Sulla separazione tra Stato e Chiesa

Donna guarda fuori dalla finestra | © redhorst
Donna guarda fuori dalla finestra | © redhorst

Ci avviciniamo alla fine dell’anno. Occasioni religiose e profane ci spingono a festeggiare. Il tema dei simboli religiosi, questa volta, è più attuale che mai, a causa dei recenti attentati di Parigi e di fronte all’ondata di migranti di religione islamica. Se i simboli di una certa religione vengono esposti, indossati o mostrati in scuole e spazi pubblici, ciò offende la sensibilità di chi ne pratica un’altra?


 

La risposta più frequente è che lo Stato dovrebbe restare neutrale e separato dalla religione. La questione, in verità, ha poco a che fare con il conflitto tra Chiesa e Stato laico. Causa della separazione tra potere dello Stato e dominio temporale della Chiesa è la diversa base di legittimazione, fondamentalmente diversa, dei due poteri. Quello dello Stato si fonda sulla legge stabilita con il consenso dei governati e viene dalla stessa legge opportunamente limitato. Il potere temporale della Chiesa nasce dall’interpretazione di scritture dettate da una divinità, pertanto si sottrae a ogni limitazione secondo principi riconoscibili di equità. Per questo, al centro dello Stato di diritto vi è la persona umana, non l’interpretazione di una parola divina.

Il messaggio cristiano, tuttavia, ha dato un contributo essenziale, affinché la persona umana avanzasse sempre più come protagonista della Storia: in questo senso, il moderno Stato di diritto è cresciuto, come costrutto intellettuale, sulla stessa pietra fondante del cristianesimo. La società aperta fondata sullo Stato di diritto – sebbene spesso abbia dovuto svilupparsi contro la volontà della Chiesa – è, in quanto tale, la realizzazione tangibile di uno dei più alti, se non del più alto principio cristiano: la centralità dell’individuo. Quando si parla di «radici cristiane» dell’Occidente, ci si riferisce a questo fondamento. In questa prospettiva, lo Stato di diritto non è neutrale: senza il contributo del pensiero cristiano non sarebbe nato, almeno non nella forma in cui lo conosciamo oggi. Proprio per questo motivo, il cristianesimo e la sua simbologia non hanno più nulla da cercare, là dove regna lo Stato: sono già riconoscibili nell’essenza stessa della società aperta.

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La possibilità di una coesistenza pacifica tra uomini di fedi diverse non è tanto una questione di Stato, ma è piuttosto materia sociale. Essa interroga la responsabilità individuale: ciascun individuo, nei suoi rapporti sociali, deve tenere conto della diversità. La convivenza pacifica di cristiani, mussulmani ed ebrei fu già possibile in epoche nelle quali lo Stato laico e lo Stato stesso nella sua forma attuale non era ancora stato concepito.

Il principio secondo il quale i simboli, i canti e i rituali della religione dovrebbero restare fuori dalle scuole e dagli spazi pubblici – se non per il loro significato artistico e culturale – non ha nulla a che vedere con l’offesa della sensibilità di chi la pensa in modo diverso. E’ un fondamento che è parte integrante della legittimazione dello Stato come esito di un processo costituente che mette già al centro il libero sviluppo, anche spirituale, dell’individuo e poggia su una propria base autonoma di giustificazione. La possibilità che ciascuno possa vivere secondo le proprie convinzioni, e che in Europa cristiani e mussulmani possano coesistere in pace, nasce laddove la competenza dello Stato termina e comincia lo spazio di autodeterminazione dei singoli, nel gioco contrapposto fra libertà e responsabilità.

Auguro ai miei lettori buone feste e un prospero anno nuovo. | >Originale in lingua tedesca (traduzione italiana dell’autore).

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