Chi l’ha vista? Nessuno. La scomparsa di Elena Ceste.

Tra i casi di cronaca italiana più penosi ce n’è uno, avvenuto vicino ai miei luoghi d’origine, che mi suscita grande malinconia: la scomparsa della signora Elena Ceste dalla sua triste casa nell’Astigiano. Per l’unanimità dei commentatori, la signora Ceste (ormai sbrigativamente «Elena») era una «mamma e moglie felice» di quattro figli e di un marito fedele cattolico, come lei, quasi da non sembrar vero. Un figlio dopo l’altro, tutti a Messa ogni domenica ben vestiti, quale genitore non vorrebbe una moglie così per suo figlio? Mai fuori casa, in giro tutti sanno chi è, ma nessuno la conosce veramente.

Si alza presto, portati i figli a scuola fa i mestieri del mattino che appena finiti è ora di metter su pranzo, pulita la cucina dopo pranzo fa i mestieri del pomeriggio che appena finiti è ora di metter su cena, pulita la cucina dopo cena l’alternativa è guardare una fiction a fianco del marito, che ha pretese culturali diverse da quelle della moglie, oppure andar di là ed entrare in Facebook. Poi a letto, dopo aver chiesto al marito, racconta questi, di aiutarla a togliere le calze contenitive dalle gambe rovinate dalle gravidanze, a poco più di trent’anni. La mattina dopo tutto ricomincia, e non c’è sabato e non c’è domenica, la domenica non c’è la scuola ma c’è la Messa, alzatevi che fate tardi, mutande, calzini e colazioni anche la domenica.

Intanto il tempo passa. Forse scopre che la fede dell’uomo che ha sposato non sposta le montagne, ma si trasfigura in tante camicie da stirare; il fisico comincia a sfiorire, forse vede infrangersi definitivamente qualche sogno professionale che poteva aiutarla a sollevare lo sguardo da quella quotidianità, inesorabile come un calendario liturgico.

Da Facebook, mentre di là il marito guarda l’ultima telenovela, spuntano i ricordi dell’università e, forse, qualche pretendente che le fa capire che non è tutto perduto, ma la Chiesa dice che la sua vita è buona e giusta così, forse si lascia tentare da un’avventura, poi si vergogna, va in confusione.

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Quando la Chiesa fabbrica i suoi modelli astratti di famiglia perfetta per dare figli a Dio, dovrebbe ricordare che, ogni tanto, qualcuno quei modelli li prende sul serio. Allora le mogli diventano fabbriche di figli e i mariti fabbriche di stipendi per mantenerli. Hanno tempo per andare a Messa e persino, qualche sera, a sgranare il rosario con le vecchine, ma non per uscire a vedere un film, non per una gita fuori porta con i figli – o anche senza, i nonni servono anche a quello.

Il marito che ha dato quattro figli a Dio è finito a «Chi l’ha visto» con gli occhi sbarrati. La moglie, che i quattro figli ha portato in grembo sulle stanche gambe dalle vene varicose, non si sa. Dalle testimonianze dei pochi che l’hanno sentita straparlare nei mesi prima della scomparsa, sembra di poter concludere con ragionevole certezza una sola cosa: circondata dall’affetto dei figli, del marito, di genitori e suoceri, nel suo paradiso che odorava d’incenso e di detersivo per i piatti, la signora Elena Ceste è impazzita di solitudine. Nessuno ha visto niente.

Aggiornamento. Il 23 ottobre 2014 le analisi del DNA hanno permesso di accertare che le parti di un cadavere in avanzato stato di decomposizione, ritrovato nelle campagne a meno di un chilometro dalla sua abitazione, sono quanto resta della signora Ceste. Il 29 gennaio 2015, pochi giorni dopo il deposito della perizia medico-legale attestante che la morte ha avuto cause violente, il vedovo della Signora viene arrestato con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere. I figli della coppia vengono affidati ai familiari più prossimi. Il 4 novembre 2015 il vedovo viene condannato in primo grado alla pena di 30 anni di reclusione per i reati di omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere. Si attende il ricorso in appello.

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