Diario di viaggio: Mosca, febbraio 2018
Quattro giorni nella capitale russa fra attualità e simboli del passato

Mosca, Cremlino: simboli delle ex repubbliche sovietiche nel Palazzo di Stato | © Luca Lovisolo
Mosca, Cremlino: simboli delle ex repubbliche sovietiche nel Palazzo di Stato | © Luca Lovisolo

Vado a Mosca per raccogliere informazioni di prima mano sulla vicenda del Museo Roerich, a metà fra cultura, politica e questione giudiziaria. Ritrovo alcuni luoghi in cui si è fatta la Storia del Novecento e, in particolare, degli ultimi anni dell'Unione sovietica e di tutto ciò che è venuto dopo il suo crollo. Fra meno 18 e meno 23 gradi di temperatura...


I miei diari nascono da appunti presi in tempo reale mentre viaggio. Non hanno pretesa di completezza, sono idee e osservazioni condivise con chi mi legge su Facebook mentre sono per strada. Sono le prime impressioni di ogni viaggio, che poi riporto qui, completandole, per tenere memoria di considerazioni e spunti di approfondimento per il mio lavoro.

23.2.2018 | Giorno 0 | Mosca, arrivo al crepuscolo

Ogni viaggio in Russia comincia con la richiesta del visto: attrezzarsi in anticipo, la pratica richiede vari giorni. Parto dal Ticino verso Milano Malpensa, poi prima tappa Zurigo, cambio aereo e infine Mosca: Svizzera - Italia - Svizzera - Russia, un giro un po' assurdo, ma tant'è.

A Mosca, l'albergo è un piccolo Bed&Breakfast (ma senza breakfast) di quelli che piacciono a me, dove sembra di essere in casa, non in un anonimo hotel di marca. Semplice e pulito, a due passi dal Politecnico, mi è costata più la pratica per l'ottenimento del visto di quattro notti qui. La proprietaria, tale signora Olga, si prodiga in tutti i modi. La persona che è venuta a prendermi in aeroporto, e che rivedrò nei prossimi giorni, prima di portarmi qui insiste per farmi fare un giro in auto in una Mosca completamente innevata, su cui sta scendendo il buio: svoltare a un incrocio, dopo essere passati su un ponte che attraversa la Moscova ancora ghiacciata, e trovarsi di fronte le cupole del Cremlino, resta un'impressione con pochi uguali al mondo. Poco dopo, però, il mio accompagnatore gira in una viuzza interna poco lontana, piena di neve. C'è un minibus fermo, con le luci di posizione accese, dentro c'è qualcuno. Accostiamo, lui abbassa il finestrino e lo stesso fa l'occupante dell'altra vettura. E' una mite signora di mezza età, intabarrata in cappottone e colbacco. Si scambiano qualche parola di saluto, poi rialzano entrambi il finestrino e proseguiamo. «Vede - mi dice il mio accompagnatore - è così che viviamo. Ci organizziamo giorno e notte per fare la guardia, registrare le targhe delle auto che passano, prendere nota di ogni movimento insolito.» Siamo davanti a un palazzo storico che ospita un'istituzione culturale piuttosto importante, ma che sta subendo particolari attenzioni, chiamiamole così, da parte della pubblica amministrazione. «Tutta la notte? - chiedo - Sì, tutta la notte e tutto il giorno, facciamo i turni - poi, ripete - Ecco, è così che viviamo.»

Dopo mi porta a cena in un piccolo locale vicino al Politecnico, ha una gran voglia di parlare. E' un ingegnere, giovane, colto, ha girato la Russia e l'Europa. Non ha l’aspetto di una persona ricca, i russi ricchi o arricchiti hanno altri modi di fare. Parliamo di quella istituzione, di cui lui, forse come quella signora che si farà la notte in macchina, è un ex dipendente e ora attivista volontario, ma parliamo anche di Ucraina, di Francia e di Europa. Mi parla in un russo ben scandito, vuole essere certo che capisca ogni parola di ciò che mi racconta. Facciamo il programma per i prossimi giorni, combinandolo con le cose che avevo previsto di fare da parte mia. Appuntamento domani mattina alle nove. Per il momento... a nanna, qui sono già le 10.00. La giornata è cominciata presto, un treno, un bus, due aerei. Per oggi ce n'è abbastanza.

24.2.2018 | Giorno 1 | Mosca, fuori programma

La persona che è venuta a prendermi all’aeroporto mi propone un giro in città e una visita al Museo d'arte antica russa Andrej Rublëv. Vorrei fare altro e non amo particolarmente muovermi accompagnato, quando viaggio per lavoro preferisco essere solo. La proposta, però, è interessante, la persona mi sembra molto preparata sulla storia della sua città e del suo Paese. Accetto. Dopo una colazione tipica in un self service poco lontano dal metro Baumanskaya, andiamo in visita al museo, in un antichissimo monastero del Milletrecento dalle mura bianche, un tempo fuori città ma oggi totalmente inglobato nel centro, elevato su una piccola altura coperta di neve abbondante. Il museo delle icone è interessantissimo, il mio accompagnatore insiste per avere una guida professionale, che si dimostra molto preparata e ci illustra lo straordinario, secolare sviluppo di questa particolare forma di pittura religiosa.

Dopo il museo ci spostiamo in auto in città, tra cumuli di neve. Mi porta all'interno della Cattedrale di San Basilio, nove chiese una sull'altra, anche qui con visita guidata. Pranziamo in una tavola calda nei Grandi magazzini GUM, sulla Piazza rossa (più avanti ne parlerò meglio). Per praticità, ci tornerò a mangiare anche nei prossimi giorni. Non si può non gustare una «insalata russa...» in Russia e nel bel mezzo della Piazza Rossa, anche se in russo si chiama «insalata oliv'e» (scritto оливье, pronuncia: aliviè). Poi ci salutiamo e proseguo la giornata da solo, ci rivedremo nei prossimi giorni. Mosca, a noi due.

24.2.2018 | Giorno 1 | Mosca, incontro con... Stalin

Incredibile. Poco fa, lungo la via che costeggia il Maneggio da un lato e il muro del Cremlino dall’altro, incrocio un passante vestito da Stalin. C’è tutto: cappotto, cappello, baffoni. Probabilmente è un figurante per foto con i turisti che se ne torna a casa nell’incipiente oscurità, ma proviamo a immaginare di essere a Berlino e incontrare per strada un Hitler, oppure, aggirandosi per Roma, imbattersi in un Mussolini... La riviviscenza del mito di Stalin, generosamente alimentata da Putin e pressoché ignorata in Occidente, prende anche queste forme.

A differenza di quanto avvenuto in Ucraina e in altri Paesi dell’est Europa, qui i simboli del comunismo non sono stati rimossi: falci e martelli, stelle, monumenti e nomi di vie sono rimasti generalmente dov’erano. Anche il Mausoleo di Lenin, nella foto qui a fianco, è periodicamente al centro di discussioni: lasciare lì o seppellire definitivamente la salma di Lenin? Basta questo per illustrare quant’è diverso l’atteggiamento psicologico con cui i russi leggono la fine di quell’epoca e la caduta dell’Unione sovietica, rispetto agli altri popoli dell’Europa orientale e della stessa ex URSS, dove si prendono le distanze da quel passato recente. In alcuni Paesi i riferimenti al comunismo sono esplicitamente vietati e sanzionati penalmente, come avviene in Italia con i simboli del fascismo o in Germania con quelli del nazismo.

Mentre scrivo queste cose sul mio profilo Facebook, nei commenti si sviluppa un'accesa discussione tra miei lettori russi, ucraini e di altre nazionalità, a proposito delle diverse interpretazioni che ciascuno di loro dà di questa storia. Personalmente sono contrario alla cancellazione dei simboli del passato, quali che siano. Cancellarli mi sembra sempre, istintivamente, un segno di debolezza, anche se comprendo che vi sono popoli a cui questi regimi e le loro simbologie sono stati imposti e vogliono vederne scomparire le tracce al più presto. E’ interessante osservare come tra popoli vicini geograficamente e appartenenti a una comune esperienza storica, come quella dell’URSS e del «socialismo reale,» ci siano diversità così profonde di lettura di quella parte di storia. Per molti occidentali, generalmente abituati a considerare L’«Europa dell’est» come un blocco indistinto, sono osservazioni rivelatrici della diversità e varietà di questa parte di Europa.

Non ci sono dubbi che i russi ricordino Stalin per la vittoria della seconda Guerra mondiale, che per l’Unione sovietica fu una guerra di difesa da un’aggressione (in russo, non per niente, si chiama Grande guerra patriottica), anche se non andrebbe dimenticato che pochi mesi prima dello scoppio della guerra l’Unione sovietica di Stalin e la Germania di Hitler, nelle persone di Molotov e Ribbentrop, loro ministri degli esteri, avevano firmato un patto in cui di fatto si spartivano l’influenza sull’Europa, perciò non avevano disdegnato di collaborare a danno di tutti gli altri. Altrettanto è noto che nel periodo staliniano ebbe radici lo sviluppo industriale, e non solo, che fece balzare l’Unione sovietica nella modernità. Questi sono dati storici fuori discussione e, da questo punto di vista, il regime staliniano si differenzia da quelli di Mussolini o di Hitler, perciò è diversa anche la sua memoria.

Per quanto un dittatore possa contribuire allo sviluppo del suo Paese, però, non potrà per questo essere scusato per le sue brutalità. Non serve che un dittatore sia ricordato per aver fatto cose buone, prese isolatamente: per averne il merito, doveva essere capace di farle senza repressioni, fosse comuni e autoritarismo, altrimenti il giudizio storico non può essere favorevole. D’altra parte, sarebbe affrettato definire questa accondiscendenza di molti russi verso il periodo staliniano come nostalgia per il comunismo, o, peggio, ridicolizzarla. Parlandoci, capisci che nasce da un sentimento misto di umiliazione e di privazione, che sorge dal confronto tra il presente e un passato ancora vicino e non metabolizzato, in cui la Russia era centro politico e ideologico di un’unione di 15 Stati ed esercitava influenza su una buona metà del mondo. Non ne è rimasto nulla, se non la Russia stessa, indebolita e disorientata. Stalin, agli occhi dei russi di oggi, è ancora un simbolo di quella perduta grandezza. Ciò aiuta a collocare, anche se non lo giustifica, l’atteggiamento di Mosca sulla scena internazionale contemporanea, l’annessione della Crimea, il sostegno agli autonomisti del Donbass e l’attivismo in Siria. E' facendo leva su questo sentimento, che Putin mantiene in piedi il suo sistema di potere: sul nazionalismo, sulla reviviscenza del mito di Stalin e del suo tempo, tacendo però accuratamente le repressioni e i crimini di quel periodo, che invece sono tragicamente simili a quelli di ogni altra dittatura e anch’essi storicamente accertati.

Prendo la metropolitana per rientrare in albergo: salgo alla stazione Biblioteca Lenin, seguono le fermate Piazza della Rivoluzione e Kursk. Io scendo alla Baumanskaya, quella dopo si chiama Fabbrica di componenti elettrici. In dieci minuti di metrò, i nomi, i luoghi e la semantica di settant’anni di Storia. Dove, se non nello «Stato dei lavoratori e dei contadini,» poteva venire in mente a qualcuno di chiamare una fermata della metropolitana Fabbrica di componenti elettrici (Elektrozavodskaja)?

 

25.2.2018 | Giorno 2 | L'inverno russo

Piazza Rossa, ore 9:00. Temperatura: -18. Se ben coperti, grazie al clima secco e in totale assenza di vento si sopportano senza difficoltà. «Ha trovato proprio il vero inverno russo,» mi dice la proprietaria dell'albergo. Me ne sono accorto...

25.2.2018 | Giorno 2 | Nuvole di vapore

Cos’è quel costante nuvolone bianco sullo sfondo della Piazza Rossa, a destra della Cattedrale di San Basilio? È il pennacchio di vapore che esce dalle ciminiere della centrale del riscaldamento cittadino. Per noi occidentali è normale avere una caldaia individuale, oppure condominiale. Qui, come in quasi tutti i Paesi dell’Est, le case sono riscaldate da enormi centrali collettive cittadine. Il calore passa in tubazioni sotterranee, in centro città, ma, appena si esce in periferia, le condotte corrono all’aperto: grandi tubi imbottiti che affiancano e scavalcano strade e ferrovie. In qualcuno di questi Paesi esiste anche un «Ministro del riscaldamento» che deve occuparsi del buon funzionamento di questo intricato sistema, essenziale per la qualità della vita a queste latitudini. La centrale, con le sue ciminiere, si trova a poca distanza dalle mura del Cremlino e dalla Piazza Rossa.

25.2.2018 | Giorno 2 | Altro incontro da ricordare

Approfitto della mattinata per entrare al Mausoleo di Lenin, l'interno non l'ho mai visto, anche se ci sono da fare 20 minuti di coda all’aperto a 18 sottozero. Mi metto in fila, sulla rampa che sale dalla Piazza del Maneggio verso la Pazza Rossa, costeggiando il Museo di Stato. Mentre attendo pazientemente, mi passa a fianco un piccolo e insolito corteo: una trentina di anziani, molto anziani, curvi, a passo incerto, chiusi in cappotti e colbacchi usurati, uomini e donne. Qualcuno porta una bandiera rossa con falce e martello. In apertura del corteo, il primo anziano tiene sul petto, ben in vista, un ritratto di Stalin e un mazzo di fiori con un nastro rosso. Superano la fila e continuano la loro incerta marcia verso il Mausoleo.

Sulle prime, sembrano comparse di un film, qualcuno intorno a me, nella fila in attesa, sorride. Pensandoci, vengo colto invece da un moto di rispetto. Vorrei fotografare la scena, ma non lo faccio, diventerebbe facilmente una macchietta. Questi anziani che arrancano sulla salitina verso la piazza hanno certamente fatto la seconda Guerra mondiale, o Grande guerra patriottica, com’è chiamata qui. Perciò si sono fatti Stalin, poi la Trojka, poi Chruščёv, Brežnev, Andropov e Černenko; poi Gorbačёv e gli anni durissimi della Perestrojka (che a noi in Occidente piaceva tanto, ma non eravamo qui a viverla), poi El’cin e adesso Putin. Ne hanno viste di tutti i colori: Stalingrado e Jurij Gagarin, le parate del primo maggio, qui, su questa piazza, le code per comprare il pane, le Zaporožec e le Žiguli (che qui non era una caramella alla frutta, ma un celebre modello di automobile costruito a Togliattigrad su licenza, analogo alla FIAT 124).

Arriva il mio turno, passo il controllo e arrivo al Mausoleo, in mezzo alla Piazza Rossa, una tozza costruzione di marmo nero e marrone in cui si entra dal davanti, scendendo due rampe di scale. A ogni angolo, a ogni pianerottolo, un poliziotto, non si viene persi di vista un attimo. Giri intorno al corpo di Lenin, esposto in una teca illuminata, ed esci dall’altra parte, scale speculari a quelle dell’entrata, stessi poliziotti nelle stesse posizioni. Esci e passi davanti alla necropoli dei grandi personaggi della Rivoluzione d’ottobre, dei segretari del Partito comunista fino a Černenko e di altre personalità, in questa sorta di algido santuario laico. Su tutti i busti, sulle tombe e sulle lapidi, due garofani freschi deposti a terra. Davanti al busto di Stalin, oltre ai garofani, riconosco i fiori con il nastro rosso che avevo visto portare dal corteo di anziani.

Se l’immagine di Stalin di ieri, in versione figurante per fotografie, poteva avere un che di goliardico, qui vedi quella storia portata sulla schiena curva di questi anziani silenziosi, claudicanti, e tutto cambia colore. La rivalutazione del mito di Stalin a biechi fini di potere, di cui parlavo ieri, passa cinicamente sulle loro schiene. Questi vecchini di sicuro non sono funzionari o alti gradi, hanno l’aspetto di anziani qualunque, non certo benestanti: sono dei libri di storia viventi. Sono la dimostrazione che la grande Storia, la grande politica, possono scontrarsi in guerre d’ideologia e di armi, in regimi umilianti e violenti, ma alla fine camminano sulle spalle dei singoli che rispondevano alle chiamate di leva, facevano le code per portare a casa un salame incartato nel giornale del giorno prima e credevano in un grande sogno, perché loro, forse, credevano davvero che quelle fatiche servissero a costruire per i loro figli un mondo migliore, il sol dell’avvenire. Erano felici ai cortei del primo maggio, su questa piazza, alzavano il pugno e urlavano a squarciagola i cori parlati con i motti del Partito, e la loro vita è stata tutta lì. E adesso sono qui, davanti a me, poco fa hanno messo sul busto di Stalin i loro fiori. Si allontanano sorreggendosi a vicenda nei loro passi incerti, sul marciapiede viscido per il ghiaccio. Alla fine, stringi stringi, la Storia è questo.

In foto: i busti di Stalin, L.I. Brežnev e K.U. Černenko, penultimo leader dell’Unione sovietica. L’ultimo fu Gorbačёv, che è ancora in vita.

25.2.2018 | Giorno 2 | Pranzo ai Grandi magazzini GUM

Oggi, pranzo con boršč e pelmenyi con panna acida ai Grandi magazzini GUM, sulla Piazza Rossa, di fronte al Cremlino. GUM (in caratteri cirillici: ГУМ) è la denominazione rimasta invariata dall’epoca sovietica e sta per Государственный универсальный магазин (letteralmente: «negozio universale di Stato,» dove «negozio universale» significa ciò che in italiano chiamiamo «grande magazzino»). Sono un luogo di una tristezza profondissima. Qui, come nel centro commerciale sotterraneo di Kiev, sotto Majdan, e in tanti altri luoghi simili, appena caduto il comunismo l’occidente si è affrettato a portare il peggio di sé: il lusso più sfrenato e inutile, accessibile solo agli oligarchi, il resto della gente può solo guardare le vetrine.

In queste gallerie parallele a tre piani, piene di boutique e marchi celebri (italiani, americani, francesi, svizzeri...), si fa fatica a trovare ancora un’insegna in caratteri cirillici. Colpisce quella del Gastronom nr. 1, che riprende il nome della celebre catena di negozi alimentari dell’Unione sovietica, seguito, come allora, dal numero della filiale (nei Paesi socialisti, negozi, imprese e persino gli ospedali non sempre avevano un nome, appartenevano a catene gestite dallo Stato e le singole sedi si distinguevano con un numero - In Romania avevo ancora fatto in tempo a vedere la vecchia insegna della «Unità di lavoro socialista numero 6,» in una strada del centro di Timișoara, era un salone di acconciature maschili). Naturalmente questo Gastronom posticcio è finto come la plastica e non ha più nulla a che vedere con i veri Gastronom sovietici, che erano probabilmente tristi anche loro, ma almeno erano autentici. Un giochino con la Storia che potevano anche risparmiarsi.

In questi giorni nel GUM è in corso una tremenda «settimana cinese:» chioschi con merci cinesi, musica cinese sparata a tutto volume dagli altoparlanti, finte cineserie ovunque. Potremmo essere a Pechino, ma anche a Parigi, Londra o New York. Qui di russo non c’è più praticamente nulla e nessun russo normale può comprare alcunché, come nessun italiano normale può comprare nulla in Via Montenapoleone e nessuno svizzero normale comprerà niente nella Bahnhofstrasse di Zurigo. È il progresso, bellezza.

25.2.2018 | Giorno 2 | Il palazzo dove si è fatta la Storia

Si entra. Dove? Nel Palazzo di Stato, dentro le mura del Cremlino. Vi si arriva attraverso il lungo ponte in salita che scavalca il Giardino di Alessandro, dopo aver superato i controlli di sicurezza, simili a quelli di un aeroporto. Il palazzo, un parallelepipedo moderno con ampie vetrate, è recente, costruito nel 1961: si trova subito sulla destra, appena entrati, a pochi passi dal palazzo del Senato, dove c’è l’ufficio Putin. L’accesso a quest’ultimo è precluso da un ulteriore cancello, ma per il resto nel Cremlino ci si muove con una relativa libertà, benché sorvegliati a vista da un numero imprecisabile di poliziotti. Per entrare basta avere un motivo, che di solito è il biglietto di ingresso per visitare il museo dell’armeria, la spianata delle cattedrali con il gigantesco cannone «Zar puška» o una delle mostre d’arte che si tengono regolarmente tra le mura. Oppure, un evento nel Palazzo di Stato, ed è questo il motivo per cui ci sto entrando io.

Danno il balletto «Lo Schiaccianoci» di Čajkovskij, ma evidentemente non è questo il mio motivo principale, sebbene sentire musica di Čajkovskij qui, con il corpo di ballo del Cremlino, sia per sé un fatto straordinario: non mi era mai capitato di sentire un concerto di musica classica in una sala di 6000 posti, tutti occupati.

Volevo assolutamente entrare in questa sala, con qualunque pretesto, perché qui si è fatta la Storia. Nel foyer, in alto, ci sono ancora gli stemmi di tutte le 15 repubbliche sovietiche. E’ possibile che tutti voi che state leggendo, anche se non siete mai venuti a Mosca e non vi interessate particolarmente di Russia, ex URSS o Paesi dell’Est, vedendo le foto riconosciate questa sala (ho messo una foto storica, insieme alle mie), la si vedeva spessissimo nei telegiornali. Sul palcoscenico dove stasera volteggiano i danzatori dello Schiaccianoci, durante il periodo sovietico venivano montati lunghissimi tavoloni, una tribuna per gli oratori e, dietro a tutto, una gigantesca statua, un ritratto o un busto di Lenin. Qui si tenevano i congressi del Partito comunista dell’Unione sovietica, le assemblee del Komsomol, si è svolta la prima seduta dei deputati del popolo eletti con Gorbačëv in un primo tentativo di elezioni semilibere. Qui fu umiliato Andrej Sacharov, fisico nucleare sovietico dissidente, prima isolato, poi riammesso alla vita pubblica da Gorbačëv e infine, in questa sala, fischiato e zittito. Morirà poco dopo d’infarto.

Dal mio posto, fila 32 poltrona 18, vedo la sedia da cui Anatolij Sobčak, padre della Ksenija che quest'anno si è candidata alle elezioni presidenziali, lanciava le sue invettive contro Egor Ligačëv, in uno dei primi dibattiti in cui ci si poteva esprimere con una libertà sino ad allora impensabile; vedo la porta, a sinistra della platea, dalla quale la delegazione della Georgia uscì per protesta, quando le dimostrazioni avvenute nella capitale della loro Repubblica, Tbilisi, nell’aprile del 1989 furono schiacciate nel sangue dall’esercito sovietico. Immagino davanti a me, sul palco, al posto della buca in cui l’orchestra sta accordando gli strumenti, la tribuna da cui parlò il deputato lituano: ruppe il tabù e rivendicò esplicitamente l’indipendenza delle tre Repubbliche baltiche, asserendo la nullità del patto Molotov-Ribbentrop.

Poi il clamoroso strappo di Boris El’cin (o Eltsin, come si scrive in Italia), appena eletto a furor di popolo presidente della Russia (che faceva ancora parte dell’Unione sovietica). Durante il 28.mo congresso del Partito comunista dell’URSS annunciò qui la sua fuoriuscita dal Partito, assestando il primo, duro colpo al sistema sovietico: cosa restava del PCUS e dell'Unione sovietica, se il presidente della Russia usciva dal Partito? Il suo racconto è impressionante: «Chiesi la parola, salii sulla tribuna. Annunciai le dimissioni, mi girai, guardai negli occhi Gorbačëv e gli sbattei davanti il foglietto da cui avevo letto l’annuncio. Scesi dalla tribuna e attraversai il corridoio centrale della sala. Tra i presenti c’era chi rumoreggiava, chi taceva, chi applaudiva. Andai diritto verso l’uscita, senza guardare in faccia nessuno.» L’onnipotente Partito comunista dell’Unione sovietica, già indebolito dagli eventi, era, da quel momento, moribondo.

Nell’intervallo del concerto sono andato giù, vicino al palco, e ho provato a fare anch’io lo stesso percorso, lungo il corridoio centrale, in leggera salita, fino alla porta d’uscita (lo si vede in una delle mie foto, purtroppo un po' sfocata), provando a immaginare di avere intorno non qualche migliaio di moscoviti che attendono l’inizio del secondo atto del balletto, ma una massa di persone confuse, deluse, incredule, nemiche. Qui, in mezzo a queste sedie, dicevo, si è fatta la Storia recente. Se la si vuole capire, bisogna venirci. Alla fine dello spettacolo, i seimila spettatori, 5999 più me, esplodono in un applauso ritmato verso l’orchestra e il corpo di ballo. Ecco come doveva essere, quando ad applaudire qui erano i giovani entusiasti del Komsomol, o i gerontocrati di tutta l’Unione sovietica, quando applaudivano i discorsi biascicati di Brežnev. Torno in albergo in una mosca gelida e illuminatissima. Domani mi aspetta un incontro che è il principale motivo per il quale sono qui, devo finire di prepararmi.

25.2.2018 | Giorno 2 | Mosca notturna

Qualche immagine notturna, rientrando in albergo dopo il concerto. Non ci si crederà, ma qui si mangia il gelato, lo si trova al GUM. Ci provo. La temperatura del gelato è intorno a meno 9, quella esterna è meno 18/20, a quest’ora. Il gelato è più caldo, l’effetto è che e lo si gusta praticamente senza avvertirne il freddo, come se fosse una crema pasticciera a temperatura ambiente.

25.2.2018 | Giorno 2 | Danze congelate

Piazza Rossa, ore 21:00 e passa, siamo a 20 sotto zero circa, e questi che fanno?...

26.2.2018 | Giorno 3 | Colazione, radio e canarini

Colazione al bar con canarini. L’altoparlante tuona: «Вы слушайте [state ascoltando] Radio Montecarlo.» Preferivo ascoltare Radio Mosca, ma vabbè. Andiamo a finire di preparare l’incontro di oggi, che è meglio.

26.2.2018 | Giorno 3 | Un museo svuotato

Sono qui anche perché tra qualche settimana dovrò intervenire come relatore, in Italia, a un convegno sulla situazione del Museo Roerich di Mosca. Gestito da una ONG, oggi è coinvolto in una quantità di vicende giudiziarie dalle origini poco chiare ed è stato ormai completamente svuotato, con una serie di sequestri che appaiono difficili da motivare.

Devo capirne di più. Incontro i responsabili del Museo, ma non nella sua sede, ormai inagibile e sorvegliata. E' giorno e, passandoci davanti, riesco a fotografare il minibus di cui parlavo poco sopra. Da questo automezzo i collaboratori del museo sorvegliano ventiquattro ore su ventiquattro l'edificio e ciò che resta del suo contenuto. Anche l'Autorità giudiziaria sorveglia la sede, di fatto non accessibile. In un colloquio di un paio d'ore con i dirigenti del Museo tocco con mano cosa significa essere consegnati all'arbitrio dei tribunali in un Paese dove la separazione tra potere giudiziario e potere politico è tutt'altro che compiuta. Non da storie lette su libri o giornali, ma da persone fisiche, sedute intorno a me, che mi comunicano la loro rabbia e il loro bisogno di trasmettere all'esterno la loro solitudine e disperazione. Di questo incontro, per chi vuole saperne di più, parlo dettagliatamente in >questo articolo.

Al termine del pomeriggio, una delle mie attività preferite, quando sono in viaggio per lavoro: una lunga visita a una libreria, poco lontana dall'Arbat. Ho tantissimi libri in russo, ma, strano, mi mancava questo: Il dottor Živago. Rimedio alla lacuna. Prendo nota di molti altri titoli da ordinare successivamente, questa volta ho poco peso residuo disponibile a bagaglio, in aereo. Il libro con biografia e opera omnia di Natal’ja Vladimirovna Poklonskaja, che troneggia in tutte le librerie, lo lascio invece dov'è, senza rimpianti (non tutti sanno chi è Natal’ja Vladimirovna, ma non importa, si vive anche senza).

Tra le altre foto: alcune immagini del Museo Roerich quand'era aperto e funzionante, poi alcuni scatti ripresi dai collaboratori del Museo stesso nelle sale come si presentano oggi, dopo i sequestri. Infine, rientrando in albergo, lo scorcio in lontananza di una torre del Cremlino vista dai pressi del Ministero della Difesa.

27.2.2018 | Giorno 4 | Dialogo (apparentemente) surreale

Mosca, interno, mattina, uscendo dalla camera d’albergo:
Signora Olga, proprietaria: – «Esce? Uh!, guardi che fa freddo, oggi...»
Io: – «Grazie!» [pensando dentro me: «Ma tu guarda che tempo, fino a ieri s’andava in giro in canottiera, e oggi siamo a venti sotto zero... non ci sono più le mezze stagioni!]

La signora Olga ha ragione. Il visualizzatore alla fermata del tram parla chiaro: oggi siamo a -23 gradi.

28.2.2018 | Giorno 5 | Ultimo sguardo

Ultimo sguardo alla Piazza Rossa, prima di rientrare. La piazza è in posizione elevata, rispetto alla città circostante. Per questo motivo ci si arriva salendo quattro rampe, due sul lato del Museo di Stato e due sul lato opposto, quello della Cattedrale di San Basilio, che corrono ciascuna ai due lati dei rispettivi edifici. Questa posizione produce quello strano effetto scenico che si osserva guardando le parate sulla Piazza Rossa, che tutti abbiamo intravisto almeno qualche volta al telegiornale: i mezzi e i corpi militari che sfilano sembrano spuntare dal nulla su un lato della piazza, la attraversano e tornano a scomparire dall’altro lato. In realtà, salgono le rampe da una parte e le scendono dalla parte opposta, dando l’impressione di emergere dal vuoto e sprofondarvi poi di nuovo.

La prospettiva della piazza è rovinata dalle bancarelle del mercatino del capodanno cinese e da un enorme katok (pista per il pattinaggio sul ghiaccio) su cui svolazzano vari ragazzini al suono di canzoni classiche arrangiate allo scopo, russe e non (non manca nemmeno la versione russa di «Volare, oh oh...») e che violentano anche il silenzio, che altrimenti regnerebbe su questo luogo e aiuterebbe a pensare alla storia che è passata su questa gigantesca spianata, molto più del fracasso di questo insopportabile mercatino posticcio.

28.2.2018 | Giorno 5 | Pensieri in aeroporto

Se cerco una sintesi di questo viaggio, mentre sto consumando un pranzo-merenda sull’aereo di ritorno, la trovo nelle conversazioni con la persona che mi ha ricevuto qui e accompagnato in parte della mia permanenza. Era visibilmente toccato dal fatto che io sia venuto fino qui per ascoltare il caso del Museo Roerich, anche se per me questo viaggio aveva un’utilità che si estendeva ad altri lavori, in particolare quello sull’Ucraina.

Ho apprezzato il suo aiuto e penso che lo abbia capito, anche se ho cercato di mantenere le distanze e di passare più tempo possibile da solo, anche per ragioni professionali. Non posso prendere troppa confidenza con le persone coinvolte nelle situazioni di cui mi occupo e non posso permettere che mi paghino tutto: accetto volentieri un pranzo offerto come segno di amicizia, ma non di più. Va bene andare in giro città insieme, ma una volta e poi basta, e i rapporti restano formali. Non viaggio per scrivere o studiare situazioni in favore loro o di nessun altro. Devo sviluppare il mio giudizio indipendente e il mantenimento della distanza, anche sul piano personale, è necessario. Non è una vacanza.

Il punto è il contrasto fra la situazione che sta vivendo questa persona e l’affetto che ha per il suo Paese, considerazione che vale non solo per lui, ma anche per gli altri che ho conosciuto ieri. L’altro aspetto è il rapporto con la storia dell’ex Unione sovietica. Il mio interlocutore è una persona colta, abbiamo prevalentemente parlato in russo, ma parlava anche un eccellente tedesco e un ottimo inglese. Ha viaggiato e non è preda della propaganda dei media russi. Sa benissimo come stanno le cose in Ucraina, conosce l’Occidente e viaggia per interesse autentico, non è un riccone e certamente non prende gli aerei per andare ai villaggi turistici.

Nonostante ciò che sta vivendo con i suoi colleghi, mi avrà ripetuto mille volte quanto è legato al suo Paese, e lo dimostrava quando mi raccontava la storia dei monasteri e delle icone, e la storia più antica della Russia: «Deve andarsene questo sistema, è questo che ci blocca. Per il resto, la Russia ha tutto: risorse naturali, un buon sistema scolastico e tante intelligenze.» Attribuisce a Putin la colpa di aver rotto il rapporto di fiducia con l’Ucraina, aggredendola: «E’ chiaro che se facciamo così ci mettono le sanzioni e ci considerano aggressori: sarà pur vero che in Crimea e nel Donbass si parla russo, ma quella è Ucraina.» Sentir parlare così un russo, oggi, non è frequente. Mi dice che Putin, con l’aggressione all’Ucraina, ha rovinato la fratellanza slava, tra Russia, Ucraina e Bielorussia, che è fondata essenzialmente sulla cultura, perciò può esistere anche se i tre Stati oggi sono indipendenti. Ne parla come di una storia familiare: «Ci siamo sempre sostenuti a vicenda, quando ce n’era bisogno, adesso ci siamo fatti detestare dagli ucraini, e come possono non considerarci aggressori?» Non approfondisco qui il discorso, ma mi colpisce il suo tono. Su Stalin e sulla restaurazione del suo mito la pensa, lui, russo, esattamente come me, occidentale. Anche questo non è comune.

Quando parliamo della vita nell’ex Unione sovietica, anche lui è uno dei tanti abitanti dell’Est Europa che ricorda la distensione dei rapporti interpersonali di allora, rispetto alla società di oggi, individualista e competitiva. E’ un’osservazione che ho sentito ormai da non so quanti cittadini dei Paesi dell’Est. Per quanto quei regimi si facessero odiare per mille altre ragioni, offrivano un tipo di relazioni umane e un senso di sicurezza sociale di cui molti avvertono evidentemente la mancanza, oggi.

Del resto, mi fa notare, la Russia di oggi non può essere guardata come Paese compiuto: attraversa una enorme fase di transizione che durerà chissà quanto. Manca un’idea di Nazione, mi dice, nonostante la martellante propaganda nazionalista di Putin. Nelle sue parole, la retorica di Putin appare come una specie di coperta distesa sulla popolazione senza alternative, che aspetta solo di liberarsene. Mi fa vedere i cartelloni per le elezioni del 18 marzo e i volantini appesi alle porte delle case, in centro: sono curiosi, perché quasi tutti invitano non a votare per il candidato A o B, ma semplicemente ad andare a votare: «Il candidato praticamente è uno solo, e l’unico modo che abbiamo per opporci è non andare a votare: Putin ha paura che ci vadano in pochi e l’Occidente non lo consideri più legittimato.»

E poi? La sensazione di trovarsi in mezzo alla Storia, sulla Piazza Rossa, o dentro la grande sala del Palazzo di Stato. Come quando andai tra le macerie di Pripjat, la città abbandonata dopo la catastrofe di Černobyl’. Mi guardo intorno e mi sembra di essere entrato di persona nelle mille pagine di libri e nelle infinite ore di filmati e documentari che ho studiato sui fatti avvenuti in questi luoghi. E’ una specie di vento, come avevo già scritto per Černobyl’, o una lieve scossa elettrica che ti isola dal resto per un momento e ti fa sentire dentro quella Storia. Forse, il momento che ricordo più di tutti è aver ripercorso i passi della storica camminata di Boris El’cin , nella platea del Palazzo di Stato, al Cremlino, quando la storia della caduta dell’Unione sovietica cominciò ad accelerare e arrotolarsi su se stessa come una slavina.

Questi viaggi servono anche a ricordarmi perché mi occupo di tutto ciò: la mia generazione, quella dei cinquantenni, ha vissuto una stagione straordinaria, la fine del comunismo e della divisione dell’Europa, e l’ha vissuta da un luogo privilegiato, la parte più ricca e libera del nostro continente. Oggi possiamo ancora incontrare i protagonisti di quel tempo e visitare i luoghi in cui quella storia avvenne, ancora largamente intatti. Poi c’è sempre il rimprovero di quella bibliotecaria di Bucarest, che, quando seppe che facevo ricerca sulla Romania di Ceaușescu, mi disse, guardandomi male: «Voi occidentali non capirete mai.» E’ vero, non capiremo mai fino in fondo le tragedie di chi ha vissuto quelle storie, ma resto fermamente convinto che dobbiamo fare almeno lo sforzo di provarci. Lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi. Adesso, cambio d’aereo, si vola per Milano e poi si torna in Ticino. A presto!

 

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