del disastro nel centro di Černobyl', città semideserta abitata oggi solo da tecnici e funzionari, oltre che, di passaggio, da visitatori come me e vari cani randagi a spasso per le strade deserte. Ai lati del viale, i nomi delle località vittime della catastrofe. Nelle foto successive, l'anziano signore che si intravede dietro la guida in tuta mimetica che accompagna il nostro gruppo, non voglio fotografarlo direttamente, lo incontriamo vicino alla chiesa di Černobyl', che viene ancora aperta per le feste maggiori. Ci racconta che quando ci fu la catastrofe fu allontanato, come tutti, ma poi insistette per tornare. Ora vive nella zona vietata, da solo: «Sono nato qui, mia moglie è morta. Così va la vita.»

Nelle altre immagini, alcune case abbandonate, tra il varco d'ingresso nella zona disabitata e il centro della città vera e propria di Černobyl'. Poi il nostro «hotel» per questa notte, su una via del centro di Černobyl'. Sull'interno del medesimo riferirò poi. La voglia di sorridere passa, appena si pensa alla tragedia che c'è dietro queste strade deserte, con più cani randagi che passanti. Lasciamo i bagagli, prendiamo possesso delle «camere» e proseguiamo verso la centrale nucleare.

15.10.2016 | Giorno 2 | Černobyl', la centrale

La centrale nucleare di Černobyl', sebbene prenda il nome dalla città, si trova a una ventina di minuti di bus dall'abitato. Nel video, stiamo uscendo dalla città: rarissimi passanti, i condomini sono disabitati, solo qualche appartamento rivela segni di vita. Ci fermiamo di fronte a uno dei due unici negozi della città, che funge anche da luogo di ritrovo per i pochi abitanti, poi usciamo dal centro e il pullman si inoltra nella campagna deserta. Facciamo una sosta, non ho ancora capito bene per quale motivo. «Non trattenetevi nel bosco – dice la guida in tuta mimetica – c'è un livello di radiazioni multiplo di quello che c'è lungo la strada» (prima foto). Immaginarsi se non c'è subito uno del gruppo che si infila dentro e non torna più, tanto che la guida deve andare a recuperarlo. Ma si può?

Infine, ecco comparire all'orizzonte, inconfondibili, il corpo basso e i camini della centrale nucleare. Si arriva dalla parte posteriore dell'edificio, sul quale si riconoscono gli altri reattori, non coinvolti nell'incidente e rimasti attivi poi ancora alcuni anni. All'estremità della bassa e lunga costruzione emerge il blocco 4, quello che esplose la notte alle 1:23 del 26 aprile 1986 (a sinistra nella seconda foto). Alcuni componenti del gruppo hanno un piccolo misuratore di radiazioni: i bip bip aumentano, più ci avviciniamo alla centrale, per poi girarle intorno ed entrare nel parcheggio dei visitatori, con il monumento e la lapide dedicata a coloro che costruirono il «sarcofago» lavorando a livelli di radiazioni non tollerabili dall'organismo umano: persero la vita o rimasero invalidi per il resto dei loro giorni. Salvarono non solo il loro Paese, ma tutto il resto del mondo da questa centrale impazzita, che sputava in cielo scorie radioattive come un vulcano.

[Scritta sulla lapide, quinta foto: «Agli eroi, ai professionisti e a tutti coloro che salvaguardarono il mondo dal flagello nucleare / In occasione della commemorazione dei vent'anni dalla costruzione dell'edificio di copertura»].

15.10.2016 | Giorno 2 | Černobyl', quanti lavorano ancora, qui?

Concludiamo la mattinata pranzando nella mensa del personale della centrale nucleare di Černobyl' (prima foto). Oggi nella centrale lavorano ancora circa 3000 persone, per «disattivarla» del tutto, più altre 1000, provenienti da tutto il mondo, che costruiscono il nuovo «sarcofago.» Siamo tra gli ultimi a vedere il «sarcofago» originale, tra un mese esatto sarà sostituito, quello costruito trent'anni fa nell'emergenza non è più affidabile. Si entra in mensa dopo essere passati attraverso una specie di metal detector (seconda foto) che rileva eventuali radiazioni (io risulto «pulito») e si passa avanti con obbligo assoluto di lavarsi le mani prima di mangiare. Una ricercatrice che fa parte del nostro gruppo lamenta che la sua fettina di pollo non è abbastanza calda. Poterebbe fare quattro passi e andare a metterla sotto il reattore nucleare esploso: la guida ci spiega che là sotto, a trent'anni dall'esplosione, ci sono ancora più di 200 gradi di temperatura.

Aggiungo due foto storiche, scattate nel 1986 nelle ore immediatamente successive all'esplosione. Le primissime immagini del disastro furono riprese dal fotografo Igor Fëdorovič Kostin, che si espose al rischio di volare in elicottero sulla centrale appena esplosa, mentre ne fuoriuscivano dosi elevatissime di radiazioni. Poté così fornire ai tecnici una documentazione visiva che permise di comprendere l'entità dell'accaduto e organizzare le prime contromisure. Kostin aveva 50 anni: lavorò sette mesi sul posto, scattando queste foto come documentazione storica e per orientare il lavoro dei tecnici. Assunse una fortissima quantità di radiazioni, in conseguenza delle quali, per il resto della sua vita, fu costretto a trascorrere, ogni anno, due mesi e mezzo in ospedale. E' morto nel 2015, a 78 anni, non a causa delle radiazioni, ma, per tragica ironia della sorte, in un incidente d'auto.

Nel pomeriggio si prosegue per Pripjat', la città-fantasma a pochi chilometri da qui, completamente evacuata da trent'anni.

[Grazie alla ricercatrice polacca Diana Wasilewska, che ho conosciuto in questo viaggio, per la foto al misuratore di radiazioni, non ne avevo una mia. Chi conosce il polacco può leggere le sue impressioni su Černobyl' sul suo blog >qui]

15.10.2016 | Giorno 2 | Pripjat', la città fantasma

Pripjat' doveva essere una città bellissima. Gli urbanisti dei regimi comunisti a volte producevano delle orrende città senz'anima, ma a volte ci sapevano fare davvero e Pripjat' doveva essere riuscita un capolavoro. Fondata nel 1970, non posso descrivere qui la miseria che ne resta oggi, se non dire che è uno di quei luoghi in cui, quando ci arrivi, senti quella particolarissima sensazione che si avverte quando capisci che stai incontrando la Storia, ce l'hai lì: l'hai studiata sui libri e, all'improvviso, ci sei dentro tu, con la tua mente e il tuo corpo. E' come un vento biblico, un alito che ti soffia dietro le orecchie, se sai ascoltarlo. Ti ferma il passo, e te ne accorgi solo perché, se sei con altri, loro ti spingono avanti, altrimenti staresti lì ad ascoltare quel vento fatto non d'aria ma di pensiero, che può commuoverti, farti gioire, muoverti all'ira, a seconda del tipo di storia che ti racconta, ma non ti lascia mai indifferente.

Per questo testo metto una sola foto: un'immagine apparentemente insignificante, che ho scattato vicino alla piazza centrale di Pripjat'. Il balcone di un appartamento con le porte e le finestre sfondate. Fermo davanti a questo condominio, ho immaginato una madre, un padre di famiglia chiudere con il groppo alla gola per l'ultima volta la porta e la finestra di quel balcone, il loro balcone, quando Pripjat' fu evacuata. Sita a tre chilometri dalla centrale di Černobyl', al momento dell'esplosione questa città fu investita in pieno dalle radiazioni e dalle ricadute di materiale radioattivo. L'annuncio radiofonico diede poche ore agli abitanti, per decidere cosa portarsi via. Era diffusa la convinzione che si sarebbe potuti tornare a casa dopo pochi giorni. Nessuno disse la verità, cioè che mai più nessuno avrebbe rimesso piede a Pripjat'.

Trent'anni dopo, noi, ricercatori, storici o curiosi, siamo davanti a quel balcone. Immagino di vederci dietro quella madre, quel padre, che con un gesto deciso chiudono la porta per sempre, senza sapere che a riaprirla saranno le intemperie, i vandali e gli animali che hanno fatto scempio di questa città vittima della stupidità umana. La centrale di Černobyl' aveva dei difetti, certo, ma all'origine della catastrofe ci fu la decisione di un ingegnere capo che stabilì di fare un certo esperimento senza rispettare i parametri indicati nelle istruzioni, per far vedere chi era che comandava, imponendosi con la sua autorità sui suoi sottoposti, che tentavano di dissuaderlo. Con quella decisione, in pochi minuti fece esplodere come una pentola a pressione un reattore nucleare.

15.10.2016 | Giorno 2 | Pripjat', senza parole

Ho camminato in silenzio molte ore dentro quelle case, nelle aule delle scuole, sul palco del teatro. Nelle sale d'attesa e nei corridoi dell'ospedale, nello spogliatoio dell'asilo con le scarpine abbandonate dai bambini. Poi nella caserma dei pompieri, nella stazione di polizia, nella piscina comunale. Nelle corsie del supermercato. Vi ho immaginato la vita che non c'è più. Ho pestato i cocci di vasi e di vetri, guardato i resti degli arredi delle cucine, le reti sfondate nelle camere da letto, mentre il bip bip dei misuratori di radioattività diceva a me e ai miei compagni di questo pellegrinaggio su una via crucis moderna e inaudita che quando il suono aumentava all'improvviso d'intensità - bip biP bIP BIP BIIIIIIP - dovevi fermarti, tu e la tua pietà, ché le radiazioni non risparmiano neanche quella.

15.10.2016 | Giorno 2 | Pripjat', audio storico

Questo è un audio storico: ho aggiunto solo la traduzione italiana. E' il messaggio radiofonico trasmesso il 27 aprile 1986 dalle autorità ai cittadini di Pripjat', intorno all'ora di pranzo, per ordinare l'evacuazione «temporanea» della città a partire dalle ore 14:00 dello stesso giorno. L'ascolto è istruttivo: nel messaggio colpisce particolarmente l'insistito riferimento alla «temporaneità» dell'evacuazione e l'ipocrisia della «situazione sfavorevole in merito alle radiazioni» («неблагоприятная радиационная обстановка»).

L'evacuazione della città, che contava 43'000 abitanti, si concluse alla sera. Dall'esplosione della centrale nucleare erano passate circa trenta ore. Durante queste lunghe ore, gli abitanti, ignari, vissero normalmente, senza protezioni, esposti senza saperlo a radiazioni altissime; portarono i bambini all'asilo, a scuola, al parco e svolsero le normali attività quotidiane di un qualunque fine settimana, ma provando crescenti malesseri dei quali non riuscivano a capire la causa.

Il sabato mattina qualcuno aveva cominciato a intuire qualcosa, vedendo per strada delle pattuglie che facevano strani rilievi indossando le maschere antigas. I genitori, insospettiti, iniziarono a riportare a casa i figli dall'asilo e da scuola, dove ai bambini venivano distribuite delle strane compresse. Nessuno, però, immaginava la dimensione dell'accaduto. Ufficialmente, alla popolazione non fu spiegato nulla, sino a quando non fu diffuso questo messaggio. Trent'anni dopo, quell'evacuazione «temporanea» non è ancora finita.

15.10.2016 | Giorno 2 | Rientro a Černobyl'

Finito il primo giro a Pripjat' rientriamo a Černobyl' città, ed è buio. Ciò permette di percepire come si svolga la vita in questo centro semideserto: interi condomini vuoti e spenti, con sole due o tre finestre accese in un angolo. Significa che in un edificio di decine di appartamenti solo quei pochi sono abitati. La popolazione non c'è più, tranne qualcuno che ha chiesto espressamente di tornare a proprio rischio. Vivono in città tecnici e addetti all'amministrazione della zona di esclusione, in numero abbondantemente inferiore agli abitanti che la città accoglieva prima della catastrofe. Ci sono due alberghi, un bar (dove tra poco mangeremo cena e domattina faremo colazione), due negozi (uno è nella seconda foto) che vendono entrambi generi vari, dai salami confezionati alla schiuma da barba. Vecchi stabilimenti ed edifici istituzionali, un museo dei robot che furono costruiti per i lavori di sgombero alla centrale esplosa, per far fare alle macchine ogni possibile attività senza esporre alle radiazioni gli uomini. Le macchine ne hanno prese tante, di radiazioni e sono lì ancora oggi: per accorgersene basta avvicinare a uno di questi robottini un piccolo misuratore portatile.

In tutta la città, non un cartellone pubblicitario, non un colore, non un bambino che gioca, niente ragazzi e ragazze. I due negozi hanno le tendine di pizzo luride, è tutto com'era in Unione sovietica, è un incredibile salto indietro nel tempo. Su un edificio, un grosso dipinto esorcizza l'esplosione nucleare (terza foto). Per un bizzarro destino, la città di Černobyl' fu meno interessata dalla ricaduta di materiale radioattivo fuoriuscito dalla centrale che porta il suo nome, ecco perché oggi, a differenza di Pripjat', le poche persone che restano possono ancora viverci, pur con le necessarie cautele.

15.10.2016 | Giorno 2 | La notte, a Černobyl'

Hai voluto venire a Černobyl'? Adesso ti becchi questa pensione in stile sovietico anni Cinquanta. Camera mini-appartamento con sistemazione per tre persone con sorpresa, nel senso che gli altri due ospiti che occupano gli altri letti non so chi siano, sono entrato in camera che stavano già dormendo. Presumo siano del nostro gruppo, domattina si vedrà. Il mio letto è un divano sgangherato, In una specie di locale cucina, dietro quella parete con lo specchio, dei biscotti sbriciolati sul tavolo, lasciati da qualche precedente occupante. La porta che si intravvede dà in un piccolo bagno pulito e dignitoso.

La notte di Černobyl' è diversa da tutte le altre. Ovunque si vada, nel resto del mondo, anche la notte più silenziosa non è mai totalmente muta. Qui, invece, tutto intorno l'aria è sorda come uno studio di registrazione. Nulla, nel buio nemmeno gli onnipresenti cani randagi danno un segno acustico di sé. Domani mattina si torna a Pripjat' e poi si prosegue il giro nella zona di esclusione. Domani sera, poi, usciremo da questa specie di macchina del tempo e torneremo nel 2016. Qui, ora, siamo fermi nel 1986, per giunta di era sovietica, perciò bisogna togliere altri trent'anni. Buonanotte, e speriamo che i due misteriosi coinquilini non facciano scherzi.

Il diario prosegue con il racconto del secondo giorno a Černobyl' e del resto del viaggio, che mi porterà in una delle città ucraine più belle e cariche di storia asburgica, Černivci, nel sud del Paese. Infine, attraverso la Bucovina, arriverò a Suceava, in Romania.

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