Donne «dell’Est» tra realtà e idiozie televisive

Ragazza in vecchio ristorante | © Ryan McGuire
Ragazza in vecchio ristorante | © Ryan McGuire

Sabato 18 marzo, durante uno spettacolo della principale rete televisiva italiana, si è tenuto un dibattito sulle «donne dell’Est,» classificandone i «pro e contro» rispetto alle donne occidentali nella prospettiva del matrimonio. L’episodio ha suscitato diffusa riprovazione. In conseguenza, con decisione della direzione, l’emittente pubblica RAI ha soppresso sine die la trasmissione.


 

Una premessa terminologica: per mera praticità linguistica uso qui l’espressione «dell’Est,» benché sia priva di senso. Un polacco ha una cultura diversa da un ceco, un serbo da un ucraino, un russo da un bulgaro, ma anche: un ucraino orientale ha atteggiamenti diversi da uno occidentale, un romeno di Bucarest ha un altro retroterra rispetto a uno di Timișoara o di Cluj, e potrei continuare. Un cittadino «dell’Est» non è sintetizzabile in un tipo umano unico. Con «dell’Est» intendo qui, come probabilmente intendevano gli autori dell’infelice programma TV, la provenienza dall’Europa ex comunista.

Ho viaggiato in diversi Paesi «dell’Est» fin da ragazzo, ne ho studiato le lingue e i regimi totalitari che i popoli «dell’Est» si sono lasciati alle spalle appena poco più di venticinque anni fa. Non ho avuto relazioni affettive con donne «dell’Est,» ma di quelle nazionalità conto parecchie amiche e colleghe, anche residenti qui in Occidente. Tra l’Europa «dell’Est» e la nostra le differenze esistono, e quella principale è proprio che i popoli di là di Trieste hanno vissuto quarant’anni di dittatura, che salgono a settanta per l’area ex-sovietica, che a noi sono stati risparmiati.

Oltre le naturali differenze di lingua, cultura e sensibilità che distinguono ogni popolo, anche italiani da tedeschi, francesi da olandesi e così via, il diverso destino storico dei Paesi «dell’Est» dal 1917 (e 1945) in poi resta tutt’oggi il solco più profondo ed evidente che divide i popoli dell’Europa occidentale da quelli d’Oltrecortina, come si diceva fino al 1989. Le tracce evidenti di questo recente passato si trovano ancora non solo nei cittadini «dell’Est» che vivono là, ma anche in quelli che sono emigrati in Occidente, magari sono già nati qui o sono arrivati da bambini, sono stati cresciuti ed educati tra noi, ma da genitori che si erano sposati all’ombra delle ciglia cespugliose di Leonid I. Brežnev o negli anni duri della Perestrojka di Michail S. Gorbačëv (ai quali dall’Occidente guardavamo con entusiasmo, ma per chi li visse là furono un tempo di carestia e certezze crollate). Le differenze, dunque, ci sono e si vedono ancora, anche nella relazione tra uomo e donna: prenderne atto significa registrare un dato oggettivo che non è per sé razzista, maschilista o femminista, purché, naturalmente, non lo si faccia nel modo scelto dalla TV italiana.

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E’ un dato altrettanto oggettivo che l’emancipazione della donna, nei Paesi «dell’Est,» cominciò almeno una, se non due generazioni prima che si imponesse lentamente anche da noi in Occidente. I due principali focolai storici di discriminazione della donna, il ruolo di madre e il pregiudizio religioso, nei Paesi «dell’Est» erano stati rimossi. Il primo, grazie alla parità dei sessi nel mondo del lavoro (che in Europa occidentale era ben di là da venire) e a un articolato sistema di asili e servizi sociali aperti a tutti; il secondo, per la cancellazione d’ufficio della religione dalla vita pubblica.

Non che fossero tutte rose e fiori: i danni lasciati nei bambini, oggi adulti, cresciuti nelle spaventose «comuni» dello Stato nelle quali venivano educati i figli di madri lavoratrici, nella Germania Est, sono irreversibili, per non parlare degli appelli alla natalità forzata del romeno Ceaușescu, che generarono migliaia di bambini non voluti e abbandonati. La religione, allora soppressa per legge, continuò a vivere nelle cantine e proprio in quei Paesi oggi è tornata a pervadere la società, spesso nelle sue forme più becere, conservatrici e politicizzate. Nonostante tutto ciò, il ruolo della donna nei Paesi «dell’Est,» nel suo complesso, nei confronti dell’uomo, della famiglia e del lavoro, era già allora molto simile a quello moderno. Da noi ci si adeguò solo con le riforme del diritto di famiglia degli anni Settanta, che a loro volta impiegarono (e impiegano) tempo a dipanare i loro effetti. In Italia si introdusse il divorzio, in Germania ovest si abolì l’obbligo che imponeva ancora alla moglie che voleva lavorare di presentare all’assunzione il benestare scritto del marito. Sparirono solo in quegli anni tante altre discriminazioni che «nell’Est» erano già superate da una generazione almeno.

C’era, e c’è, anche il rovescio della medaglia. Nei Paesi «dell’Est» i fenomeni dell’alcolismo e della violenza domestica erano e sono più gravi. E’ più frequente che la donna debba assumersi l’intera responsabilità della famiglia. Non sempre, poi, alla più consolidata emancipazione femminile corrisponde una giurisprudenza estesamente favorevole alla donna, ad esempio in caso di divorzio, come accade invece in Occidente. Se divorzia, la donna in certe realtà «dell’Est» rischia ancora di dover affrontare difficoltà pratiche ed economiche molto più serie rispetto a quanto avviene da noi (molte di loro sono emigrate per cercare lavoro in Occidente proprio per questa ragione). Racconta il violinista ucraino Mark Reznikov, nei suoi bei Ricordi di un vecchio musicista (Воспоминания старого музыканта, 1984), che durante la celebrazione dei matrimoni, nell’Unione sovietica degli anni Trenta, le donne piangevano intorno alla sposa, al suono dell’orchestrina di paese, per ricordarle le sofferenze, le fatiche e la miseria alle quali andava incontro, prendendo marito. i Ricordi di Reznikov furono il primo libro che lessi in russo, a vent’anni o poco più: questa pagina mi è rimasta impressa fino a oggi, tanto vi esitai a lungo e sfogliai il dizionario, perché il racconto mi sembrava inverosimile, visto dalla nostra prospettiva occidentale.

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Le donne «dell’Est» hanno un modo diverso di guardare agli uomini, rispetto alle occidentali, non ho ancora conosciuto un uomo che non se ne sia accorto, ed è mia convinzione che questo elemento soggettivo della donna «dell’Est» sia radicato nei fatti oggettivi che ho cercato di spiegare qui: positivi o negativi, più recenti o sgorganti da una memoria ancestrale, ma che, in tutti i casi, noi non abbiamo vissuto. Sono questi che fanno la differenza.

Credo che sia effetto di questo diverso retroterra, se le donne «dell’Est» non hanno generalmente bisogno di spiattellarti in faccia la loro parità: hanno avuto venticinque, trenta, quarant’anni in più di tempo per considerarla normale. Di solito dalle donne «dell’Est» non senti quel sarcasmo verso l’uomo, spesso malriuscito e rivelatore di debolezza, che abbonda sulla bocca di certe occidentali. In genere la donna «dell’Est» non ha bisogno di mostrarsi mascolina, ostentatamente trasandata e ruvida come certe femministe nostrane, perché viene da una tradizione dove di essere femminista non vi era più bisogno da decenni, anche se c’erano mille altri problemi. E’ più frequente che la donna occidentale, dinanzi a un uomo, si metta automaticamente sulla difensiva, anche se non fai nulla per aggredirla, solo per mostrarti che «non è la femminuccia che tu pensi.» Con le donne «dell’Est» ciò accade più di rado. Il loro ambiente le fa già considerare la parte più forte, soprattutto quando le cose vanno male, e non hanno bisogno di dimostrarlo ogni cinque minuti.

Abbondo in avverbi come generalmente, di solito, abitualmente… perché abbiamo a che fare con persone, e tutto, alla fine, dipende dagli atteggiamenti e dalle storie dei singoli. Se si devono tracciare delle linee di tendenza, però, sono senz’altro queste, ho pochi dubbi. Le differenze ci sono: guardare da vicino le diversità ci permette di provare, almeno, a trovarne il radicamento oggettivo nelle vicende degli Uomini e dei popoli. Negarle è sbagliato quanto farne dei triviali stereotipi, tanto più in un canale televisivo di servizio pubblico.

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Le culture, il passato, specie se tragico, ci segnano durevolmente. Generano delle diversità che non stanno lì per alimentare i pregiudizi, ma per farci imparare la nostra Storia e insegnarci a vivere insieme, visto che oggi, di qua o di là di Trieste, Vienna e Berlino, ci incontriamo tutti negli stessi luoghi, e godiamo della nostra varietà.

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