Diversità e metodo: Carlo Maria Martini

Studio della Bibbia | © Alekss
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La morte del Cardinal Carlo Maria Martini ha suscitato eco internazionale anche in ambienti ben lontani da quelli cattolici, fin sulle pagine del Financial Times. Me ne occupo qui per una ragione soggettiva, che spiegherò, e per una oggettiva, che dichiaro subito: la Chiesa cattolica è anche uno Stato sovrano, che dal cuore di una delle principali capitali europee usa i propri organi per agire in ambiti che riguardano anche la vita di chi nel cattolicesimo non si riconosce. Senza entrare in valutazioni di merito, bisogna prendere atto che la Chiesa, attraverso lo Stato della Città del Vaticano, è un soggetto del diritto internazionale e dispone di strumenti finanziari e politici con i quali gioca ancora la sua partita, anche su piani non spirituali, oggi non meno che in passato.

Come ha osservato anche il giornalista italiano Michele Serra, il Cardinal Martini era portatore di una visione intellettuale e di uno spirito di apertura al dialogo che oggi, nella Chiesa cattolica (e non solo), giace pesantemente sconfitto. Che cosa significa questa sconfitta e perché deve riguardare tutti, non solo il mondo cattolico?

Ho avuto l’opportunità – ed ecco la ragione soggettiva per la quale scrivo – di assistere a un buon numero di sessioni della Cattedra dei non credenti, voluta a Milano dal Cardinal Martini tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta per ascoltare il pensiero di intellettuali credenti, non credenti e diversamente credenti intorno ad alcuni temi portanti della vita e del destino umani. L’iniziativa nasceva in un clima storico che va almeno rapidamente ricordato. Gli scontri ideologici degli anni Settanta erano ormai lontani, la caduta del comunismo nell’Europa dell’est apriva scenari internazionali e di pensiero impensati fino a poco prima; nella Milano di quegli anni, scossa da clamorose indagini giudiziarie (le cosiddette «Mani pulite»), c’era, almeno in alcuni circoli, la voglia di ritrovare qualcosa di più del rampantismo che aveva segnato gli anni Ottanta. Il crescere delle correnti migratorie, intanto, faceva sorgere domande del tutto nuove sul dialogo interculturale, che si trasformavano rapidamente in concrete questioni di convivenza quotidiana.

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Assistere alla Cattedra dei non credenti significava incontrare in modo personale e diretto un arcivescovo cattolico, dei filosofi non credenti, personalità di altre religioni, artisti e luminari del mondo scientifico che si esprimevano l’uno di fronte all’altro, con rara autenticità e apertura, non solo sul tema del credere o non credere, ma su risvolti molto reali dell’esperienza umana: il dolore, gli affetti, la morte, il senso dell’arte, i misteri del linguaggio. Il dialogo raggiungeva levature estreme d’intellettualità, se a intervenire era un filosofo come Massimo Cacciari, ma toccava il cuore se a parlare era Liana Millu, ebrea sopravvissuta a un campo di concentramento, o lasciava fulminati per la sua concretezza, come fece la relazione del docente di clinica medica Nicola Dioguardi, esempio di approccio metodologico complessivo e sintetico all’Uomo, in un mondo troppo propenso a eccessi particolaristici, non solo nella medicina. Per ciascuno, a partire dallo stesso Cardinal Martini, affermare la propria identità in quel contesto era solo il primo passo per aprirsi e confrontarsi con l’altro e con il diverso.

Non è possibile qui riportare di più, di una esperienza durata anni e che ha segnato la formazione di tutti coloro che hanno avuto modo di parteciparne, indipendentemente dalle convinzioni religiose di ciascuno. Quella consapevole apertura all’altro era un’espressione inedita, forse la migliore possibile, dell’aggettivo «cattolico» (che, non dimentichiamolo, deriva dal greco katholikos: universale, che tutto comprende), un attributo che oggi sembra far parlare di sé più spesso per chiusure ideologiche, abominevoli reati sui minori e oscure trame finanziare.

E non era lontano, questo tragico opposto del katholikos. Oggi scopriamo che mentre a Milano il Cardinal Martini imboccava quella strada di dialogo coraggioso, le tangenti miliardarie che condizionavano la vita pubblica italiana portate alla luce dai magistrati transitavano imperterrite su conti aperti presso la Banca di Stato vaticana, intestati ad associazioni benefiche fittizie che portavano nomi di santi e madonne. Proprio in quegli anni esplodevano a Milano i «movimenti» cattolici (Comunione e Liberazione, per citarne uno) dei quali Martini apertamente diffidava, che captavano i voti degli elettori facendo bassa leva sui «valori cattolici» e si collocavano durevolmente al controllo della regione più ricca d’Italia, insinuandosi specialmente in quell’area dove si può esercitare influenza «morale» e contemporaneamente gestire molto, molto denaro – la sanità – ma anche nell’associazionismo imprenditoriale, ovunque ci fosse da mettere mani in pasta.

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Per molti, oggi, affermare un’identità non è il primo passo dell’apertura verso l’altro, ma uno strumento di potere e prevaricazione. Questa è l’idea che ha prevalso, sconfiggendo quella di katholikos del Cardinal Martini e, come si vede dalle cronache giudiziarie italiane (e lombarde), ciò ha conseguenze per tutti, non solo per i fedeli. Non è difficile riconoscerne le propaggini anche qui in Canton Ticino. Da parte cattolica, diventa sempre meno credibile giustificare le derive della Chiesa come errori individuali di «fratelli che sbagliano.» E’ sempre meno accettabile la spiegazione secondo la quale il messaggio spirituale della Chiesa andrebbe separato dagli atti umani di prelati e politici, che però hanno raggiunto posizioni di potere economico e temporale proprio cavalcando l’idea cattolica e la buona fede dei credenti. Dall’altra parte, chi si professa laico si raccoglie sempre più su posizioni supponenti, che contraddicono lo stesso significato di laicità, tanto che dirsi laici, oggi, suona non meno imbarazzante.

In una cosa, il Cardinal Martini non può dirsi sconfitto. La Cattedra dei non credenti non diffondeva una dottrina, ma indicava un metodo. Un metodo per tentare di leggere nella sua complessità un mondo in grande cambiamento, rifuggendo da visioni parziali. Una dottrina divide. Un metodo, invece, può permettere alle diversità di camminare insieme senza annullarsi. Questo era il messaggio. Un messaggio che valica le frontiere ideologiche e continua a risuonare in chi ha vissuto quegli anni, che furono anche una stagione storica e civile irripetibile. Mai come oggi si sente il bisogno di una visione del mondo capace di integrare nella diversità: se il metodo indicato dall’esperienza di quella cattedra sopravvivrà e produrrà frutti, dipenderà ora dai molti che ebbero l’opportunità di nutrirsene.

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