Roberto Benigni, Dieci comandamenti

Settimanale KommunikaNon è una questione di religione, quella sollevata dalle due serate che l’attore toscano ha dedicato in TV al commento dei Dieci comandamenti. Il fatto che molte persone, oggi, soprattutto fra i più giovani, anche di non insignificante livello di formazione, non sappiano più riconoscere l’origine di espressioni come «onora il padre e la madre» è innanzitutto un problema di linguaggio, una perdita semantica, perciò di cultura. La lingua italiana, anche quella di tutti i giorni, è piena di metafore, modi di dire e citazioni di fonte biblica. Non comprendere più il loro retroterra impoverisce la lingua e la sua capacità di espressione.

Pensiamo davvero che si possa capire un Crocifisso di Giotto senza conoscere il ruolo dell’uomo che vi è appeso, oppure di ascoltare una musica di Bach senza sapere cos’è il protestantesimo? Di dare a questa parte della nostra cultura una lettura «diversa?» Un approccio positivistico, ancora piuttosto diffuso pochi decenni fa, ci ha fatto credere di sì, ingannandoci gravemente. Non è questione di «fede,» cioè di legame interiore (re-ligio) con il messaggio di questo o quel libro, dell’uno o dell’altro Dio. E’ questione di cultura tout court, vieppiù in un Paese e in uno spazio linguistico, quello italiano, dove le immagini della religione hanno assunto, nei secoli, un ruolo costitutivo. Non si può consentire che restino appannaggio di chi frequenta le chiese.

Sì dà troppo spazio alla religione, in una società secolarizzata, dedicando due serate ai Dieci comandamenti? Il modo migliore per tenere la religione nei suoi ranghi, impedire che diventi impropriamente forza di controllo sociale e strumento di potere, è lasciarla libera in un libero Stato. Nell’Europa dell’Est, per settant’anni, si cercò di cancellarla, reprimendola per legge. Quando la repressione cadde, nel 1989, la religione riemerse dai rifugi clandestini come un fiume carsico, ma con un vizio in più: a differenza di quanto avvenuto nella nostra parte di Europa, la religione, a Est, proprio perché vietata, non visse il progresso intellettuale del Dopoguerra, il Sessantotto, la rivoluzione tecnologica.

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In Occidente, la religione, rimasta libera, è stata costretta a confrontarsi con il mutamento sociale e, pur non diventando certo un modello di progressismo, ha ceduto gran parte del controllo sociale che esercitava, ancora nella prima metà del Novecento. Resta ancora molto da fare, non c’è dubbio, ma a Est, dov’erano represse, oggi le Chiese si ripropongono con le stesse ritualità e ambizioni di settant’anni fa. In Russia, la Chiesa ortodossa sostiene apertamente le più bieche visioni nazionaliste. In Polonia, correnti cattoliche estremiste si scagliano senza pudori, dai microfoni della loro radio, contro le libertà costituzionali e lo Stato di diritto.

Tra le frasi che riassumono meglio il senso delle due serate di Roberto Benigni ne ricordo una: «Al cinema, ci fanno vedere personaggi di ogni tipo, e per quella sera ci crediamo: qui, proviamo a fare lo stesso con Dio.» L’artista ci introduce in una finzione che facciamo diventare realtà. Come i Sei personaggi di Pirandello, i Dieci comandamenti diventano immortali nei loro caratteri, nel loro linguaggio e nei loro tratti fisici, anche se non si materializzano in un legame di fede reale. Vale ancora la lezione di Pirandello: il presupposto, perché il gioco funzioni, è la mediazione dell’artista. Ecco perché i Comandamenti letti da Benigni svelano il loro portato semantico, che diventa cultura e linguaggio, fuori dai precetti. Tutto il resto, lo decida il singolo nella solitudine della sua coscienza. Se gli stessi Comandamenti li leggesse un bolso reverendo, in una sentenziosa omelia domenicale, tutti, compreso chi scrive, cambieremmo canale.

2 commenti

  1. Io purtroppo ho cambiato canale, non tanto per l’argomento in sé, quanto nell’insistenza di ripetere un concetto, come se l’ascoltatore fosse proprio duro di comprendonio, ma ora penso che me lo guarderò online. Quanto al controllo sociale, direi che in Occidente forse l’Italia è un caso a parte. Perlomeno dagli anni 2000 trovo l’ingerenza della Chiesa nelle scelte politiche, e anche i saluti nominando Dio fatti da certi presentatori in TV o la loro piaggeria verso il papa attuale, insopportabili. Sì, qui la Chiesa non sarà guerrafondaia, ma l’Italia sembra proprio un paese fondato sulla religione. O sto esagerando?

    • L’Italia non è l’unico caso, in Europa, di Paese in cui la Chiesa gioca spesso un ruolo improprio. L’Irlanda presenta un problema analogo, per fare un esempio. Della Polonia e dell’Europa dell’Est ho già parlato nell’articolo. Concordo che il Giubileo dei 2000 sia stato un punto di svolta, nel modo in cui la Chiesa fa comunicazione, e che i media aiutino non poco a considerarla, di fatto, il quarto potere dello Stato. Non vedo alcuna ragione, ad esempio, per la quale le riunioni della Conferenza episcopale italiana debbano essere riportate da TV e giornali quasi come se fossero le deliberazioni di una terza Camera parlamentare. Rispetto alla presenza della Chiesa nella vita sociale italiana com’era ancora nei primi anni Sessanta, però, o peggio, se arretriamo ancora nel tempo, bisogna riconoscere che vi è stato un notevole mutamento.

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