Le «parole di Krumbach»

Wilhelm Krumbach (1937-2005)
Wilhelm Krumbach (1937-2005)

Non con la mestizia di chi commemora un defunto, ma con la consapevolezza di chi condivide un’eredità comune: così, nei giorni scorsi, con un concerto nella Basilica di Sant’Ambrogio, gli amici milanesi del germanista, musicologo e organista tedesco Wilhelm Krumbach hanno ricordato i dieci anni trascorsi dalla sua scomparsa, a dimostrazione della traccia che la sua personalità ha lasciato in coloro che conobbero lui e le attività che si svolgevano, con il suo contributo essenziale, all’Università cattolica di Milano, dove tenne, a partire dai primi anni Ottanta, innumerevoli corsi e più di 200 concerti.

Chi era il professor Wilhelm Krumbach? Una figura di dimensioni fisiche solenni, rado pizzetto grigio, sigaro e ciuffo ribelle. Quando parlava, da quella corporatura maestosa usciva però una vocina quasi da contraltista, che suscitava, per il contrasto, immediata simpatia. Aveva studiato germanistica, filosofia e musicologia all’Università di Magonza. Come organista era stato allievo di Adolf Graf. Quando lo conobbi, nel 1985, aveva meno di cinquant’anni. Era già, nel suo, una celebrità planetaria.

Aveva una caratteristica che spazientiva i partecipanti dei suoi corsi: deludeva sempre chi si attendeva le risposte categoriche tipiche della ricerca musicologica di quegli anni, animata da ardori «filologici» quasi giacobini. A chi lo interrogava su un dato musicale era capace di rispondere, con la sua calma serafica, partendo da una citazione di Lutero, che filtrava attraverso la storia della Turingia, poi raccontava del principe di qua e del granduca di là, poi continuava a srotolare la matassa e finiva da qualche parte nell’Ottocento bavarese, poi nel primo Novecento ed eccoci ai nostri giorni. Così il malcapitato che aveva posto la domanda capiva non solo che la risposta non arrivava, ma anche che la domanda era del tutto irrilevante rispetto all’oggetto.

Dal professor Krumbach non si apprendevano principalmente nozioni, si imparava un metodo: se vuoi capire il dato A, la tua ricerca non deve scavare nel dato A e nemmeno tra i suoi vicini, ma nei dati X, Y o Z, apparentemente lontanissimi, poi retrocedere lungo tutte le lettere dell’alfabeto. Scoprirai altre cose, tanto che di A non t’importerà più, perché si spiegherà da sé ancor prima di arrivarci. Ma non si potrebbe semplificare tutto in un prontuario, in un glossarietto, in un manualino? Non serve, guarda bene e, se hai la pazienza di fare tutto il percorso, vedrai che le risposte le hai già sotto gli occhi.

Legga anche:  L'ultima luna (in memoriam Lucio Morelli)

Le esecuzioni del professor Kumbach come organista potevano non piacere. La musicologia e persino l’organo, che si penserebbe protetto dalle volte delle chiese, hanno le loro mode e le loro piccole, piccolissime vanità. Uno studioso del rigore di Krumbach era destinato a restare estraneo alle tendenze di quegli anni, che cominciavano a saldare la musica classica, anche la meno frequentata, alle logiche dello show business, su basi culturali sempre più deboli. Forse siamo abituati a pensare al suono dell’organo collegandolo a noiose cerimonie dall’odor d’incenso. Ricordiamo, invece, che ci sono brani di musica per organo dietro i quali c’è uno sfondo culturale che parte da Meister Eckhart, passa dal Protestantesimo, si trasfigura nel Romanticismo e sopravvive alle pagine più buie della Storia del Novecento. Quando scendeva dalla cattedra e, con tutta la sua massa corporea, si metteva placidamente a suonare, il professor Krumbach materializzava nel suono tutto quello scenario. Non erano esecuzioni adatte a chi voleva sentire le interpretazioni scintillanti che ammiccavano all’industria discografica e a un ascolto più casual. A Milano allievi, pubblico e simpatia non gli mancarono mai. Si sentiva apprezzato e ce lo dimostrava. Smise di venire in Italia a metà degli anni Novanta, amareggiato dal prematuro precipitare del suo stato di salute.

Si spense nel 2005, non ancora settantenne. Non fui mai formalmente suo allievo. Non fui mai nemmeno studente dell’Università cattolica, ma ne frequentavo con assiduità come esterno il coro e il gruppo «Amici della musica,» che, allora, erano punti di riferimento per tutti coloro che seguivano quel tipo di musica e di ricerca, anche non cattolici o provenienti da altri ambienti. In quel contesto fui per quasi dieci anni il traduttore del professor Krumbach per le sue attività didattiche ed editoriali italiane, seguendolo anche nella collaborazione con le Edizioni Carrara di Bergamo. Qui emergeva tutto il suo coté germanista. Si stava al telefono a volte delle mezz’ore per discutere la traduzione di una singola parola. Oggi quelle parole sono ancora tutte lì. Scrivo in tedesco per mestiere, non più di musica ma di tutt’altro, eppure quante volte mi fermo e mi accorgo di aver scritto una delle «parole di Krumbach.» Tornano in mente per un attimo la sua vocina, il suono dell’organo, gli sfiancanti interpretariati consecutivi durante i suoi corsi. Poi, con la gratitudine dovuta alla buona sorte, che dispone gli incontri sul nostro cammino di formazione senza chiederci nulla, si ritorna alla vita di sempre.

Condivida questo articolo con i Suoi contatti:
FacebookLinkedInTwitterXINGEmail

Commentare questo articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*