L’Arabia Saudita al Salone del libro di Torino?

Toino, Galleria Subalpina | © Giorgio Pulcini
Torino, Galleria Subalpina | © Giorgio Pulcini

 

L’annuncio che l’Arabia Saudita sarà Paese ospite del Salone del libro di Torino 2016 suscita molte domande. Per rispondere vi sono due prospettive: il lamentevole stato della scena culturale italiana e gli effetti dei rapporti di forza internazionali.

La vita culturale italiana non è mai stata così sterile come negli ultimi decenni. Dopo «Il nome della rosa» di Umberto Eco (1980) non si può citare alcun altro titolo che abbia suscitato una paragonabile attenzione internazionale. Dall’italiano si traduce sempre meno, poiché mancano contenuti di portata europea e globale.

Nelle università regnano da almeno due generazioni figli, figlie e favoriti di baroni delle diverse facoltà, che nominano i loro successori secondo criteri nepotistici. Vi sono eccezioni, certamente, ma restano numericamente irrilevanti. I migliori talenti della ricerca scientifica trovano da tempo più fortuna all’estero.

La produzione cinematografica conta in Nanni Moretti e Paolo Sorrentino i suoi maestri contemporanei. Le opere di questi registi, però, si capiscono davvero a fondo solo se si è introdotti nelle angustie della critica sociale italiana. Alla loro creatività, così, resta spesso preclusa la via di un riconoscimento più ampio.

Gli scrittori – che restano comunque un circolo ristretto – compaiono generalmente come personaggi televisivi fortemente politicizzati. Ciò può avere, persino per i migliori, conseguenze nefaste. Lo scrittore Erri De Luca, non sconosciuto anche all’estero, è dovuto comparire nelle settimane scorse dinanzi al Tribunale penale di Torino per istigazione a delinquere. Indipendentemente dal merito e dall’esito del processo, questo evento trascina ulteriormente la scena culturale nel grottesco: De Luca è un ottimo scrittore, ma è assai lontano dalla dimensione di un intellettuale perseguitato per ragioni politiche.

Giornalisti e organizzatori culturali che non abbiano un credo politico – non importa quale – non vengono presi in considerazione dai media e dai finanziatori pubblici. Fanno eccezione i cattolici, che possono contare sulla loro autonoma macchina mediatica e organizzativa. Il linguaggio della vita culturale non è cambiato molto, dagli anni Settanta. Vi si sentono categorie che in altri Paesi appartengono ormai solo a piccole ali estreme.

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A queste condizioni non può sorgere una scena culturale animata, come vi è in Francia, Germania e anche qui, nella pur piccola Svizzera. Gli organizzatori devono confrontarsi con quadri di partito – quale partito non ha più importanza – che finanziano le attività in base alle stesse logiche dello share televisivo e vi impiegano conoscenti e seguaci. Questa situazione mi è stata descritta da diversi organizzatori indipendenti di eventi culturali, che negli ultimi anni hanno dovuto rinunciare a proseguire iniziative che duravano da tempo, in due diverse Regioni dell’Alta Italia. Che la direzione del più importante salone del libro della Penisola accetti di invitare l’Arabia Saudita come ospite d’onore non meraviglia, in un tale panorama di macerie.

Eccoci ora al retroterra internazionale. La disciplina delle relazioni internazionali conosce principalmente due forme di potere: lo hard power e il soft power. Il primo si esprime con mezzi militari ed economici. Quando viene utilizzato, di solito fa male. Il soft power si esprime invece sotto forma di lingue, religioni, tecnologia o attraenti stili di vita. In genere agisce seducendo. Chi sa usare bene il soft power non deve più faticare molto, per convincere il resto del mondo: la sua cultura e il suo stile di vita vengono ammirati e imitati spontaneamente, senza critica degna di nota. La lingua inglese, i blue jeans e i serial TV, ad esempio, sono elementi del soft power statunitense. Contribuiscono in modo essenziale affinché gli USA impieghino con successo anche il loro hard power.

Perché l’effetto migliore non si ottiene con l’uno o l’altro potere, ma combinando attentamente le due forme. Lo sanno bene alcuni Paesi, che esercitano uno hard power già eccessivo, in relazione al loro livello interno di trasparenza: le monarchie del Golfo e, più recentemente, gli Stati dell’Asia centrale, un tempo sovietici e ora nuovamente degenerati in dittature, tutti molto ricchi di risorse naturali. Il loro hard power è rappresentato dalle riserve di gas e petrolio, dalle quali noi siamo ampiamente dipendenti. Mancava loro, sinora, ogni forma di soft power.

Proprio per costruire il loro soft power Paesi come L’Azerbaijan, il Kazakistan, il Qatar, la Russia e gli Emirati arabi uniti si offrono sempre più spesso per accogliere manifestazioni sportive internazionali e festival canori per la gioventù. Lanciano concorsi per grandi progetti di costruzione che attraggono architetti da tutto il mondo. Sponsorizzano popolari squadre di calcio europee. Le loro moderne linee aeree ci invitano a volare su lussuosi aviogetti.

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La lista si allunga sempre più: nel 2016 l’Arabia saudita sarà Paese ospite del Salone del libro di Torino. Paesi nei quali non avvengono elezioni libere, non vi è la separazione dei poteri di uno Stato moderno, nei quali le donne vengono multate non perché parcheggiano l’auto in divieto di sosta, ma semplicemente perché la guidano. Questi Paesi trovano negli eventi sportivi e culturali, che finanziano generosamente di tasca propria, l’arena ideale nella quale mostrarci i loro mondi capovolti. Venite, popoli tutti, e ammirate il nostro miracolo!

Soft power significa potere di definizione culturale. Per contrastare il soft power è necessaria una società culturalmente consapevole, non disponibile a vendere i suoi valori. Nelle nostre società disilluse, il soft power di sistemi autoritari, dittatoriali o addirittura totalitari trova un’ideale antenna ricevente. Alcuni Paesi, tra questi l’Italia, sotto questo profilo sono più deboli che mai.

Si può solo citare, qui, l’esortazione con la quale l’oppositore russo Boris Nemcov, poco tempo prima di essere ucciso a Mosca, rispose alla giornalista francese Christine Ockrent, che gli chiedeva come si potesse contrastare il crescente potere della Gazprom e di altri centri di controllo dell’apparato russo sull’Europa occidentale: «Difendete i vostri valori.»

Il soft Power può avere, a lungo termine, conseguenze peggiori dello hard power, poiché punta ai cervelli. Il prezzo della nostra faciloneria sarà pagato dai nostri nipoti. | >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore).

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4 commenti

  1. Ciao Luca!
    Pienamente d’accordo con la tua puntuale analisi dei rapporti di forza internazionali. Aggiungerei che al soft power dei Paesi dell’area GCC si aggiunge l’enorme peso economico rappresentato da questi «clienti» del lusso italiano e non solo. Pensa che ora l’ultima moda nel settore beauty (un settore da non sottovalutare, nell’ambito del lusso) è la cosmesi «halal»… no comment.

    • Luca Lovisolo

      Ciao Sara, grazie per questa utile integrazione da un settore che conosci bene. Ancora una volta, una combinazione tra potere economico e diffusione non disinteressata di stili di vita.

  2. Salve Luca,
    tralasciando Moretti, la cui Palma d’Oro risale ormai al 2001, Paolo Sorrentino mi sembra che si stia affermando sulla scena internazionale, uscendo dall’ambientazione romana (per altro, La grande bellezza era stato distribuito nel circuito «mainstream») con un film per il quale ha reclutato due stelle come Keitel e Caine. Quanto alla letteratura, fatte le debite proporzioni, qui in Inghilterra è molto apprezzato Camilleri (anche in tv). Magari è però un caso isolato?

    • Luca Lovisolo

      Buongiorno Fausto,

      Grazie per le precisazioni. Parliamo però di un segmento diverso di letteratura, all’interno del quale Camilleri si colloca senz’altro nella fascia alta, nella fascia media ci può essere un Saviano e in quella più bassa dei Faletti o dei Moccia. Tutti hanno avuto molte traduzioni, sono autori rispettabili per la loro funzione e nel loro segmento specifico, ma non è questa la letteratura a cui mi riferisco. Penso anch’io che Sorrentino sappia guardare a orizzonti più larghi di altri, ma, con queste opere, nel contesto internazionale l’Italia certamente ottiene riconoscimenti, ma fa la figura dell’eterna seconda. Sono opere che hanno sempre troppi sottintesi nazionali. Se è vero ciò che si è letto sui giornali, al magro bottino ottenuto al salone di Cannes i tre registi italiani presenti avrebbero reagito lamentando lo scarso supporto da parte dello Stato. Poche affermazioni come questa rivelano l’atteggiamento di questi artisti. E’ vero, un Paese come la Francia investe molto di più in cultura, ma può contare su una scena culturale che di questo sostegno sa fare uso diffuso e proficuo. Se l’Italia facesse la stessa cosa, i soldi finirebbero nelle tasche dei soliti noti, indicati dalle segreterie dei partiti. Qui in Svizzera lo Stato investe pochissimo in cultura: tra i maggiori investitori vi è una delle maggiori catene di supermercati del Paese, che, per statuto, ogni anno destina una parte dei suoi utili alla promozione culturale. Ne è nata un’enorme macchina per il lancio di nuovi talenti in tutte le arti, dal film alla danza, fino alla musica di tutti i generi e persino alla grafica elettronica. Vi si accede con severi concorsi di selezione ed è diventato un sistema che genera posti di lavoro e opportunità per tutta la filiera culturale, senza che lo Stato spenda un soldo. Una dinamica di questo tipo, in Italia, è assente. Mi sono occupato per vario tempo di organizzazione culturale, in Italia, qualche decennio fa, conservo molti contatti nel settore: ci sono tantissime di persone competenti, con idee straordinarie e voglia di fare, ma nessuna riesce a salire oltre l’importanza locale. Appena si prova a crescere, se non si ha la contiguità politica con chi finanzia, l’amicizia dei giornalisti che pubblicano i comunicati (che, nuovamente, in Italia significa essere riconosciuti politicamente da qualcuno, di qua o di là), se non si è introdotti nei salotti «che contano,» si resta nell’insignificanza o poco più. Negli ultimi anni, mi si dice, non si riesce neppure più a dialogare con gli assessorati alla cultura comunali o regionali, tanto che molte iniziative di tradizione si spengono per mancanza di finanziamenti, mentre gli assessorati spendono cifre a sei zeri in costosissime campagne di promozione televisiva, lasciando quando meno qualche sospetto sugli interessi che ruotano intorno a quei denari. A queste condizioni, non saranno pochi nomi, anche eccellenti, a costruire un discorso culturale. Se non vi è un tessuto di attività culturali diffuso sul territorio, non si genera neppure l’humus dal quale può nascere il grande scrittore o il grande regista capace di produrre opere di valore universale, e tutto resta confinato nei salotti. Peccato, perché, per restare in argomento, grazie al suo enorme patrimonio culturale l’Italia potrebbe esercitare uno smisurato soft power. Si accontenta invece di vivere di memoria dei fasti che furono. Cordiali saluti. LL

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