In memoriam Don Michele Do, uomo in cammino

St.-Jacques-des-Allemands (AO), chiesa all'aperto | © Luca Lovisolo
St.-Jacques-des-Allemands (AO), chiesa all’aperto | © Luca Lovisolo

Homo viator spe erectus
(L’uomo in cammino è sorretto dalla speranza)

Agosto non è mai un bel mese, la testa rimane concentrata sulla preparazione dei corsi per l’autunno e il computer resta ancora acceso da mattina a sera. La prima settimana di settembre, stretta fra la fine della preparazione e la ripresa del lavoro, è quella che di solito mi permette di tirare il fiato: possono essere pochi giorni, ma bastano. Le frotte di turisti sono rientrate in pianura e la montagna ritrova la sua solennità, il suo silenzio rotto dallo scrosciare di un torrente o dal ticchettio di un vecchio orologio. La valle diventa un tempio deserto che si offre ai suoi visitatori circondato da un gigantesco colonnato del Bernini in forma di catene di monti, dove al biancore del marmo fa vece quello dei ghiacciai. «Questa è la mia Piazza San Pietro:» così definiva il teatro naturale all’estremo della Valle d’Ayas (Aosta) Don Michele Do, una figura di una profondità e apertura culturale che superano e fanno sembrare quasi secondario il suo ruolo di sacerdote, per molti decenni rettore della piccola chiesa di St.-Jacques-des-Allemands, a 1700 metri di quota, alle pendici del Monte Rosa. In questa chiesetta, nel dodicesimo anno della sua scomparsa, il 3 settembre si è tenuta in sua memoria una rappresentazione teatrale curata dall’associazione «Il campo,» che riunisce alcuni dei tanti amici che Don Michele Do seppe conquistarsi tra le persone dai più diversi orientamenti intellettuali, filosofici e religiosi, a dispetto del suo apparente isolamento tra le montagne. Mi occupo di questa vicenda perché a quelle località la mia famiglia è legata strettamente, ormai, da quattro generazioni.

Quando si tratta di interessi culturali, non ho l’abitudine di fare dei distinguo. Laici, cattolici, marxisti, liberali: se il pensiero sa elevarsi oltre le soglie della prevedibilità, c’è da imparare da tutti. Quando, bambino e poi adolescente, i miei genitori mi trascinavano alle messe domenicali celebrate da Don Michele Do, provavo il normale fastidio di chi è assoggettato a un obbligo su cui non ha potestà, con un’eccezione: il momento della predica. Non era la solita sfilza di banalità, non era un commento qualunque a passi biblici triti e ritriti. Non avevo certo le basi per afferrare la profondità dei suoi pensieri, ma le prediche di Don Michele Do avrebbero conquistato anche l’uditore più diffidente e casuale, con il loro incedere mai meramente estetico, sorretto sempre da una logica stringente. Per chi voleva e poteva, c’era il livello di lettura più alto, quello intellettuale; per tutti gli altri vi era la lettura più immediata, fatta di metafore spiazzanti, di un lessico ricco ma mai astruso o esclusivo. Le messe estive, affollatissime, si tenevano in un prato che Don Michele Do aveva trasformato in una chiesa all’aperto, facendovi installare dei banchi di legno e un altare costruito sovrapponendo tre vecchie macine da mulino di pietra. Nelle sue prediche c’era un elemento che già allora faceva presa su di me, giovane appassionato di lettura: l’attenzione per il senso di ogni parola.

Don Michele Do era nato nel 1918 a Canale d’Alba, in provincia di Cuneo. Dopo pochi anni di attività sacerdotale nei suoi luoghi d’origine, nel 1945, finita la seconda Guerra mondiale, si ritirò in alta Valle d’Ayas, in quell’abitato dove allora, raccontava mio nonno, non arrivava nemmeno la strada carrozzabile. Vi rimarrà tutta la vita, dedicandosi ai suoi parrocchiani e soprattutto allo studio. Era forse consapevole che la sua visione del cristianesimo non era compatibile con qualche ruolo ecclesiastico istituzionale che il suo talento non avrebbe mancato di meritargli. Era settant’anni in anticipo sui tempi: molte visioni di Don Michele Do hanno trovato legittimazione nella Chiesa solo oggi, con l’attuale Papa Francesco, espresse talvolta con le stesse parole. Una per tutte, la convinzione che la Chiesa dovesse ritrovare se stessa nella povertà delle origini e nel servizio agli ultimi (la «Chiesa povera per i poveri» spesso citata da Papa Francesco). Tesi che non potevano piacere alla Chiesa dell’immediato Dopoguerra, che viveva ancora sull’onda lunga dei privilegi accumulati durante il regime fascista, quindici anni prima del Concilio vaticano secondo.

Legga anche:  Era giusto pubblicare un altro disegno di Maometto?

Non era un isolato, però, Don Michele Do: anche nel suo borgo arrivarono la strada asfaltata e i turisti. St.-Jacques-des-Allemands diventò, grazie alla sua presenza, un luogo di incontri in cui convergevano religiosi e pensatori che condividevano la sua visione originale e creativa del cristianesimo, insieme a illuminati esponenti della società civile: Davide Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, Ernesto Balducci, per citarne solo alcuni, ma anche Adriano Olivetti o Alessandro Galante Garrone. Dal suo eremo Don Michele intratteneva stretti rapporti epistolari e di amicizia con Don Primo Mazzolari, con il dottor Albert Schweitzer e con tanti altri uomini di azione e pensiero del Novecento, senza limiti di orientamento religioso, filosofico e politico.

Don Michel Do di fronte alla chiesa di St-Jacques
Don Michele Do di fronte alla chiesa di St.-Jacques

Non si deve pensare che avesse creato un cenacolo esclusivo d’intellettuali, però: particolarmente durante i mesi estivi, intorno a Don Michele Do si raccoglievano anche famiglie, gruppi di giovani e persone di ogni condizione, provenienti prevalentemente dal Nord Italia, che univano la vacanza all’incontro con un religioso non banale che non si accontentava di rincuorarti ripetendoti qualche stucchevole citazione evangelica, con l’uomo colto ed esigente che rispondeva in modo non scontato al bisogno di chi voleva chiarire qualche aspetto del proprio rapporto con la religione e le scritture. Difficilmente, soprattutto negli ultimi anni, lo si vedeva vestito «da prete.» Pantaloni di velluto e maglione lo confondevano tra gli abitanti e i turisti della montagna, sulle cui strade si muoveva alla guida spericolata di una vecchia Fiat Uno.

Raggiunta l’età del pensionamento, Don Michele Do si ritirò nello stesso abitato, poco lontano dalla sua chiesetta, in una pensione di cui occupava alcune camere con la sua biblioteca. In un’ala dell’edificio fece ricavare una piccola cappella. La utilizzava anche per tenere lezioni e incontri con gli ospiti della pensione, che in buon numero venivano lì per incontrare lui, mischiandosi ai normali turisti e formando quella che lui battezzò «piccola fraternità.» A pranzo e cena, in sala, stava a capo di una lunga tavolata a cui sedevano i molti amici che andavano a trovarlo. Il caso ha fatto sì che per una buona dozzina d’anni, quando i miei ritmi di vita si separarono da quelli della famiglia, anch’io frequentassi quella stessa pensione: non volli mai essere aggregato al tavolone di Don Michele Do, sebbene vi fossi stato invitato. Faticavo a dialogare con alcuni di coloro che gli stavano intorno. Avevo l’impressione che taluni ricercassero in quegli incontri il risarcimento di qualche loro solitudine irrisolta, che mostrassero espressioni di religiosità eccessiva, ai confini con l’esibizionismo; talvolta mi pareva che qualcuno vedesse nella possibilità di pranzare a quel tavolo un’occasione da vantare con snobismo. Non erano certamente tutti così, ma nell’insieme nasceva un clima nel quale non volevo inserirmi. Il mio tavolo singolo, però, normalmente si trovava a poca distanza. Mi bastava tendere l’orecchio per cogliere aneddoti, spunti di riflessione, citazioni meritevoli di essere ricordate, con cui Don Michele Do partecipava, a volte seriosamente e a volte con arguto umorismo, alla conversazione della sua lunga tavolata.

Legga anche:  Donne «dell'Est» tra realtà e idiozie televisive

E’ questo complesso di vita e pensiero, cresciuto negli anni intorno a Don Michele Do, che i giovani del laboratorio teatrale «I pellegrini del senso» di Alba (Cuneo), guidati dall’attrice professionista Mira Andriolo, hanno trasfuso in una rappresentazione costruita su testi tratti dagli scritti di Don Do stesso, accompagnati da citazioni scritturali e canti gregoriani. Lo scopo di questa iniziativa, ha detto la presentatrice, è consentire al messaggio di Don Michele Do di raggiungere le nuove generazioni e di non fermarsi tra le sue montagne. L’associazione a cui fa capo il gruppo è anche impegnata nella raccolta e trascrizione degli appunti, interventi e scritti di don Do, ancora inediti, se si eccettuano due pubblicazioni pro manuscripto.

Il «teatro di parrocchia» è solitamente sinonimo di dilettantismo da strapaese. Ai giovani di Alba va riconosciuto invece di aver lavorato sodo: lo stile può non piacere e non si può certamente parlare di teatro professionale, ma la dizione più che dignitosa, la regia e la tecnica sufficientemente curate hanno prodotto uno spettacolo coerente e godibile, senza cadute di stile, che poteva essere letto come momento religioso o come ricordo umano. Riconosco di aver faticato a seguirlo, ma per una causa più soggettiva che oggettiva: mi è difficile sopportare il tono contrito della parlata, le vocine esili del canto ad imitationem puerorum, la tendenza all’afflizione che sembra connaturata a qualunque cosa avvenga tra le mura di una chiesa. Per apprezzarli nel loro contenuto letterario, ho dovuto sforzarmi di estrarre i testi di Don Michele Do dall’abito che era stato loro sovrapposto per rappresentarli. Questa, però, è una posizione personale. Di un momento, in particolare, bisogna essere grati agli attori de «I pellegrini del senso:» quasi tutte le messe celebrate da Don Michele Do, come le ricordo da bambino, terminavano con uno stesso canto, un’invocazione alla pace. Era talmente abituale, quel finale, che al termine della celebrazione la semplice melodia partiva spontaneamente sulle bocche di tutti i presenti, senza bisogno che qualcuno la intonasse per primo. A chiusura del loro spettacolo, «I pellegrini del senso» hanno collocato proprio quella melodia: dopo le prime note il pubblico l’ha riconosciuta e tutti gli spettatori accalcati nella chiesina di St.-Jacques, gremita di abitanti del posto e di amici di Don Michele Do, si sono uniti spontaneamente al canto, in un momento che ha superato il sentimento strettamente religioso, per farsi memoria e appartenenza: «E pace, pace, pace… a chi sui monti è ad abitare

Non manca, purtroppo, la nota dolente. Sembra che il gruppo teatrale (accompagnato, preciso, da due religiosi) abbia dovuto superare difficoltà logistiche per utilizzare la chiesa, frapposte dagli attuali responsabili della parrocchia. Tra l’altro, è stato contestato al gruppo di aver incluso nella rappresentazione due canti folcloristici, che secondo alcuni non dovrebbero essere eseguiti in chiesa. Si trattava di due melodie della tradizione contadina piemontese, dunque canti non «sacri» ma «profani» (ma certamente non lascivi o volgari). Il loro inserimento nel programma aveva uno scopo evidente: richiamare le origini cuneesi e contadine di Don Michele Do, che lui stesso ricordava con affetto. Su questo punto, a chi ha contestato quella scelta si dovrebbero ricordare le parole dello stesso Don Michele Do:

«Nutrendoci della bellezza e della grazia delle cose, ci nutriamo di Dio […] In questa visione della realtà non c’è più il ‘sacro’ e il ‘profano:’ siamo noi a fare le cose sacre o profane!» (Don Michele Do, da una predica del 17 agosto 1987)

Basta questa citazione per capire la caratura di Don Do e il perché un religioso capace di tali fughe in avanti potesse essere – e sia tuttora – sgradito a chi non ne percepisce la profondità di pensiero, anche all’interno della stessa Chiesa. A dodici anni dalla sua scomparsa, non risulta che i successori di Don Michele Do organizzino alcunché per tenere vivo il ricordo di un sacerdote che ha così altamente e per lungo tempo servito quella comunità. Di commemorarne vita e opera devono incaricarsi persone di fuori, che quando arrivano trovano porte semichiuse e puntiglio burocratico proprio nei responsabili della chiesa. Il pubblico del luogo, per fortuna, ha reagito con applausi e generosità.

Legga anche:  L'ultima luna (in memoriam Lucio Morelli)

Don Michele Do trascorse i suoi ultimi anni scurito per la salute che lo abbandonava, pazientemente assistito dalla proprietaria della pensione diventata la sua casa e poi dalla badante romena. La sua tavolata, in sala da pranzo, si accorciò un’estate dopo l’altra, le visite di amici, gruppi e famiglie si restrinsero gradualmente ai più intimi. Lo vidi ancora nell’estate del 2005. A novembre morì, all’ospedale di Aosta, poche ore dopo aver lasciato per l’ultima volta la sua camera nella pensione a picco sul torrente Evançon.

Se vi è un intellettuale e una scuola di pensiero al quale posso, oggi, accostare il metodo e lo spirito di Don Michele Do, quello è il Cardinal Carlo Maria Martini nelle lezioni della «Cattedra dei non credenti,» alle quali ebbi il privilegio di assistere per varie edizioni consecutive, nei miei anni milanesi (ne dico qualcosa >qui). Pur nella diversa caratura dei due personaggi, il tratto che li univa era lo scavo ossessivo della parola, dove il confine tra parola con l’iniziale minuscola e Parola con la maiuscola si scioglie nel logos che è logica universale, nella salda identità di ciascuno che però non pone barriere al dialogo e al confronto; senza l’ossessione per il «Dio della legge» che giudica e punisce, ma con l’ammirazione per il mistero dell’universale, che fa nascere dalla zolla incolore di terra il fiore pervaso di luce, come diceva lo stesso Don Michele Do, con un’immagine a lui molto cara, che scioglie anche il dilemma tra «credenti» e «non credenti» in una «immersione nella profondità del reale» [cit., Don Michele Do, 17.8.1987].

La pensione che fu l’ultimo eremo di Don Michele Do ha cessato anch’essa di esistere, ha chiuso i battenti pochi anni dopo la morte di quell’insolito ospite fisso. E’ rimasta com’era però, al suo interno, la cappella che era stata allestita per lui, custodita con cura dalla proprietaria. Ancora oggi qualche prete di passaggio vi celebra la messa, rianimando per un’ora quei locali ormai spenti. Passando nei pressi, mi capita tuttora di incontrare alcuni volti amici di Don Michele Do, di quelli che sedevano alla sua tavolata e continuano a frequentare quelle montagne. Ci si conosce tutti di vista, si scambiano due parole. La rappresentazione scenica de «I pellegrini del senso» nella piccola chiesa di St.-Jacques-des-Allemands, per quanto lontana dai miei gusti, è servita a ricordarmi di annoverare Don Michele Do tra i molti, non comuni maestri che la buona sorte ha messo sulla mia strada. Maestri di cui non sono mai stato formalmente allievo, talvolta me ne sono tenuto volutamente a distanza. La loro personalità era talmente forte, però, che ha perforato anche il muro della mia diffidenza. Di essi, più passa il tempo, più trovo in me, con gratitudine, tracce incancellabili.

Commentare questo articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*