Lupi non solitari

Lupo | © olga_gl
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Non mi piace entrare in dettagli di politica spiccia, ma il caso del ministro italiano Maurizio Lupi mi stimola alcune considerazioni. Maurizio Lupi è vicino a un’organizzazione cattolica («Comunione e liberazione» breviter CL) che chi ha vissuto a Milano tra gli anni Ottanta e Novanta non ha potuto non conoscere, tanta era la voce con la quale si proclamava paladina dei «valori cristiani.»

Se passavi tra la Basilica di Sant’Ambrogio, il Monumento ai caduti e l’Università cattolica, davanti alla caserma della Polizia di Stato, certi giorni non riuscivi a destreggiarti tra i loro cartelli, banchetti per la raccolta firme, strilloni, ragazzi che volantinavano, con gran profusione di citazioni evangeliche, versi di poeti cattolici e compagnia cantante. Si preparava lì, in quegli anni, la fulminante carriera di colui che a lunghissimo fu, e poco gloriosamente finì, Presidente della Regione Lombardia. Nasceva una galassia di associazioni culturali, imprenditoriali, religiose, tutte ispirate al «Movimento» (termine che allora, soprattutto in quei luoghi, significava automaticamente CL, così come oggi significa automaticamente Cinque stelle).

Doveva nascere una «nuova politica» grazie ai cattolici che «si sporcavano le mani,» cioè traducevano la loro fede religiosa in un profondo coinvolgimento sociale: un proposito, per sé, encomiabile. Finalmente!, dissero molti, e votarono. Ricordo tanti amici di allora, che, a differenza di me, erano convinti credenti e praticanti, affascinati e coinvolti da quell’atmosfera. La pervasività del Movimento e della sua galassia, però, suscitava presso altre, non insignificanti fasce di cattolici, la repulsione che si prova verso tutti i gruppi chiusi. Era difficile convivere con i «ciellini» se non eri dei loro, condividere spazi, fisici o di discussione. Dove uno di loro occupava un’aula, una saletta, una sedia, di solito intorno c’erano solo altri di loro. Ricordo una giovane amica sarda, studentessa a Milano in Cattolica, in lacrime perché indotta a lasciare l’appartamento che condivideva con altre studentesse, aderenti a CL: al posto suo, che non vi aderiva, le sue conviventi le avevano preferito una giovane «che condivideva la loro esperienza.» Mi colpì tanto quell’episodio che ho ancora in mente le parole esatte, dopo trent’anni.

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Già allora vi era chi intuiva che, esauritosi l’afflato spirituale degli inizi, di quell’incastellatura di gruppi, associazioni, società, amicizie intorno a CL forse sarebbe rimasta solo una ragnatela di complicità ben poco divine. Si può dire che tutti coloro che crebbero e crescono in quel contesto abbiano deviato dai buoni propositi? Che tutti i postulati di quel Movimento fossero da buttare? Certamente no. E’ un fatto, però, che negli ultimi anni numerosi amministratori pubblici provenienti da quell’esperienza, ma anche da altre fila cattoliche, in posizioni apicali o con alte responsabilità decisionali, sono stati colti con le mani nel sacco. Non tutti i loro atti, forse, corrispondono a delle fattispecie penali, ma le loro condotte sono quanto meno inopportune, per chi si proponeva di fare una «nuova politica» alla luce nientemeno che della Fede.

Così fan tutti, che vuoi farci? No, non sono d’accordo. Quella schiera di amministratori è arrivata al potere per cambiare le cose proclamandosi fedele ai valori di una religione, spesso vissuta in modo estremo, vistoso e bigotto, come il voto di castità (proprio così) pronunciato da colui che diventerà Presidente della Lombardia, per convincere i suoi elettori della sua totale dedizione al bene della collettività. Chi non ha vissuto quella stagione e quei luoghi non sa o non ricorda queste cose, e oggi gli interessati si guardano bene dal rammentarcele.

E invece: figli raccomandati, denaro gestito allegramente, favori chiesti con voce strisciante a satrapi inguardabili. Se le risultanze dell’inchiesta saranno confermate, si è avuto un Ministro di Stato incapace di dire i sì e, soprattutto, i no a chi andavano detti, e ciò con dei suoi sottoposti, nemmeno con dei superiori. Dov’è finito l’evangelico «Sia il vostro parlare sì, sì, no, no»?

Di questi, comunque, poco m’importa, la giustizia farà il suo corso. Ripenso con dispiacere, invece, ai tanti amici cattolici che allora credettero a quella narrazione, pensando di vedere rappresentati in politica i valori della loro fede. Oggi hanno la mia età, qualcuno ha figli o coniugi disoccupati, mentre i figli dei lupi (minuscolo, per carità) trovano posto con una telefonata alla «persona giusta.» So di tracciare un arco temerario, ma non riesco a trattenermi: se questa è la coerenza con la quale la nostra cultura mette in opera i valori di una fede religiosa, forse non dobbiamo stupirci più di tanto, se molti ragazzi occidentali vanno a mettere a repentaglio le loro vite combattendo a fianco dei miliziani dell’«ISIS» o dei separatisti ucraini. Quelli, nel peggiore dei modi, i loro sì e i loro no, purtroppo sanno dirli. La nostra sconfitta, come società occidentale, ha queste radici.

Un commento

  1. Grazie Luca, considerazioni (e memorie) molto interessanti. Non c’è niente di peggio dei lupi che si travestono da agnelli.
    Quanto all’ISIS, qui in Inghilterra c’è una specie di isteria per gli adolescenti che scappano in Turchia (da cui si presume passino automaticamente in Siria e nel SI). Non ho sentito nessuno, almeno in TV, porsi la domandina: perché lo fanno?

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