Perché scrivere – o non – su un tema scomodo

Grazie a Lorenzo Lucca ed Elisa Piemontesi per questo scatto
Grazie a Lorenzo Lucca ed Elisa Piemontesi per questo scatto

Un mio articolo che affrontava alcune anomalie del settore della traduzione partendo da tre esempi concreti ha suscitato reazioni che a loro volta stimolano qualche riflessione più personale. Perché scrivere su fatti che toccano contraddizioni scomode, persone in vista o condotte che generalmente si preferisce criticare a bassa voce, benché pubbliche e problematiche per tutti?


 

L’articolo di martedì 23 luglio sul settore della traduzione (>qui) ha raggiunto in 10 giorni oltre 2500 lettori in 54 Paesi del mondo, e il dato è in crescita. Le durate di permanenza sulla pagina parlano chiaro: chi ci è arrivato lo ha letto tutto, anche fuori dall’area italiana, a dispetto della barriera linguistica. A seguito dell’articolo è arrivato un numero insolitamente elevato di iscrizioni spontanee alla mia infolettera Trabant (>qui) e di mi piace sulla mia pagina Facebook, con varie richieste di contatto anche da persone molto qualificate. Diverse attestazioni di stima in privato, una delle quali da una di quelle persone che aprono di rado la bocca, ma quando lo fanno ne zittiscono molte altre. Non generici apprezzamenti, ma consensi analitici sui singoli punti del testo. Dopo l’uscita dell’articolo sono stati venduti più libri del solito.

Avevo ottenuto esiti simili e ancora superiori con l’articolo sul referendum italiano del 4 dicembre (>qui). Analogo riscontro aveva avuto l’articolo in cui smascheravo parola per parola i falsi contenuti nell’intervista rilasciata da Vladimir V. Putin al Corriere della Sera (>qui): in quel caso rimediai anche alcuni giorni di sospensione del profilo Facebook per «verifiche» dovute alle segnalazioni convergenti dei consueti circoli di putinisti anonimi (ma neanche tanto), scontenti che smontassi il loro idolo. Nessun articolo di tale lunghezza e carattere raggiunge simili risultati, se fa vuota polemica; se non tocca problemi reali e sentiti, si ferma molto prima. Tutti gli articoli di questo blog, devo dire, si comportano piuttosto bene, in termini di letture e conversioni di vendita.

Si scrivono articoli per ottenere visitatori e vendite? Sì, certo, anche per questo. Se il blog non generasse vendite e quindi reddito per me, dovrei scrivere per qualche testata altrui, facendomi pagare gli articoli. Dovrei, però, scrivere non ciò che ritengo di scrivere, ma ciò che mi permettono o dicono di scrivere l’editore e il direttore della testata stessa. Garantisco che né l’articolo sulla traduzione né quello sul referendum né quello su Putin sarebbero potuti uscire su alcuna rivista o giornale: toccano troppe questioni che tutti preferiscono generalmente tacere o sfumare.

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Posso scrivere certe cose perché non dipendo da nessuno. Il successo numerico del mio blog è la garanzia della mia indipendenza verso il Lettore: nel settore della traduzione non ho più legami, se non per i miei manuali e corsi di diritto per traduttori, che non rappresentano una parte determinante del mio reddito e sono rivolti a persone che non si scompongono certo per le reazioni ai miei articoli. Anche per le relazioni internazionali non ci sono istituti, partiti o ambasciate che possano impormi alcunché.

Dovevo citare per forza quelle tre storie in quel modo così preciso? Sì, perché i fatti che ho riportato nell’articolo sono come i fatti tipici dei reati propri: acquisiscono rilevanza solo se commessi da persone aventi una specifica qualificazione soggettiva e nell’esercizio di determinate funzioni. Se avessi narrato i fatti ascrivendoli a persone dai profili meno clamorosi, in circostanze meno flagranti, avrebbero perso di rilevanza per mancanza di qualificazione soggettiva dell’agente. Sarebbero rientrati nelle normali storture presenti in ogni realtà umana. Diventano socialmente rilevanti, invece, perché posti in essere da soggetti con quei profili e in quelle circostanze. Non stiamo parlando di persone colpite da disgrazie, di casi unici dovuti a leggerezze o a cause di forza maggiore, ma di fatti continuati formanti un unico disegno operativo, di condotte anomale elevate pubblicamente a modelli di business che si stanno riproducendo esponenzialmente. Con tutto ciò, confermo la scelta di non citare i nomi dei protagonisti, perché vorrebbe dire mandare tacitamente assolti tutti gli altri che fanno esattamente le stesse o simili cose.

Non dubito che nei 54 Paesi in cui è stato sinora letto l’articolo ogni lettore avrà detto: «Ah, ho capito, sta parlando di […]» pensando a qualcuno nel suo Paese, della sua madrelingua. Avrei potuto citare i nomi? Certo, le storie narrate sono pubbliche e note: sono stato reso attento su di esse da altre persone, che a loro volta ne avevano avuto segnalazione da altri e così via, per chissà quanti gradi di regresso. Vicende pubbliche su profili pubblici viste da molti, già prima del mio articolo. Nonostante ciò, come ho già detto, particolarmente per i primi due casi, per quanto mi riguarda i protagonisti meritano il beneficio della non menzione: voglio credere che agiscano così per errore nella formazione della loro volontà, non con il dolo specifico di procurare a sé ingiusto profitto con altrui danno.

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In un mondo in cui sembra che il successo debba arridere solo a chi si allinea, si piega al dettame del basso profilo, dello «scrivi poco e stai generico,» dell’inclusività a tutti i costi, anche girandosi dall’altra parte per far finta di non vedere, il riscontro anche materiale avuto dal mio articolo è un segno che non tutto è perduto: anche se parli di cose di cui «non si dovrebbe parlare» oppure «sì, ma senza dire troppo,» c’è chi ti segue, compra i tuoi libri, si iscrive ai tuoi media. E prevalgono, qualitativamente e quantitativamente, su quelli che se ne vanno.

Poi c’è chi ha paura dei fantasmi, prima ti applaude poi si gira dall’altra parte, perché origlia che qualcuno giura di avermi visto una volta lasciare l’auto in divieto di sosta, che nel telegrafo dei social diventa aver commesso un omicidio volontario plurimo con l’aggravante della crudeltà. Come se, quand’anche avessi sterminato un’intera Nazione, ciò cambiasse qualcosa ai fatti che ho descritto. C’è anche un’altra specie di trasformisti: quelli che ogni giorno riempiono le loro bacheche di messaggi ispirati alla solidarietà, all’equità sociale e alla rivolta contro il grande business, ma poi, letto il mio articolo, prendono sorprendentemente le parti dei guru e delle multinazionali che usano e gettano i traduttori a quattro cent a parola. E’ questo il nuovo sol dell’avvenire?

La terza categoria è quella che potremmo chiamare dei mezzamisuristi: quelli che si dicono «d’accordo con te nella sostanza,» che «hai fatto bene a scrivere queste cose, ma non così» – senza però essere capaci di dire esattamente come, se non così – e quelli che «è giusto quello che scrivi, ma…» senza però che a quel ma seguano reali eccezioni di merito. Si accorgono che dissentire completamente è sconveniente, perché le cose di cui parlo sono sotto gli occhi di tutti, ma con quei nella sostanza, ma e non così lasciano aperto uno spiraglio per non inimicarsi persone dalle quali potrebbero ricevere qualche cartella di traduzione, magari qualche invito a tenere un corso o a parlare a un convegno; oppure, più semplicemente, nascondono la paura di sfigurare in compagnia, di apparire come quelli che prendono le cose troppo sul serio, perché sanno che oggi prendersi sul serio è la peggiore delle condanne sociali.

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Non che questi ondeggiamenti stupiscano, la Storia ne è piena ed è piena di tetri personaggi che hanno saputo sfruttarli a loro vantaggio. Umana, ordinaria amministrazione. Lasciano a bocca aperta, semmai, i nomi, di coloro che fanno queste giravolte per difendere qualche piccolo interesse di bottega o per non mettersi contro il mainstream dettato dagli amici e dai soliti noti. Raccontava mio nonno che dopo il 25 luglio 1943, quando cadde il fascismo, si cominciarono a vedere in giro dimostranti antifascisti con il pugno chiuso. Erano in gran numero gli stessi individui che fino al giorno prima stavano in piazza impettiti come soldatini col braccio teso nel saluto romano. Cos’era successo? Era girato il vento, bisognava voltare la bandiera. Per fortuna io non sono il Duce e i miei voltabandiera sono figuri modesti, ma il meccanismo psicologico e sociale è esattamente lo stesso. Che me ne faccio di questi lettori? Grazie per avermi seguito fin qui etc. etc.

Potevo evitare di toccare quegli argomenti e scrivere su altri, ricevendo gli stessi consensi? Sì, certo, anche di più e più facilmente, credo, se mi fossi unito ai cori delle lamentele generiche che scaldano il cuore e non disturbano mai. Perché, invece, sono partito da quelle tre storie? Quando qualcosa attira la nostra attenzione, abbiamo tutti, nella vita, due possibilità: fregarcene o non fregarcene. Ho scelto la seconda.

Grazie a tutti.

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